l’amore

Questo weekend si è risposato il mio papà che quest’anno compie 63 anni.
Lasciate da parte il gossip, non s’è accasato con una venticinquenne, bensì una splendida cinquantanovenne.

Erano stupendi.
Se ne fregano talmente tanto delle convenzioni che si sono sposati di venerdì. Alla faccia della sfiga.

Al Comune abbiamo tutti un po’ riso quando l’assessore ha letto il paragrafo sui figli a venire.
Quando ha chiesto degli anelli gli sposi hanno detto nah quali anelli.
Si tenevano la mano, erano carinissimi, e si sono pure dati il bacino e io e mia sorella ci abbiamo mollato la lacrimuccia d’emozione. Capiteci: un babbo sposato è un babbo con molto meno rischio di ritrovartelo in casa fra vent’anni a rompere i coglioni.

Non c’erano partecipazioni, non c’era festa in gran pompa né lista di nozze né luna di miele in vista né orride bomboniere inutili. Hanno fatto un weekend di banchetti a rotazione a casa loro in paese, e parenti ed amici arrivavano chi coi carciofini, chi con le cicale, chi coi gamberi e la mayonnaise fatta in casa o i canestrelli o la sbrisolona. Io che non so cucinare ho comprato un bel po’ di vino rosso buono. L’onore è salvo, ufff!

Erano fichissimi.

Con mia sorella abbiamo tirato un grandissimo respiro di sollievo anche perché la pancia di babbo era già visibilissima e col matrimonio abbiamo riparato, capite, un uomo incinto è vergogna, dovevamo sposarlo al più presto.

La sposa aveva non un bouquet ma, a detta sua, un “mazzo” (di fiori) che ha lanciato con poco successo perché dài, il bouquet onestamente a noi non piace sto granché, siamo gente open. Ma siccome aveva voglia di fare la spiritosa ha preso una manciata di fave da una cassetta portata da qualcuno e ha detto: “Bimbe! Ora c’è il lancio delle fave!”
Alla chiamata alle fave cehvelodicoaffare c’era il pienone di tipe agguerritissime per accaparrarsene almeno una.
Io modestamente ne ho prese due. Al volo.

Auguri babbo ;)

A grande richiesta, la torta degli sposi, su desiderio dello sposo. No, parliamone!



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Madonna quel bambino

Cinque anni fa volevo forte forte forte essere incinta.
Ho sempre avuto un’ammirazione estatica per la maternità. La pancia, a me, è sempre piaciuta un sacco.

Volevo la pancia, volevo appartenere a qualcuno giorno e notte, volevo dare incondizionatamente. A trent’anni ero pronta a mettere da parte la mia carriera d’architetta per un anno e darmi alle cacche giallognole e i ruttini. Ero pronta a non appartenermi mai più, a sacrificare ogni minuto di sonno, ogni mio pensiero sarebbe prima passato dal benessere di un’altra persona. Per sempre. O per 18 anni, che io materna si ma cogliona no.

Poi la vita è prepotente e col cazzo che fa quello che vuoi tu.
Ma con lo strabelino.

Dopo il cancro ti dicono che no, il bambino a trombata nature è come vincere la lotteria, meglio farsi aiutare.

Un’inseminazione.
Due inseminazioni.
Tre inseminazioni.
Quattro inseminazioni.
Cinque inseminazioni.
Sei inseminazioni.

Due anni.

Niente.

Non ho fatto il conto di quanti cazzo di test di gravidanza io abbia bagnato più di lacrime che di pipì.

Ero un pallone gonfio di ormoni. Avevo i capelli gialli, ero un cesso tremendo. Non mi piacevo ma avevo un obiettivo: essere incinta.
Essere incinta a tutti i costi. Una donna che ha paura degli aghi al punto di svenire ad ogni prelievo ma che per un obiettivo maggiore arriva ad iniettarsi gli ormoni della pancia ogni sera da sola non ha paura di un cazzo di nessuno. È un caterpillar.

Dopo la sesta inseminazione in Francia passi per legge alla fecondazione in vitro.
L’inseminazione in sé è abbastanza una cazzata: ti riempiono di ormoni per controllare il ciclo al secondo, al che quando gli ovuli sono pronti paf, ti infilano una cannula finissima con dentro lo sperma appena filtrato con la centrifuga. Questo prevede che il marito vada in laboratorio e pratichi un “prelievo manuale”. La cosa non è mai gradita. Dice ci sono le rivistine appiccicose di peli, una roba schifosissima. Gli ho detto scusa, comprati Playboy da solo no? Si compra Playboy veloce ed entra nello stanzino. Poi mi dice sai Playboy cosa c’era? L’intervista a Clooney ed un servizio sulle scarpe design. Ho ripreso le rivistine appiccicose.

E così via.

Nel monitor dell’ecografia vedi la cannula e vedi lo sperma mentre viene spruzzato. Una lastra in movimento. Altro che far l’amore in una baita di montagna, per dire.
Hai un sacco di aspettative, sei li che fai il tifo per gli spermini, dici agli ovuli pronti mi raccomando ragazzi fatevi trombare, dài.

Due settimane dopo, finito il piantino solitario in bagno davanti alla singola striscia rossa telefoni alla segretaria dello specialista dicendo che dovete ricominciare e quella, diligente e pro, ti dà un appuntamento velocissima.

La fecondazione in vitro invece è roba pesante. Ti danno un sacco di ormoni per far maturare più ovuli possibile, al che ti fanno un’intervento chirurgico per estrarteli, addormentata, e poi li fertilizzano con lo sperma del marito, e quelli che diventano embrioni vengono congelati. Tutti tranne uno o due. Di solito due.
Quei due te li impiantano nell’utero e si spera che “attacchino”. Se non attaccano continuano a scongelare i restanti e sopravvissuti (grossomodo una decina) finché non funge.
Se non funge si ricomincia con gli ormoni, estrazione chirurgica, fecondazione in vitro (in provetta) e ari-congela etc.

Non ci sono arrivata alla procedura in vitro, mi sono separata prima.

È la vita.

L’avrei fatta eccome la fecondazione in vitro, più volte, ero diventata una macchina.

Invece oggi non credo che mi accanirei in quel modo. Non ne so un cazzo di cosa farei semplicemente perché non voglio più avere un bambino a tutti i costi.

Avessi figliato tre anni fa, adesso non so se farei le startup, i tacchi, i viaggi in aereo da tutte le parti.
Sarei felice sicuramente, ma in modo diverso. Anche adesso sono felice, eppure due anni fa non l’avrei trovato possibile.

Continuo a pensare che fare dei figli sia una cosa magnifica ma non so se li farò, se li adotterò, o se li prenderò semplicemente in prestito sporadicamente agli amici.
Non ne so niente.
Nella vita non ne sai mai niente, ed è quello il bello alla fin fine. Basta accettarlo.

Penso che un accanimento macchinoso sia malsano e che la natura ed il tuo corpo reagiscano negativamente. Se fai una fecondazione in vitro devi essere felice e serena, contenta che la scienza possa aiutarti, senza prenderla come un obiettivo da raggiungere a tutti i costi.
La procedura stessa ti porta ad una denaturalizzazione e medicalizzazione estrema dell’atto di procreare, e trovo molto difficile restare sereni, e non c’è nessun tipo di aiuto psicologico, i dottori non ti dicono niente, sei un ricettacolo di ormoni, uno spessore d’endometrio, un numero di ovuli “pronti”.
Io non ero serena, non mi stupisce per niente che non abbia funzionato.

Adesso non ho più la certezza che nella mia vita ci saranno o meno dei figli e va bene così: è così per tutti ed io sono di nuovo un foglio bianco.
E ne sono felice.

 



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Astuzie di una jetsetter

Prendo in media due voli la settimana. Il mio utilizzo di Foursquare è dedicato alle tips da spalmaggio in Duty Free.
Questo articolo vi spiega cos’è lo spalmaggio, perché è vitale e come farlo senza farvi sgamare.

Cos’è lo spalmaggio in Duty Free?
A bordo di un aereo c’è solo il 6% di umidità. Troppo poca per la nostra pelle. Per proteggere ed idratarci viso, collo e mani, dobbiamo applicarci un siero idratante coi controcazzi. E bere tanta acqua.
I sieri costano molto e quelli fighi bicomponenti alla vitamina C che uso io vanno tenuti in frigo, quindi no way che li metto a ossidare nel mini tubino di Muji. E non posso nemmeno starmelo a comprare ogni volta.
Esistono i provini in sachet che potete cercare di procurarvi spesso. Io viaggio talmente tanto che non ce la farei.
Ma perché sbattersi quando anche nel più sfigato degli aeroporti hanno il Duty Free pieno di cremine?

Approfittiamone!

Lo spalmaggio è l’arte di individuare i sieri idratanti migliori (Dior in testa) e di capire se possiamo applicarcelo con voluttuosa generosità su viso, collo, décolleté e mani senza farci infamare dalle commesse.
Il buon senso ed anni di esperienza nonché delle situazioni di imbarazzo nelle quali ho risolto comprando il prodotto, mi hanno insegnato a mettere a punto una tattica infallibile.
Io non mi spalmo più in live. Troppo rischioso salvo eccezioni tipo voli non in ora di punta in settimana, quando le commesse si fanno i cazzi loro e tu, vestita da Manager non desti sospetti. Ma anche se non lo faccio li dentro, io mi spalmo lo stesso.
Come?
È facile: scelgo il siero ed il contorno occhi, meglio a pompetta per ragioni di igiene e per velocità e quantità all’erogazione e li spruzzo abbondantemente dentro il palmo della mano sinistra con molta nonchalance e soprattutto volpina velocità. Un’operazione chirurgica. Premeditata in ogni singola mossa.
Al che semichiudo il palmo, faccio un girino curiosando fra i profumi ed esco easy. Mi avvio in un angolino o in bagno e paf, libero per bene il collo da giacche e sciarpe e mi spalmo a dovere, con molto prodotto perché deve essere assorbito bene ed idratare in modo esagerato, viste le condizioni sahariane a bordo del velivolo.

Premeditazione:
Uscite di casa col viso pulito e il tonico più il vostro siero se ne usate. Non mettete la crwma giorno perché creerà una pellucola che impedirà al siero del duty free di penetrare e sarà un pasticcio tremendo.
Se volate dopo una giornata di lavoro sciacquatevi il viso in bagno, prendete il vostro mini beauty e spruzzatevi il tonico, aspettate 10′ che penetri e partite all’attacco.
Se non avete tempo passatevi un fazzoletto di carta con dell’acqua per togliere un po’ di residui di altre creme. Sarà sempre mwglio che non metterlo affatto, il siero.
Le salviette struccanti sono la morte, non andrebbero mai comprate perché hanno una pessima qualità e vi lasciano residui à gogo sulla pelle, fidatevi. Scegliete di struccarvi con prodotti di buona qualità (nel lusso non sono mai eccessivamente cari, i miei preferiti: Elizabeth Arden, Shu Uemura, Dior) ma solo per gli occhi col mascara che è duro a lwvare, sapendo che la cosa meno invadente per il vostro viso resta sempre l’acqua micellare pura (più marche, prendetela in farmacia Biotherm, Avène, etc)

Le cose da evitare:
1) truccarvi subito non va bene, il siero ci mette un bel po’ ad essere assorbito, lasciatelo agire e truccatevi prima dell’atterraggio.
2) non applicate altre creme sopra il siero a “layering” senza capire cosa state facendo. No, perché rischiate di far spelare il siero con un mix chimicamente poco felice e appena vi toccate il viso vi viene via tutto in robine orride marroni tipo cacchine. No way.
3) ditemi voi se mi son scordata qualcosa e enjoy your flight!



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the new virginity: how to

Sono singol da quasi due anni. Non lo ero da dieci quando mi ci sono ritrovata.

Una decade, signore mie, che vi stravolge i codici.
Quando ero singol io, quindi in pieno diritto di dire “ai miei tempi”, be’, come dire, ai miei tempi le cose erano un po’ diverse.

Ero studente. Il traffico di singol nelle facoltà è molto vario, c’è mercato, era una vita bella e varia.
Non c’erano né twitter né facebook per stalkare i cazzi dei candidati. Ma la gente secondo me trombava con meno menate. Sarà l’età, che vi devo dire.
Adesso il mio campo di battaglia giornaliero sono un ufficio di ingegneria e l’internet, e i locali dove esco la sera dove no, gli uomini non vengono a parlarti per offrirti un Mojito.

In ufficio no way.
Sull’internet c’è di tutto.

Ma io volevo parlare della chiave di volta. Sai, la prima trombata dopo la separazione.
Che è the new virginity. Su su, divorziate/separate io vi voglio all’appello e parliamone, che concorderete con me: è un dilemma shakespeariano.

All’inizio ovvio sei occupata nel tuo lavoro a tempo pieno che è essere depressa. Non hai letteralmente cazzi per la testa.

Qualche mese dopo intorno a te vedi solo gente che limona. Limonano tutti. Trombano, fanno i figli, si amano.
La trentenne divorziata è fedele cliente della LELO, ma dopo un po’ dice “Hey, qua bisogna darsi una mossa e riprendere in mano la propria vita sessuale.” Abbasta. Bisogna levarsi questo peso del primo uomo “dopo”, e in fretta, per rifarsi una vita. Non sei assolutamente in grado di sostenere una relazione ma in qualche modo ti devi rimettere in pista. Ci vuole un guastatore.

Io credevo che la cosa sarebbe stata super facile. Col cazzo. Lo dico perché mi faccio ridere da sola, è stato meraviglioso, lo racconterò ai miei nipotini.

Ero in una cittadina del sud d’Italia. Mi son detta che a sud, dài, a sud trombano come i ricci figurati se non scampo alla mia neo-virginità. Dài, easy as cake e poi non me lo ritrovo fra i piedi. In trasferta: il piano perfetto.
Mi attira un giovinetto tipo 26enne, mi sento tanto cougar. Anzi no, come mi disse un mio stagista: “Se hai meno di 35 sei Puma, le migliori!” Non l’ho licenziato perché aveva la patente e mi serviva per andare in missione a Bordeaux.
Torniamo alla mia neo-virginità ed al giuovincello.

Ci guardiamo. Parliamo, scherziamo, c’è chimica.
Dopo un po’ vedo che non concludeva con nessun invito e, in pieno ruolo Puma, gli dico: “Stasera usciamo con la tale, ci passi a prendere?
Aggiudicated. La tale in questione è la zia Marileda. La zia Marileda mi fa “A Spo’, che te devo reggere il moccolo?” Marile’, qua siamo alla frutta, è un bambino, che te devo di’?” Marileda mi guarda con quegli occhioni da cerbiatta e non sa se ridere o piangere. Usciamo.

Dopo un po’ Marileda si fa portare a casa da manuale e io, con lo sguardo Pumissimo gli faccio: “Portami a vedere il mare”
E lui “OK”.

Arriviamo al mare.
Saliamo sul molo.
Luna piena. Freddo cane.
Non mi bacia.

Parla.

Parla di cazzate.
Io in quel momento vi ho capiti, uomini lupo, quando volete solo scoparvela quella ragazzina e invece lei vi attacca i pipponi. Massima solidarietà, davvero.
Lo bacio io.
Rientriamo in macchina che “faceva freddo”.
Gli chiedo dove abita.
Mi fa che sta con i suoi.

Con i suoi genitori.
Tipo ha la cameretta col poster di Gigen? Non ci voglio pensare.

A quel punto se avessi avuto un pisello me lo sarei spaccato di mazzate sull’incudine. Era meglio farlo in Francia, che sono tutti indipendenti maronna.
Ma ormai ero li.

Eravamo in macchina.
In macchina sul mare.

Faccio 2+2  e mi balena il pensiero di perdere la mia neo-virginità su quattro ruote. Sarebbe così vintage dopotutto, no?
Limoniamo.
Limoniamo.
Limoniamo.

La cosa non decolla. Poi c’era un po’ di gente, gli dico che forse è meglio appartarsi a modino.
Ci muoviamo, e tadaaah, si parcheggia un po’ vicino al mare ma oh, favoloso: accanto alla discarica.

Ora cercate di immaginare la vostra Puma.
Ventiseienne imbranato.
Trombata in macchina.
Discarica.

La desolazione.

L’incudine.

E però ormai eravamo li, dài. Gli uomini mi capiranno, le donne non mi perdoneranno mai. Ma io dovevo farlo.
Dovevo. Me lo dovevo.
Limoniamo.
Limoniamo.
Limoniamo.

Da un casuale ma ben studiato esame manuale il ragazzo è teso e non ha molto afflusso di sangue nei posti giusti.
“Ci mancava solo questa, mi dico”
Dopo un po’ la situa migliora abbastanza da potersi permettere di ingranare la quinta e gli faccio “Hai i preservativi?”
“…no”

Morale della favola: se dovete perdere la vostra neo-virginità dopo esservi separate, scegliete un Professionista.

Imen.



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così, a naso, direi di sÌ

A volte ti lanci in avventure dove non sai bene dove andrai a parare.
Ma così, a naso, diresti di sì.
Così, a naso, fai delle mosse strambe e a culo o per destino tutto s’incastra come per magia.
Così, a naso, e con parecchia incoscienza, ti giochi delle pedine sorde che prendono vita propria.

Un libro. Due. Tre.
Una startup. Due. Tre.
Una causa. Due. Tre
Un viaggio. Due. Tre. Cento.
Un amore. Uno.

La gatta ormai non capisce più niente, a volte parto tre giorni, rientro uno, e riparto per il weekend. Quando sono a casa dormiamo insieme, e siccome mi sento in colpa sono diventata una gattara professionista, tipo le faccio pure le pappine. Capisco benissimo i genitori divorziati ceh viziano i figli per i sensi di colpa. Mi verrà fuori una gatta stronzissima, che se non vuoi i figli rincoglioniti vanno maltrattati, altroché.

Così, a naso ritrovi sempre le stesse priorità,  quelle ormai non cambiano. Amore, Cibo, Viaggi, Autonomia.

A naso direi che la mia vita è in curva. Il curvone quello micidiale che se non vai fuori strada hai fatto il grosso.
A naso direi che finalmente la mia vita è interessante.
A naso, poi, direi che se non avessi avuto una vita “originale” prima, adesso non sarei qui.

Come mi disse qualcuno su twitter l’altro giorno “@Spora la vita è una figata, ma che fatica farcela diventare!”



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guarda mamma guarda: senza wordpress!

Quando sei blogger da cinque anni che non sono molti per un blog ma nemmeno pochi, be’, comunque sia ci scrivi grossomodo ogni giorno.

Ed ogni giorno sai che se ti viene voglia di scrivere qualcosa devi stare a certe regole non scritte.
Regole di blogmarketing. Perché se hai un blog è perché vuoi che ti leggano e che ti commentino. Altrimenti avevi un diario segreto, non raccontiamoci le solite cazzate “Io scrivo solo per il piacere di scrivere, per me, per i cazzi e i mazzi” Tutte stronzate. Per scegliere un titolo, poi, devi masticare bene i giochi di parole ed i titoli di film, libri, proverbi, dire fare baciare. A volte vengono fuori delle cagate. Tipo oggi non si capisce di cosa parla.

Lo sanno tutti che se arrivi in un blog e vedi un megapapiro di due kilometri con un ritmo stile “quel ramo del lago di como”, be’, non resisti manco un minuto.
Perché in rete va tutto veloce. Un post è una pillola, un’immagine, una risata, tre minuti di pausa al lavoro. Stop. Detto questo io son riuscita a finire lo Scientifico senza aver mai letto i Promessi Sposi. Mi hanno sempre fatto cagare.

Quindi se scrivi da un po’ ti rendi conto che sono più fruibili e bankable i post corti. E chi dice corto dice conciso. Ma non per questo non fai passare molte info, è questione di abilità nel rendere i concetti (a parte oggi…). Dopo un annetto caspisci il modus operandi, trovi il tuo stile, ed ogni volta che apri wordpress paf, l’idea esce veloce e si adatta al ritmo bloggeriano: intro, sviluppo, conclusione. Al posto degli applausi i commenti.
Ogni tanto una pausa, un silenzio per dare enfasi ad un certo concetto. E alla via così. Dieci minuti massimo, che il blog è come vomitare e io sono bulimica.
La palestra wordpress però è una grandissima scuola. Se affiori dal marasma di migliaia di blog e diventi conosciuta vuoldire solo che ci sai fare sul biliardino del blog, non che sei figa in assoluto. E anche se ti senti una figa ti devi andare a comprare la vaselina da sola. Prima te lo metti in testa e meglio è.

Perché fra mare e piscina, cari miei, stigrancazzi.

Cheppoi di blogger che fanno IL libro è pieno. Strapieno. Gli editori vanno a caccia sperando di scovare qualcuno che spicchi anche sulla carta stampata, ma è una lotteria. I blog con, nella colonna di destra “Il mio libro” ti fanno fare uuuh quando sei un lettore novello. Ma invece è un banner che sta a dire che fai parte della lotteria in corso. Con un sacco di partecipanti, tipo che hai la media del 7. Stop. Io non ce la faccio la colonna col libro nel blog. Meh. La Spora mi ci dà una stilettata sopra, per dire.
Il blog ha una sua dignità e non è la versione gratis e con le parolacce del libro.

Un post di blog non è un racconto breve. Non è il capitolo di un libro. Manco una lettera. È un animale a sé stante: i 25m in stile a velocità. Una puttaneria che la metà basta, perché un blog è pubblico subito ed è dato in pasto alla rete. E tu VUOI piacere, tu VUOI commenti, tu VUOI gloria.
Se ti ritrovi catapultata a scrivere un libro devi uscire da questa piccola scatolina che è l’interfaccia WP e lanciarti nelle distese infinite di word o similia.
Mare aperto.

Il foglio bianco, siore e siori.

All’inizio dici millemila cose in una pagina, che hai paura che l’editor si annoi. Sei ancora prigioniera del formato “post”.
L’editor invece, e dio l’abbia nella sua gloria infinita, ti dice ti riprenderti i tuoi spazi e tu a quel punto ti caghi ed hai l’agorafobia.

Poi infili il ditone del piede in acqua, al sicuro sulla riva. Fai la figa stirando il collo a mo’ di “aspe’ mi scaldo ‘nattimo” ma stai risucchiando il tampax dall’emozione.
Hai il costumino olimpionico, la cuffia, gli occhialini. Ti sei fatta i peli fino al culo.
L’acqua all’inizio è un po’ freddina ma così turchese e trasparente che ti fa una voglia matta. Vedi altra gente fichissima che nuota così fluida, sono bellissimi.  Indecisa se tuffarti a bomba o scendere dalla scaletta come una diva fifties.

Non sai come ma ti lanci e, una bracciata dopo l’altra, descrivi finalmente un po’ meglio le cose, conquisti un ritmo nuovo.
E ci prendi gusto. Che diciamolo, noi tipe siamo logorroiche e cosa c’è di meglio che un editor dallo sguardo materno che ti dice “Si, si, dài vai!”?

È un po’ come quando stai imparando un’altra lingua simile alla tua, che so, se sei italiano e ti butti allo spagnolo. Io sono nata madrelingua spagnola anzi castellana, a 14 anni ho imparato l’italiano, a 16 l’inglese e a 23 il francese. Tutte lingue neolatine a parte l’inglese, un casino che la metà basta. E invece adesso switcho con una perfezione autistica dall’una all’altra, accento compreso, anche se ogni tanto nello scritto compaiono forme strambe, mix linguistici che a volte hanno il culo di rientrare nelle forme desuete di una lingua ed a volte invece restano neologismi buffi.

Qui è la stessa storia: all’inizio fai confusione, ma una volta che cominci a dominare le regole le distingui bene. Forse.
Io son li-li che inizio a dar forma alle cose. È molto interessante e mi sento un bebé.
Ho i braccioli, per dire, si chiamano Ester.
Non credo che ci siano delle regole per la gente che passa da un registro all’altro, ma se là fuori c’è qualcuno che ci è passato, be’, mi faccia un fischio :)



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know your rights #1: bye bye baby (e a tutti quelli che mi conoscono)

Dapprima le ho lasciato un messaggio in bacheca dicendo che violava i miei diritti di copyright e lei ha fatto la galletta.

Vai vai, si.
Poi ho segnalato legalmente, e a quel punto oh, il braccio figo della legge ha fatto la sua porca figura.

Ho persino interagito via mail con un vero umano che lavora per facebook. Per dire. Brava gente.



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la rivoluzione rossa

La suola rossa, la prima volta che l’ho vista, è stato su Angelina Jolie, che super easy e chic con un paio di slim neri era andata a prendere Maddox al primo giorno di scuola a New York. Son momenti dove il tuo mondo subisce una variazione dimensionale. Ti si apre una porta dentro. E fuori. E tu cadi nel vuoto.

La suola. Rossa.

Muori.

Poi successe che tutte le star si sono messe alla suola rossa e tu ti dici si vabbe’ mo’ ce le hanno tutte, pffff.

Poi succede che lui continua a fare dei modelli pazzi pazzi pazzi con questa suola rossa rossa rossa e tu soccombi.
Non puoi fare altrimenti.

Sei rapita, le vuoi, le vuoi, le vuoi. Non sai perché percome ma le vuoi fortissimamente le vuoi.

Ho una teoria tutta mia sulla suola rossa. È un roba fortissima.

Vorrei intervistare Monsieur Louboutin a proposito della mia teoria.
Vediamo se mi riceve.

Stay tuned ;)



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il libro della Spora, a gennaio siore e siori

Quand’ero piccola volevo fare l’architetta ma anche la scrittrice. Ma prima ancora, da davvero piccola volevo fare i documentari in Africa e anche la cassiera del super del paesino dove abitavo in culo all’Argentina. La cassiera, capisci, era un sacco tecnologica all’inizio degli anni ’80: aveva le unghie laccate con lo smalto e batteva a rumorini meccanici una cassa che non era una cassa bensì una macchinetta di quelle con la manovella per far avanzare il totale tipo le marce dei motoscafi. Non faceva manco dlin, no. Per me era una roba da Guerre Stellari. Quindi la massima aspirazione, non sapendo che un giorno sarei diventata una geek attaccata al computer, era fare la cassiera. Per via della tecnologia, capisci.

Poi, come in tutte le storie di successo, l’eroessa ha un sacco di sfighe: a 14 anni rimane da sola con padre e sorellina di 9 anni, poi al liceo è una sfigata che diomio manco a disegnarla, poi ha pure un incidente a sciare ed è deformata a Gobbo di Notre Dame e per un po’ di mesi e va in giro coi capelli davanti al muso e gli occhialoni da mosca. Tipo Beautiful quando c’hanno gli incidenti. Il padre si mette con una signora stronzissima detta Mortisia che le fa le peggiori scenate tipo matrigna di Cenerentola tipo mettere il contascatti nel telefono di casa ed attribuirle tutte le telefonate che il suo figlio adorato non segnava mai. Oppure non comprarle i libri di scuola né volere che il figlio le presti il suo di inglese, lo stesso: “perché mamma ha detto che me lo sciupi”. Subisce un tentativo di agressione sessuale da un signore ma se la cava, che le agressioni sessuali sono in tutte le storie che si rispettino altrimenti sei una fighetta di nulla. Poi la ricoverano un anno a scatti in ospedale a Livorno per problemi ai reni e non si sa se le dovranno fare il trapianto e quelle cose tipo la dialisi i dottori non capiscono un cazzo e intanto boccia. Che sfiga. Poi decide che vaffanculo non ha niente ai reni e le passa tutto. Misteri delle telenovele. In analisi, molti anni dopo, capirà che era una conseguenza psicosomatica alla sfiga. Poi non si sa come passa la maturità con 36 e poi in facoltà prende solo 30 e pure la lode. Questi sono i miracoli che nei film passano così, come cose ovvie tipo pene del contrappasso ma in realtà è roba da film. E invece no: prendeva 30 solo agli esami fichi di architettura, mica a matematica eh, toh. Il fatto che adesso insegni geometria descrittiva e Fisica applicata rileva della presa per il culo, ve lo assicuro. O del vero contrappasso karmico. Passons.

Insomma l’eroessa si laurea con le lodi e i cazzi e i mazzi a Parigi perché nel frattempo, vuoi mettere, va a vivere a Parigi e fa la ragazza alla pari che fa nettamente piùffigo e alternativo che non l’Erasmus a fare il botellòn a Granada scusa eh. E poi si sposa, ovvio. In Balenciaga, se permetti.
A quel punto sembra la storiella tipo alla fine delle telenovele dove la tipa sfigatissima è diventata una figa of the madonn con il figo of the madonn della soap che si chiama Giulio Adalberto, tipo. Anzi Juan Carlos de Dios Guzmàn de las Casas, ecco. Un pisello grosso così e tutto, ovvio dài abbuoniamogliela che tanto è un film.

Poi invece no, era troppo bello, ci sono i colpi di schiena: l’eroessa subito dopo il matrimonio voleva fare un bambino e invece col cazzo, c’ha il cancro da copione. Poi finito il cancro è sterile ma no, insomma no ma non funge per via di cose inspiegabili chimiche ma oh, è una telenovela quindi vale tutto. E allora lui la molla perché vuole fare i figlioli trombando, mica con la provetta e lei si sente un sacco sfigata. La sua capa al lavoro ci mette del suo facendole mobbing aggratisse tipo con frecciatine sull’infertilità e prova a farla licenziare per non professionalità. A quel punto siamo al pathos più totale, bellissimo, piangono tutti e il padre vuole pure venderle la VespaLucilla che “tanto non la usi”. La beffa. Ma lei invece s’incazza come una biscia e lì son cazzi vostri perché lei dal cancro si era aperta un blog.

Lo sporablog.

La Spora è una tipa tostissima. D’altronde fa tutte le cose fighe che Veronica non riesce a fare. Un alter ego con le contro-ovaie insomma.
La Spora comincia a portare i tacchi e scopre di camminarci troppo ayeah quindi fa il 12Camp e poi la Stiletto Academy con Dania.
La Spora è talmente figa che la chiamano a scrivere per vanity fair online. Ma poi non le piace non poter dire le parolacce e smettono.

Poi un giorno arriva una casa editrice of the madonn e le manda una mail alla sporabloggmail dicendo: senti sei figa, lo vuoi fare un librino con noi?

Certo che domande. Bagno le mutandine e riporto due.

Esce a gennaio e parla di cazzate importantissime. Robe tipo i basici del guardaroba, ma non quelli che pensate voi. Con una biografia così era ovvio che scrivevo di cazzate girly, no?

Stay tuned ;)



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slasher

Non so più quant lavori ho. Troppi. O troppo pochi. Sono tutti diversi eppure hanno un filo conduttore che fa le lucine, come quelle di Natale.

Mi sto lanciando in avventure bellissime con una nonchalance degna di nota. O forse è incoscienza. E comunque sia è pieno di cosine da tipa frou frou.

Che quando ti togli di dosso lo zaino di pietre la vita vola alto, e tu con lei.

Il 2012 spacca il culo ai passeri, ve lo dico.
Siano lodati il #DioDeiManager ed il #DioDeiSingol

Imen.



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