Bangkok

Hua Hin però è piena di vecchi che girano con giovanissime locali, non era un bel vedere.

Ieri sono tornata qui a Bangkok in un hotel mini, esclusivo, antique, sgamo e meraviglioso: The Asadang.

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Quindi niente più muta di lycra antimeduse né occhiali da robocop, bensì un look fifties perché il piano prevede posti meravigliosi tipo la casa di Jim Thompson, dove sto prendendo un lemongrass juice davanti al bacino delle carpe, e domani il mercato delle orchidee. Più chic muori.

Il look è la mitica gonna fifties che avevo preparato e che sabato riciclai, in anticipo, per la festa in maschera. Ho portato due camicette di cotone egiziano. La granny purse è vintage, presa a Bruxelles.
Ai piedi delle zeppe seventies: A) perché Bangkok è accidentata e ti tengono su i piedi dagli schifi e B) perché ci posso fare i chilometri.
Sono particolarmente fiera di questo… posso dirlo? Lo dico? Vabbe’ dài per una volta che gioco a descrivere i look lo dico: outfit. (uff!)
No ma vi pare che andrei in giro come una banale turista occidentale in shorts, birkenstocks, cappellino e marsupio? Ma siamo matti?


Hua Hin

Prima tappa del viaggio, tre giorni di kitesurfing.

Atterrata a Bangkok alle 10.15 c’era un autista ad aspettarmi col cartellino “Spora”. Pochi cazzi, mi pareva piùffigo quello che Miss Benini. Honestly.

Avevo prenotato una guesthouse che pareva un amore. Il fuori lo era, la stanza bof. Ma chissene, tanto sto sempre in acqua!

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Tre ore di macchina dopo (dove ho continuato a ronfare) ero operativa sulla spiaggia di Hua Hin con la mia coach che si chiama Fon. Fon come l’asciugacapelli. Lei ha detto Phone come il telefono, in inglese.
Ho fatto qualche volo notevole, ma a fine giornata la voce stridula di Fon mi scassava i timpani. Ste thaï hanno la voce a piffero più di me, il che è tutto un programma.
Me la sono tirata ammorte sulla spiaggia perché ci sono zero tipe sui kite. Ma i tipi pare fossero tutti occupati quindi big fail. Anyway.

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A Hua Hin c’è il palazzo estivo del Re, quindi è THE Riviera Sgamo. A parte la zona dei pontili coperti coi ristoranti, be’, il mare è verde. Ma verde brutto schifoso, eh. Io l’ho scelto perché era lo spot più vicino a Bangkok, che ci torno sto WE x vedere i mercati domenica. Ma a parte sguazzare col kite, col cazzo che ci farei una nuotata, per dire.

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Ma per il kite è royal. Marea tranqui, vento costante, spiaggione infinito, nessun ostacolo per decollare. Consigliatissimo.

Il primo giorno sono stata una mina e la sera son pure andata a vedere la Mouay Thaï, la bixe tailandese. Se le danno bene, soprattutto coi calci. Io non è che ami la boxe, anzi la odio. Trovo che non sia uno sport ma una barbarie. Ma la thaï va bene. È stato fico dopotutto. Eppoi Huai Hin era deserta, non avevo nient’altro da fare, ammettiamolo.
Che qua non si tromba, ve lo dico, e vedere sti qua tutti imbalsamati di tigre coi muscoli scintillosi a fare a pugni come se non ci fosse un domani, be’, era un bel vedere.

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Eppoi ci sono i massaggi. Ora non è che io ne abbia fatto uno al giorno, eh. No. Certi giorni ne ho fatti pure due, e pure il gommage, o pedicure. Egerto.
Ho provato sia le piccole SPA che i massaggi dei bagni coi lettini sulla battigia. Nelle SPA sono più brave, sulla spiaggia va benone eppoi oh, c’è il mare e stica.

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Lo so, fa schifo vero? Haha.


#DioDeiSingol e i dieci comandamenti per le feste in maschera

Ormai se tipo vai a una festa e non c’è un dress code, un tema, be’, non è che sia proprio una festa. A volte ti dici mapporcalamaronna cheppalleeeeeee. Ma alla fine lo fai.
Che alla fine, poi, dài che ti diverti.
Ormai comincio ad avere un po’ di esperienza e ne ho tratto delle conclusioni. Questo sabato ne ho una  “Quello che non sarete mai”. Mi sto scervellando per conciliare il tutto con qs di übersexy.

1) Se ci andate col tipo fatevi la maschera di coppia, che so Superman e Supergirl, Tarzan e Jane. Così le altre singols lo vedono subito che quello li con gli addominali di schiuma termoformata, be’, è occupato. E che voi avete i raggi fotonici negli occhi e vedete anche attraverso i muri, se ci provano. Tsk.

2) Se sei singol ci sono un sacco di cose da tenere in conto: in primis non ti puoi vestire da Maestro Yoda o lottatore di Sumo. Devi far vedere le curve, perdinci. Sei li per limonare. O no?

3) Coniglietta di Playboy, Catwoman o stripper solo se avete un culo veramente sodo. Altrimenti fate piuttosto Cenerentola col gonnellone tappa-culo e il corpetto che vi strizza fuori le tette.

4) La suora è un evergreen se volete la limonata garantita. Ci proveranno tutti, sai le storie dei tabù etc. Eppoi c’è sempre il prete, perché basta una camicia nera e un cartoncino bianco.

5) Se è estate evitate la surfista sexy con la muta o supereroi fitted. Lo so che sotto la muta ci potete mettere la guaina e le mutande che vi fanno il culo brasiliano. Ma schiatterete di caldo. Quindi NO.

6) Come arrivare alla festa: due opzioni. O assumete e ci andate costumate, ridendo e scherzando sul tram/metro, oppure vi mettete un cappotto lunghissimo. Oppure vi cambiate sul posto, dipende dal costume. Ho dei ricordi bellissimi con altri 3 amici, tutti vestiti da Spice girls sul treno Firenze-Livorno. Abordaggi a pagamento inclusi. Bei momenti, meglio della festa.

7) Giocarsi la carta del costume al 100% o fare qualcosa di leggero? Nel senso, se siete amanti dei dettagli vi potete fare un costume super figherrimo con tutti gli sgami e gli accessori e sarete ayeah. Ma se arrivando alla festa e ci trovate gente coi costumi di quelli a nolo orrendi sintetici o peggio due dettagli accozzati all’ultimo minuto tipo il lenzuolo coi due buchi a fantasmino, be’, vivrete “un grand moment de solitude”. Informarsi sulla fauna attesa, e le loro abitudini.

8) L’opzione “dormo fuori” non è da sottovalutare. Se tipo vi vestite da tipa blu di avatar, avrete la faccia blu e già lascerete la faccia blu anche a chi limonate (seppoi ne testate un paio prima di scegliere vi sgamano subito, no-no combinéiscion), ma se poi in più se andate a casa sua, lui di sicuro non avrà lo struccante. Prevedere quindi un costume adatto alla trasferta.

9) Il senso dell’umorismo: how to. Se siete scienziati ed andate ad una festa di gente civile vestiti da Effetto Doppler (ved. Sheldon in TBBT) be’, vi prenderanno per Zebra e non sarà un bel momento. Alle medie mi ero vestita da ballerina classica grassona, imbottendomi tutta. Nessuno capì. Una volta però mia zia si è vestita da “rialzo del dollaro” con un cappello verde coi dollari volanti e le lucine warning a pile ed è stato un successone al Rotary. Dipende dal contesto, dài.

10) Mai sottovalutare di andarci anche per divertirvi fregandovene delle limonate, facendo magari una maschera comune con un gruppo di amici. Ricordo il Titanic in due pezzi più l’iceberg, tutta la sera a pogare affondando. Figherrimo.

 

AGGIORNEISCION: look Sporadico “Mad Men’s Betty” ovvero la casalinga perfetta (che sbotta). Se trovavo un fucile lo portavo, come alla fine della prima serie. Ayeah. I muffins ovviamente comprati al super e incollati al vassoìno con la colla a caldo.
PS: il look casalinga fifties fa troppo mammina quindi non ho limonato finché non son rimasta in sottoveste. Sconsiglio vivamente.


ri-ciclo

A Parigi c’è sta cosa che la gente è per bene.

Tipo che un giorno al mese, stabilito per quartiere tipo che so, “le second mardi du mois”, be’, la gente fra mezzanotte e le nove del mattino o similia, può lasciare sui marciapiedi ogni tipo di oggetto che non vuole più, in modo che i camioncini del comune li portino via. E però dipende molto dai quartieri e trovi delle cose piùffighe che ai marchés aux puces. Io ovviamente mi dimentico puntualmente del secondo martedì del mese, e pensare che si trovano dei mobiletti antichi niente male, per dire. O dei cigni di ceramica. Roba di un certo calibro. Roba che noi hipsters-bobos gente sgamata insomma che odia avere roba dell’Ikea in casa ma anzi manco del Conran Shop che rischi di trovarla anche a casa di amici no ma ti pare? be’, ecco, roba che da noi fighetti è considerata il vero unicorno dell’arredamento: i pezzi rari ed unici, dàirectly from de fìftis. Or séventis. Anche eitis, eh, dipende dai pezzi voglio dire, devi anche far vedere che sei un sacco originale.

E poi è gratis. Oh.

A Parigi c’è sta cosa che la gente è per bene. E per bene intendo che prima di dare i vestiti alla caritas li mettono in un sacchetto, profumati di pulito, nel locale “poubelle” del loro palazzo. E questo lo fanno per farne “profiter” agli altri condomini. Il locale poubelle, poi, anche lui profuma di pulito, perché i “concierges” lo tengono lindo.

Sta cosa dei locali poubelle lindissimi e profumati capita solo nella corte della mia amica (dove sono rintanata causa bronchite e rottura modem del Loff), nella Cour de Bretagne, che dalla strada, la Rue du Faubourg du Temple in piena Belleville, be’, col cazzo che con quel casino e gli arabi e i cinesi e le boutiques di reggiseni majalissimi, eh, col cazzo che dalla strada te lo immagini che oltre al portone c’è la corte da sogno. Silenziosa, pulita, fighetta, con le piantine in vaso, i tavolini fuori dalle porte, il selciato ammazzatacchi d’antan e i lofts. I mega lofts.

Quindi ovvio con tanta gente sgamata e figa si pagano uno che tiene lindo pure il local poubelles. Tipo che profuma di lavanda.

Ma dicevo, pure gli abitanti sono gente perbenino perché lasciano i vestiti puliti e carini. Hanno senso civico e sociale, loro.
Abito a Parigi da undici anni e continuo ad essere sorpresa da certi dettagli che non è che dici ecco son cose crucche. No. I crucchi lo terrebbero pulito, certo, ma non col profumo di lavanda, capisci? Son cose che ti fanno sperare in un futuro migliore. Un futuro dove trovi un sacco di roba figherrima pulita e aggratis.

Oggi siamo scese a buttare la poubelle e paf, vediamo sto sacchetto shopping posato li, e manco per terra, eh, no: su una sedia. Infilo il naso dentro, odorino di lavatrice.
Annaspo un po’: dei vestiti vari, pochi. Chiappo un paio di Lee grigi délavés stile Kate Moss skinny ma boot cut troppo sgamo.
Be’, ce li ho addosso, sono della taglia che più giusta muori e mi fanno un culo dellamadonna.

Paris je t’aime, ouais.


la contessa rampante

Quando ero piccola vivevo sugli alberi.
Come ogni bambino che si rispetti avrei voluto dormirci, ma a fine pomeriggio venivo trascinata nella vasca da bagno, dove l’acqua diventava sovente marrone.

Ero una bambina coi controcazzi, io.

Adesso sono grande ma ancora ho 4 anni dentro, soprattutto quando si parla di alberi. Alberi e giungle.
La cosa fica, quandi di anni ne hai una trentina in più, è che non devi più chiedere alla mamma di farti dormire sull’albero. Né al papà di fartela, sta cazzo di capanna. Non c’è cosa più semplice che di avverare i sogni da bambina. Perché spesso è una questione di apertura mentale, più un po’ di soldi e un sano menefreghismo. Ayeah.

Quindi adesso, qando sono un po’ giù, penso ai sogni che avevo quando ero piccola, quando il mondo era quella cosa astratta e vivevo seguendo la mia imamginazione senza i tabù che ti inculcano le maestre a scuola e la società. L’età dell’innocenza, sort of.

Quando ti rendi conto che la maggior parte di quei sogni, di quei “peccati” li puoi avverare anche ora subito adesso, be’, ti dici cazzo adoro essere adulta!

Lista non esasutiva, accomplishment in buono stato di avanzamento:

Dormire sull’albero.
Salire sui tetti.
Volare.
Saltare dal tetto con l’ombrello (magari un paracadute. da un aereo)
Disegnare con la tempera sui muri della stanza.
Avere un trapezio dentro casa.
Anche l’amaca, dentro casa.
Anche l’altalena e lo scivolo, in casa.
E il palo dei pompieri!!
Nuotare coi delfini.
Avere un leone domestico.
Mangiare serpente.
Fare la fotografa per il National Geographic.
Avere le unghie lunghissime e rosse.
Camminare sui tacchia  spillo. (hehe)
Guidare il motoscafo d papà.
Sciare sull’acqua.
Fare la pipì senza scendere dal cavallo (questa è un casino)
Impennare la bici, farci le sgommate sul ghiaino.
Buttare l’acqua dalla finestra, sui passanti.
Fare la pipì sempre fuori in giardino.
Cenare crême caramel. Ebbasta.
Mangiare tre uova alla coque.
Giocare alle bambole cambiando un sacco di vestitini per ore (leggesi “shopping”)
Stare dentro la vasca da bagno forever, anche se le dita fanno le grinze.
Mangiare a letto, mangiare nella vasca da bagno.
Fare la pipì in piscina.
Fare la capanna con la cuccia in salotto.
Passare l’intero weekend in pigiama.
Buttare i vestiti per terra (have you ever trombed? yeah)
Saltare sui letti e fare le capriole (con e senza doppi sensi)
Andare a letto senza lavarsi i denti.
Andare in giro scalza, dentro e fuori.
Girare nuda in giardino.
Non comprarla nemmeno, l’insalata.
Restare in spiaggia fino al tramonto.
Uscire senza mutande.
Nuotare al mare nuda.

etc., etc…


Caro Babbo Natale 2.0

Caro Babbo Natale son già due anni che sono Singol e che non mi caghi di striscio.

Mi chiedo se sia il caso di chiamare il telefono fucsia.

L’anno scorso poi sei stato un pacco: avevo chiesto un toyboy su friendfeed e tu me l’hai mandato, bravo, ma è durato una volta e puf. Ma ti pare? Non aveva manco la garanzia.
Speriamo via blog funga meglio. Ci provo anche su twitter magari.
Non che prima funzionassi bene, eh, facevi dei regali orrenderrimi ma tant’è, ormai è passato. Ma io voglio i regalini sotto l’albero, nel Loff , il 24 a mezzanotte ora locale.
Io intanto sarò a Bangkok, ma non me lo portare laggiù che mi tocca pagare l’eccesso di bagaglio e sarò già übercarica.

Quindi quest’anno, siccome sono buona e non voglio rompere chiedendo un Uomo Vero perché tanto si sa, quelli sono tutti prenotati, be’, portami un microonde d’acciaio. Col grill.

Giao eh.


puttan tour

Quando a trent’anni ti annunciano Madame, vous avez une tumeur, tu ti dici no ma ti pare?
Il cervello all’inizio si annebia un po’.
Poi ti torna la vista. E rivedi il dottore davanti, con quell’aria neutra.
E istantaneamente ti dici cazzo, qua non ho un secondo da perdere.

Il medico in quel nanosecondo ha solo avuto il tempo di dire A, e quando torni in te ti sta proponendo un trattamento, un’operazione, insomma ti fa la sua offerta.

In quei momenti il tuo cervello va a cercare nella memoria un ricordo che ti suggerisca come reagire. Il problema è che nello scomparto “annuncio tumore” hai registrato solo scene di film. Le migliori a dire il vero sono quelle delle telenovelas venezuelane. Pianti, grida disperate, gente che si rotola per terra, mascara che cola, testamenti e lotte di successione. Diomio a chi lascerò le mie scarpine? Occazzo, ma devo assolutamente trovarmi una parrucca, ma fatta con capelli veri, ma ti pare che io vado in giro con le parrucche di plastica? Ma stiamo scherzando?
Non prendete spunto dalle telenovelas venezuelane, però. Quindi meglio i film. E quindi nei film cosa fanno?

Nei film fanno il puttan tour.

Il puttan tour è quando vai a chiedere pareri ad altri luminari della scienza. Che tu vuoi trovarne  uno che ti dica Ah ma no, io farei solo un’iniezione di LSD e via, per dire.

Il culo, a Parigi, che nella sfiga io son di quelle che hanno sempre avuto culo, be’, a Parigi oltre alle cliniche private, dove peraltro ero, ci sono due centri oncologici übersgamatissimi: l’Institut Marie Curie ed il Gustave Roussy. Tutto aggratisse con la sanità pubblica. Quindi vado su internet, segno il numero di telefono, chiappo il cellulare ma prima dichiamare mi preparo un discorsino putente per essere sicura di essere ricevuta subito, tipo per fargli venire l’acquolina in bocca, che un tumoretto bello ciccio di 3 livello come il mio ormai non lo vedono più, perché di solito lo trovano sempre allo stadio pre-cancerogeno.

Cheppoi il puttan tour è una cosa veloce, cioé glielo chiedi dal finestrino quanto ti danno, no? Te lo devono dire subito, che tu devi trovare l’offerta più conveniente. Tsk.

“Bonjour j’ai trente ans et j’ai une tumeur au col de l’utérus. Puis-je venir pour avoir un deuxième avis?”
Bingo. In tre giorni ho avuto altri due pareri, molto ma molto meno devastanti tra l’altro.

Quindi miei cari bambini: puttan tour tutta la vita. Literally ;)

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La Spora ha avuto il cancro 5 anni fa ed ha creato lo sporablog per militare per la prevenzione e depistaggio, qui. Adesso sta benissimo, thx :*


Le ali

Sono cresciuta in una casa con un parco enorme. Enorme come lo può essere in Argentina per noi italiani, quindi piccolo per gli ettari sudisti.
50, direi oggi.
Ma a quattro anni non hai misure. Gli ettari, i metri, l’altezza delle case, non hanno un’unità definita. Niente è troppo grande né troppo piccolo perché non c’è un prima, è tutto un adesso. Al limite dici mami quanto manca?

Vivevo allo stato brado. Coi Wrangler e a petto nudo. Spesso scalza. La mamma mi metteva i vestitini a punto smock e le scarpine blu per andare ai compleanni. Ero un amore coi boccoli biondi.
Ma invece no. Non ero un amore.

I compleanni mi piacevano un sacco, quelli dei maschi, perché era il 1980 e c’erano i trenini e le piste di macchinine elettriche col telecomando.
A casa col babbo giocavamo ai cowboys e gli indiani. Quelli di plastica, taglia soldatino, ma con le pistole e le piume da attaccare. Avevano i cavalli. Quindi c’erano a forma seduta e quelli in piedi. Questa cosa dei cowboys seduti non mi piaceva, non era per niente virile. Eppoi vincevano sempre gli indiani, che secono noi erano gente meglio.

A un compleanno c’era sta bambina che mi disse “Mia nonna mi ha detto che sono la bambina più bella del mondo”
Ma che dici? Sono io la bambina più bella de mondo, e me l’ha detto la mia, di nonna!
L’ho presa per le trecce, piangeva fortissimo e me l’hanno dovuta staccare con la forza.

Le giornate estive non hanno una localizzazione precisa, nei miei ricordi. L’io bambina la mattina dopo il latte col nescao diceva ciao Ma’,  vado a giocare fuori. Coi cani.

Fuori.

Fuori c’erano gli eucalipti. I temibili espinillos. I serpenti Yararà. I cinghiali e le iguane. Sono cattivissime, le iguane.
Potevano passare delle ore prima che tornassi. Andavo sempre più lontano. Andavo alla scoperta del mondo, forse per capire se era “finito”. Mi sembrava non finisse mai. Ogni tanto sentivo il fischio di babbo per i cani e, come loro, m’immobilizzavo alzando le orecchie e mi dirigevo di corsa verso l’origine del suono. Sentivo il frusciare di foglie nella macchia ed i cani mi raggiungevano scodinzolando per quel sentiero invisibile, dettato dal richiamo.

Non c’era frutta, nella macchia della Sierra. Niente. Ogni tanto mi scappava pipì. Ricordo che volevo farla in piedi perché da seduti non era fico, che mica ero uno dei cowboys seduti, io. A volte mi riusciva, a volte no. Dipendeva dai giorni. Non era soddisfacente. Ma per niente.
Spesso giravo con l’arco e le frecce. L’arco l’avevamo fatto col babbo, con un ramo di carnaubo credo. Le frecce erano altri rametti, ai quali babbo faceva le punte affilatissime col coltello e io raccoglievo le piume di cotorra verde nel frutteto, da attaccare dietro. Come le vere frecce degli indios. Era tutta una cerimonia, fare le frecce. E però partivano sempre storte. Ogni tanto finivano contro un albero ed ero troppo felice.
La fionda invece ci serviva per cacciare via i cani che rodavano intorno alla nostra dogo in calore. Se gli centravi le palle erano tipo millemila punti.
Cheppoi ci pensava il dogo, a farli fuori. Sono cresciuta con questa idea che tutti i cani si battevano in lotte mortali e alla fine uno dei due moriva o scappava.
L’altro. Perché il dogo è un cane da combattimento, ed è stato progettato per battersi coi cinghiali, che a fine ’800 passavano in mute enormi sui campi distruggendo tutto.

I cani coprivano le cagne, a volte dopo una lotta estenuante. I cani uccidevano gli altri cani. Tutto normale, era la matrice della natura. Ero spettatrice curiosa.

Un giorno sono arrivati degli amici da Baires. C’era pure questo bambino poco più grande di me. Non ne avevo mai visti e me ne sono innamorata, come solo a quattro anni puoi fare: in adorazione.
Adorazione durata si e no mezza giornata, che questo qua non era mai salito su un eucalipto. Cioè: l’eucalipto, che è liscissimo ed ha rami fin da sotto che sali come su una scala a pioli.
Un pirla sto bambino.

Un pomeriggio la mamma del bambino mi chiede di regalargli l’arco. Dico no, è mio, che glielo faccia il suo papà. Lei insiste, bottana indushtriale, dicendo che non sta bene alle signorine di usare arco e frecce, che è roba da maschietti. Non capivo, ma se manco lo sapeva usare!
Mia mamma per evitare che lo picchiassi mi disse autoritaria “Daglielo, ne farete un altro”.

L’arco dev’essere finito appeso al muro a prendere polvere nella cameretta cittadina.

Credo sia stata la fin de l’insouciance.


pedagogia? quale pedagogia?

Uno dei miei 5 lavori è fare la prof di geometria descrittiva e fisica applicate. Non immaginatevi chissà cosa. Applicata vuoldire che facciamo prendere conoscenza dei volumi e degli spazi, dei materiale e del comportamento dell’energia. Divertendoci.

Niente a che vedere col Corazzi a Firenze e i ribaltamenti (di piano, che andate a pensare).

Il primo anno è divertente, li vedi sbarcare al primo workshop tutti timidi che ti fanno: “Madame…est-ce que je peux le faire en bleu?”Tu non sai se darli un benevolo calcio nel culo, dirgli che non siamo all’asilo, dir semplicemente di si, o fare lo sguardo assassino. Oppure girarti dall’altra parte. Normalmente rispondo:

“Ma siete fuori? Certo!  Siete qui per divertirvi “pour vous éclater. Alors éclatez vous, bordel!”.

Sono una prof fuori dalle righe. Sti regazzini sbarcano dal liceo e voglio dire, il liceo l’abbiamo fatto tutti e siam sbarcati tutti in facoltà ma al giorno d’oggi sono viziatissimi e la scuola francese è troppo inquadrata. Al punto che si domandano se una superficie la possono tingere di blu. O no.  Cioè.

La differenza del liceo con le facoltà di architettura, cheppoi facoltà non sono, sono Ècoles, be’, è abissale. Siamo all’anarchia più totale. Se in architettura non ti regoli da solo, rimani schiacciato dalla mandria, sparisci. Qui addirittura la gente viene bocciata. Ripetono l’anno. E non puoi ripetere all’infinito. Se non sei bravo fuori dai coglioni, lascia il posto a chi lo merita.

Oggi, sabato, abbiamo finito un workshop di geometria sulle superfici a doppia curvatura. Dovevano realizzare una superficie unica con dei collants o altre membrane elastiche o meno. C’è chi ha scolpito col DAS, o chi ha fatto bolle di sapone su un telaio in fil di ferro curvo, chi ha fatto girare un arco in fil di ferro con un motorino, e solo acceso descriveva un pallone di rugby allungatissimo (my favorites). Poi dovevano rifare la superficie in scala più grande “discretizzandola” ossia realizzandola con un materiale piano: cartone, carta, etc. Il fatto di dover realizzare la doppia curvatura con un elemento piano, che cioè ammette solo una curvatura semplice, ti porta a ritzgliarlo con delle forme curve precise, per sposare la forma complessa. Ci devi pensare un bel po’ e non è che puoi fare alla cazzo, ci sono delle regole geometriche da rispettare. Come in taglio e cucito. Spesso rimangono bloccati per mille motivi. Ed è li che lavoriamo noi. Bisogna sbloccarli e farli avanzare, ma senza dirgli chi è l’assassino.

Oggi ho detto due cose interessanti, che rispecchiano la mia idea di pedagogia funky. Cheppoi spesso mi tengo i lavori piùffighi, tipo questo qua. Cheppoi mica lo faccio apposta, mi escono così.

Tanto gentile e tanto onesta pare sta prof quand'ella altrui corregge. Einvege.

” Non voglio più sentire il prof A ha detto cip e Lei dice ciop. Siete qui per sbagliare. Se credete nel vostro progetto e i prof vi dicono boh, andate avanti lo stesso e difendetelo. Se alla fine non va bene non importa, siete qui per imparare: imparare sbagliando e difendendo le vostre idee. Credeteci e battetevi, porcaeva.”

“Quindi non avete fatto di meglio perché il cartone non ve lo permetteva? E da quando in qua sono i limiti di un materiale a condizionare l’attuazione delle vostre idee? Siete voi che fate un progetto, non il materiale. Se un materiale non risponde alle vostre attese è colpa vostra, non sua: cambiatelo. Su, muovete il culo e rifatemi sto schifo.”

Li per li ti guardano stupiti, ma poi li vedi che il cervello fa click,  ingranano e vanno avanti. Vivono in un mondo troppo ovattato. Ho sentito di studenti non bocciati perché i genitori si erano lamentati degli odii profondi dei prof. Nessuno che abbia preso la mamma da parte e le abbia detto “A Signo’, forse è meglio che vada a zappare l’orto bio di casa, no?”.
Un po’ di scossoni non fanno male. Sono rincoglioniti, non hanno punti di riferimento, hanno solo 17 anni. Se li tratti con dolcezza non fai che perpetrare la loro nebbia interiore, mentre sono a scuola per imparare qualcosa, per tirare fuori il meglio da quel cazzo di cervello che non ha finito di cerscere.

Siamo in Francia. Gli altri prof sono meno sboccati, meno diretti e attaccano i pipponi sulle teorie geometrico-matematiche. Vedo gli sguardi vuoti di questi esseri brufolosi e mi dico che devo continuare a frustargli il cervello, per il loro bene.
Per ora non mi licenziano. Buon segno.


Parassita

In natura ci sono i parassiti. Quelli buoni che ti liberano delle briciole e quelli cattivi che ti succhiano il sangue.
Quelli che succhiano il sangue non ti vogliono morto. Perché gli servi vivo.

La gente che ama la musica ha gusti ben precisi. Fanno le raccolte meticolose e son passati dalle cassettine ai ciddi all’ipod in anni e anni di lavoro continuo.

A me è sempre piaciuta, la musica.
Ma non l’ho mai coltivata per conto mio.

Perché io sono una parassita musicale.

Da piccola rimettevo il vinile del Dave Brubeck’s Quartet. Mi piaceva un sacco il take five. Mi fa decollare tutt’ora, mi ricorda il mio papà.
Eppoi i Beatles di mia mamma, Soul in vinile, che s’incantava sempre allo stesso punto e io lo sapevo e però mi aspettavo che magari un giorno paf, magari mi fregava e saltava altrove. O magari guariva.
Cheppoi sta cosa dei vinili era bella perchè magari la canzone era finita in sordina e non te ne eri accorta che non c’era più musica e dopo un bel po’ di giri, paf, ti rendevi conto che invece era finita ma non il suono, non il vinile. Il vinile esaltava il silenzio con quel gracchiare scostante e ciclico, ipnotizzante; e al risveglio anche violento, un po’ come Michelangelo che finita una scultura ci dava dei colpi bruti per fermare lo sguardo sulle superfici troppo lisce e scivolose.
La fine sorda del vinile fa vibrare il silenzio.

Noi parassiti musicali succhiamo la musica a chi amiamo. Dopo i genitori son passata ai ragazzi. Ho tuttora una cassetta con una scelta sacra di pezzi dei Metallica fatta da un lui coi brufoli, pezzi scelti da lui e che però sono perfetti anche nell’ordine cronologicamente sconvolto.
Poi l’amore ha tante forme, ho un CD di Wim Mertens della mia migliore amica. L’ha fatto lei. Su mia richiesta.

Il mio ex marito mi aveva incollato della roba sua in un lettore mp3 farlocco perché secondo lui, non coltivando la mia propria musica, non mi meritavo un ipod. Quindi non me la caricava tutta, solo un po’. Lui ovviamente coltivava la sua musica facendo scelte über di nicchia. Io parassita ci sguazzavo dentro e lo amavo anche per quello. Lui non capiva come potessi accontentarmi delle scelte altrui ed era geloso della sua costellazione personale.

Lui non capiva che noi parassiti scegliamo bene le nostre prede.

Poi l’anno scorso mi son comprata questo iphone. Questa cosa dei giga dell’iphone ti fa venire la vertigine.

E un giorno, non molto tempo fa, ho visto passare sull’iphone delle playlist stagionali di un mio amico virtuale di twitter che mi diverte molto perché è fuori di testa più di me. Ho scaricato. Mi è piaciuta un sacco e, contrariamente al modus operandi amoroso, mi sono servita in tutta impunità. Devo dire è stata una sorta di epifania musicale parassitaria. Adesso siamo amici. Mi fido ad occhi chiusi di ogni mega che mi ha travasato sull’hard disk. Ogni mega che lui ha scelto, ascoltato e messo in una determinata playlist per un motivo preciso e che capisci al volo un pezzo dopo l’altro. Eoni di lavoro.
Se mi mettessi al suo posto credo che mi sentirei un po’ violata.

Ma lui ha capito che esistono i parassiti.
I parassiti che scelgono bene le loro prede.

 

 

Quando il Many lancia un giochino di Disappunto, io gioco :)