In un susseguirsi di sguardi e accenni, un’impercettibile filo traslucido li avrebbe guidati, flebile, a un incontro. Lei lo sperava. Lo sapeva. Lo voleva.
Degli amici in comune dopo la conferenza parlavano del dove andare a pranzo.
Lei alza la testa all’erta, impercettibilmente. Le orecchie e il naso eccitati. I capelli si drizzano pur restando domati dallo chignon secco.
Si avvicina alla collega che aveva proposto a tutti di andare a mangiare insieme.
Anche lui si avvicina. La guarda con quello sguardo grande, lei si sente inghiottire dentro.
Si arma di coraggio e fa una cosa difficilissima, si arma d’adrenalina e si tuffa, prende aria a pieni polmoni, spalanca gli occhi non ci pensa e allo stesso tempo ci pensa eccome e apre la bocca e chiede a lui con l’aria allegra se conosce un posto carino dove mangiare, per tessere quel filo, per aprirgli la porta, per esistere in quello sguardo dove era caduta.
Prima di poter rispondere lui viene inghiottito in una conversazione estranea a cerchio, quel turbine appena definito che rischiava di dissolversi ad ogni momento nella fiumana di persone che si alzavano, mischiandosi.
Potevano sparire nel nulla.
Lui viene risucchiato da quella conversazione estranea, lei lo osserva defluire con impotenza.
Lui la guarda con un occhio obliquo da lontano, afferra lo zaino e cerca qualcosa, come per sbrigarsi, come per far capire che non vuol perdere l’altro insieme dal quale si è appena staccato. Cerca un biglietto da visita, forse, pensa lei che lo guarda a intermittenza fra le teste che si agitano nella distanza che li divide, quello spazio fra di loro, quelle teste in quell’emulsione eterogenea che si aggrega velocissima in grumi.
Lui, troppo lontano, sarebbe stato inghiottito in un altro gruppetto, sarebbe andato a mangiare con altri e lei non l’avrebbe più rivisto. L’avrebbe guardata, allontanandosi, con uno sguardo furtivo un po’ colpevole o forse no, forse non l’avrebbe neanche guardata, e forse sarebbe stato un sollievo, forse era stato tutto frutto della sua mente, pensa lei.
Lei non aveva ancora deciso cosa pensare veramente. O forse l’aveva deciso e aveva capito che era tutto vapore.
Lo osserva e i secondi sono come sospesi e le teste che passano la proteggono dalla possibilità di uno sguardo di lui, uno solo, un solo sguardo che avrebbe potuto rivelare la sua apprensione. La sua esposizione, esplicita, fragile per un inizio. E lei questo lo sa. Lo sa e non può farci niente, ha deciso così.
I sensi di colpa la fanno girare verso il suo turbine, disinteressata ma attenta a non sembrare scortese, presta attenzione alle negoziazioni sul luogo della colazione. L’energia circola velocissima, il gruppo è instabile e lei sente che potrebbe sprizzare via in vapore acqueo da un momento all’altro, se solo lui lo volesse.
Lui si riunisce a loro e lei non sa come sia successo, non sa come possa succedere e in un lampo sono in strada, sul selciato brillante di pioggia e lei sorride ed è felice e cammina guardando in avanti e hanno tutti quegli ombrelli enormi e lei non sa se girarsi per verificare che lui sia dietro o si sia dileguato ancora, ha paura di girarsi e tradirsi, ha ancor più paura di girarsi e che lui sia stato risucchiato dal turbine di un altro gruppo, in uscita, e magari avrebbe cercato lo sguardo di lei ma lei non l’avrebbe visto, per orgoglio. O magari sarebbe partito senza curarsi di lei, sarebbe sparito senza pensare a lei, senza sapere della sua esistenza. Un ombrello come un altro. In mezzo ad altri, tutti scuri.
Lei camminava con le orecchie drizzate, come occhi ciechi rivolti a quei passi troppo lontani all’indietro per essere uditi. Passi dietro di lei, dietro a tutti e tagliati da mille altri passanti e tutto era così fluido e così flebile e lei camminava tenendo per le spalle quella bambina, proteggendola dalla pioggia sotto il suo enorme ombrello azzurro e la bambina camminava nel suo mondo bambino dove la pioggia non era umida ma verde, e la bambina era contenta e forte e avrebbe anche corso sotto la pioggia col suo cappuccio se lei avesse tolto la sua mano adulta dalle sue spalle, ma invece la teneva stretta sotto l’ombrello, appoggiava la sua mano su quella spalla piccolissima, l’appogguava impercettibilmente come per proteggere una farfalla, tenendola coi polpastrelli lungo i binari sordi di quel percorso teso verso l’ignoto e lei lo sapeva benissimo che era un simulacro e non stava tenendo la bambina. Teneva ferma una piuma, la sua apprensione per lui. Per lei stessa.










Ma che bello questo post. Mi ha fatto venire i lucciconi! :-)
by Lysa
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“quello sguardo grande” è perfetto e dice tutto quello che deve dire e fa anche un po’ stringere lo stomaco
by roberta
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La lettura più piacevole dell’ultimo mese, si può avere anche il seguito? :)
by Piku
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bella Sporuzza mia
by Mammamsterdam
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Non ci ho capito niente, ma toglierei l’apostrofo nella prima riga. Sono proprio minatore dentro, lo so :)
by Santarellina
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Grazie, mi era sfuggito :)
by Spora
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mi è proprio piac’iuto questo post
by avluela
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sembra scritto da douglas coupland con le tette
mi hai piaciuta molta
by Le Chat
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Grazie Marco! Sto leggendo Maeve Brennan e la trovo molto vicina, mi piace il suo stile :)
by Spora
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A me come stile piace molto anche l’ultimo della pimpa.
by Le chat
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Marco: insuperabile
by Spora
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