/ / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / /







nunca mas

Come ogni anno, tiro su questo post per non dimenticare le gli orrori del Golpe in Argentina.

“Je suis un enfant de la Guerre” dice Paul Virilio.
Moi, je suis un enfant du Coup d’Etat.
Una hija del Golpe.

“Io ti allattavo e piangevo. Ti allattavo e piangevo”

Il terrore lo ciucci dal seno di tua madre.
Il terrore lo sfiori per strada durante i controlli militari, lo vedi in televisione mentre compra una Coppa del Mondo e la gente esulta di una felicità che è un pianto disperato in una ricreazione che dura troppo poco.
Il terrore è una dimensione che non ti abbandona mai.

Oggi è il 24 marzo di 39 anni dopo, e l’Argentina ha voltato pagina.
L’Argentina cresce e sta saldando le ultime rate del debito pubblico col Fondo Monetario Internazionale. Hanno ricomprato le imprese svendute alle multinazionali estere e investono in nuovi parchi tecnologici.
Ritornano i treni coi biglietti agevolati e i crediti per la prima casa, le pensioni per le casalinghe e gli aiuti dello Stato.
Ma l’Argentina non dimentica il terrore.
Il terrore non si dimentica una volta che lo impari.
Il terrore passa attraverso il sangue, da una generazione all’altra.
Il terrore è denso.

È pericoloso quando un popolo dimentica il terrore.
Il terrore non si deve dimenticare.

Oggi è l’anniversario del Golpe in Argentina. 39 anni.
Quel 24 marzo del 1976 ero nella pancia della mamma da tre mesi. Ha avuto le contrazioni ma mi ha tenuta stretta dentro.

Buenos Aires, febbraio del ‘77. Avevo sei mesi ed ero la primissima bambina della primogenita di una famiglia con 7 figli. Mio nonno mi chiamava “la nipote di mia moglie” perché gli faceva strano essere nonno, ma in realtà era troppo contento e sapeva che ne avrebbe avuti tantissimi, di nipoti, con sti 7 figli.

Mio nonno faceva il commercialista. Mio nonno era di sinistra. Mio nonno, abbiamo saputo da poco, era un dirigente dei Montoneros. Si chiamava Horacio.

Be’, quel febbraio, durante il matrimonio della secondogenita, le luci in Chiesa si spengono di botto. Qualcuno ha tagliato il filo dell’elettricità. Mio nonno, sull’altare, è nervoso e si guarda sempre all’indietro, come se aspettasse qualcuno.

Funzionava così, con loro. Agivano col terrore.

Schermata 03-2457106 alle 18.09.15

Il matrimonio lo fanno piazzando una macchina coi fari accesi davanti al portale della chiesa. Ho provato ad immaginare la scena, con gli abbaglianti puntati sulla schiena degli sposi e le ombre lunghe per la luce radente. E vedo tutto in bianco e nero.

Dopo la festa, dove il nonno appare sempre nelle foto guardando atrove, be’, dopo la festa, il mattino dopo, si ferma silenziosa una Ford davanti casa.
Le Ford Falcon verde militare, di quelle che usavano loro per andare a prendere la gente, e non le rivedevi più. Mia nonna, Hebe, sulla porta di casa rimane congelata e le scende la pipì da sotto la gonna.

Mio nonno non sappiamo come né quando né se sia in effetti morto. Lo supponiamo. Sappiamo che è stato nell’inferno della Esma da qualcuno che ne è uscito, e rispettando la catena della memoria ce lo ha fatto sapere. Stop.

Mia nonna quando ha rifatto il passaporto le hanno scritto sullo stato civile: “nubile”. Perché un desaparecido spariva ovunque, anche dall’anagrafe. Sparirono in trentamila. TRENTAMILA.

Mio nonno quel giorno è sparito, desaparecido, con una nipote nata e un’altra in arrivo.
E invece siamo tantissimi, di nipoti.
E non dimentichiamo.
Scendiamo in Piazza per non subire mai più, nunca mas, un olocausto.

ford_falcon



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


nomade digitale e connettività: la realtà

Qualche settimana fa vi ho raccontato della mia vita da nomade. In molti mi avete scritto le vostre storie e la voglia di lasciare tutto, ma non sono scelte semplici. Nel mio caso per esempio, l’essere nomade adesso è più una necessità lavorativa che una scelta filosofica o un’esplosione di vaffa come all’inizio.

Io vivo in Tour. Il che comporta una serie di situazioni non proprio rosee.

Le cose necessarie perché un nomade possa lavorare sono quattro: dormire, mangiare, lavarsi e connettersi.
Su Nomadlist fanno la classifica delle città secondo connettività, costo della vita, temperatura e sicurezza per le donne. That easy.
In effetti anche io mi baso sulla temperatura, è più figo lavorare in pareo su un’amaca. Ma adesso sono in Italia, il che vuol dire calze di cachemire.

vidaargentina2

Parliamo di connettività. Grandissimo problema.
In Argentina avevo fatto un abbonamento bloccato per 2 anni a 41€/mese per 5 giga e basta. Niente telefono né TV (per quel che potesse interessarmi, ma è un dato di fatto).
Qualche dato per capire la tariffa a livello ocale e globale: a Parigi pago tuttora 30€ per rete, tv e telefono all included e anche chiamate a tutto il mondo. In Argentina la gente guadagna 700€/mese, per capirci, mentre a Parigi 3000. Sulla Sierra spendevo parecchio, ma la connettività è un bene di prima necessità. Alla fine ho disdetto l’abbonamento perché la linea era satura la sera e durante i weekend, e cominciava a saturarsi anche la mattina alle 9. Quindi 41€ per nulla.
Cela va de soi che mi sono magnata il tizio dell’operatore al telefono. E ha perso lui.

Comme quoi, la connettività non è né democratica né tantomeno assicurata anche se paghi tanto.

Adesso per le Stiletto Coach tengo le lezioni via hangout. Sapete quanto mi ciuccia un hangout di un’ora e mezza? Un giga e mezzo circa.

Houston, we have a situation

La mia saponetta TIM costa 149€/anno e mi da 5 giga al mese.
Ho capito che non è abbastanza, allora mi sono informata con TIM e i loro pacchetti vanno fino a 10 giga mensili. Non di più, neanche se vuoi pagarli.
Proprio non lo fanno, non c’è verso. Niet.
Puoi averne fino a 30 solo se hai già la box a casa, ma se non hai una casa come me quindi hai bisogno di che ne so, 30 giga mensili, non sei un buon cliente per TIM.
Capisco non essere un avatar di cliente standard, la gente di solito vive in case dove si fa installare delle box adsl. Noi no. La vita è dura per noi gente nomade digitale.

lucio autostrada

Però fateci caso che il marketing pubblicitario ci vende un’idea di vita in movimento connessa velocissima. Fa voglia di star connessi e guardare video online un po’ ovunque. Peccato.L’unico paese che io abbia visitato e che ha una connessione mobile fantastica è il Giappone. 15€/giorno, ma funge. Niente da obiettare.
Per me, come per molti, la velocità e disponibilità della connessione è a dir poco vitale: io lavoro online. Senza, non mangio.
That easy.
Sarei pronta a pagare 1200€/anno per una connettività veloce e infinita? Decisamente si, senza fiatare.

Ma il mio operatore non me la offre. Mi devo rassegnare?

Mia sorella ha una saponetta della 3 con 30 giga al mese, fair enough. Potrei prendere quella, ma spesso si sconnette, non so perché. Tipo stai facendo un hangout e puf! va via la connessione. Immaginate cosa voglia dire per me la figuraccia con i clienti “no scusa ho una connessione di merda” che equivale a: “Non mi so organizzare/sono poco professionale”. Non me lo posso permettere. Adesso cercherò di informarmi anche con Vodafone e Wind per scegliere ma in fretta, perché stasera ho un hangout.

Qualcuno di voi sa dirmi cosa potrei comprare?
Grazie mille!
Veronica unplugged



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Guarda, mamma, guarda: donne senza figli!

Repost del 12 agosto 2012.
Adesso sono innamorata e non sento il bisogno di avere dei figli, abbiamo una vita piena di guai :-).
E un commento di oggi mi ha fatto ricordare questo post.

Alla fine non ho avuto bambini.
Anni fa li volevo ma non ha funzionato.
Credo sinceramente che sarei stata una mamma fichissima.
Una mamma di quelle che trattano i figli come esseri umani e li accettano in quanto tali, con le loro idee, anche se sono dei cretini. Perché quando si figlia non si sa mai cosa viene fuori, e non puoi pretendere che facciano le cose fighissisme che immagini tu per forza.
Sono gente normale anche loro.

Ci saremmo divertiti.

A volte non funziona per motivi sconosciuti.
A volte la mente ti sterilizza il corpo.
Non capirò mai perché non ha funzionato.
O forse l’ho capito. Il mio corpo ragiona meglio di me.

Una. Due. Tre.
Quattro. Cinque. Sei.

Sei inseminazioni artificiali. Tre anni a piangere sui test negativi, a farmi le punture nella pancia.
Un utero perfetto. Ovaie, trombe e ovuli bellissimi.
Un collo menomato dai tumori, una stereilità stupidissimamente meccanica.
“Niente di grave, Madame”.
E invece.

Non credo che si possa chiamare lutto, se i bambini non ce li hai.
D’altronde non c’è nemmeno un nome per le mamme che perdono i figli.

Una donna senza figli non è naturale.

A noi non ci chiamano. Ci guardano.
Intuisci i commenti sommessi, ti senti addosso gli sguardi di pietà.
Non sanno cosa dirti, non ti chiedono della tua vita perché oltre alla tua mancanza non sei niente, per loro. Vedono solo quella.
Sono morbosi.

Allora ti giustifichi, dici sai ho avuto il cancro.
Dici sai mio marito mi ha lasciata perché non funzionavano le cure.

Sia mai, è ancora peggio.
Saltano fuori gli esperti. I tuttologi della tua vita e della maternità.
Robe assurde tipo mia cugina una volta è morta e fare i figli a 45 anni al giorno d’oggi ti fai du’ punturine e via.
Come no.
Sicuro.
Se lo dici tu.
Se volete le mamme-nonne.
Per carità.

E però io non sono mica certa di volere dei figli, adesso.
Anzi, ora come ora no. No davvero.
Sono simpatici, eh. Ma bof.

Che idea del cazzo averci i tumori fra i trenta e i trentatré. Pare un pesce d’aprile di pessimo gusto.

Fra qualche giorno compio 36 Ho 38 anni e si sa, dopo i 34 comincia la discesa.
Sono una donna seza figli, prima per forza maggiore, e adesso per scelta.
Tu ti senti una ragazzina ma i tuoi ovuli hanno la tua età.
E se li adotti non è mica semplice: devi essere in coppia da due anni, aspettare se ti va bene 4 anni e pagare circa 30mila euro. O di più. Ufficialmente ovvio ti dicono di no. Ma poi finisce sempre che paghi un sacco. E io mi rifiuto di essere ricattata, so che combinerei un casino della Madonna.
Oppure ti compri lo sperma a Barcellona e te lo fanno fare da sola, dicono meraviglie, un servizio fantastico, dei balbini-prodotto che escono bellissimi.

Eppoi non è che fai dei figli per sport. O per déco.
Soprattutto non DEVI farli perché si, giusto perché sei una donna.
Eppure la gente si chiede come mai tu non ne abbia, come se fosse una colpa.
Se ti innamori, a volte  succede che vuoi dare la vita, che vuoi farla scorrere fuori di te.
Ma da sola mica mi viene in mente, i figli non sono un bisogno.
I figli non sono un obiettivo. Nemmeno un trofeo.
Non sono un giocattolo per vestirli sgamati (cosa però che farei di bruttissimo tra l’altro, detto fra noi).

E allora ti guardi allo specchio e ti dici bon, tanto vale fare una vita pazzesca, una vita di quelle piene di guai.
A volte mi criticano perché faccio una vita sregolata, perché viaggio molto, perché spendo come mi pare. E io rispondo si: posso permettermelo perché non ho figli. Posso permettermi di decidere di partire in Tailandia anche stasera, se mi va. Se non hai figli, a mio personalissimo parere, devi prendere la vita in modo diverso e non per partito preso, ma proprio perché PUOI. E non c’è da vergognarsene.

Faccio una vita di quelle che eviti la gente che ti fa perdere tempo ed energia, una vita di quelle che non ti guardi indietro, una vita di quelle con esperienze fantastiche tipo guardare pre ore la via lattea e le stelle sulla Sierra e la settimana dopo far colazione a Parigi.

Adesso va di moda il decluttering. Ed è una grandissima cosa.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Come organizzare un evento?

Oggi sono partite le iscrizioni alla prima data del Tour 2015: Milano.

Il workshop si organizza come ogni anno: due ore di coccole e attività negli stand degli sponsor, e tre ore di workshop fra teoria e pratica. I regali sono molti, sia negli stand che a fine evento per le più eleganti durante la sfilata con Giuria.

Quest’anno ci sono due novità oltre al workshop:

le Stiletto Coach e le sessioni mattutine per donne solopreneuses (imprenditrici solitarie).

Per cominciare ho deciso di fare due moduli che domino bene, nei pro e nei contro: organizzazione eventi e litigate sui social. In futuro altre esperte potranno interpretare altre tematiche in dei corsi-bignami utili al 100%.

Per finire la mattinata inauguriamo una serie di conferenze di donne che hanno intrapreso da sole e che ce l’hanno fatta e hanno la voglia di raccontarsi per irspirare ed essere di aiuto alle altre.
Comincerò io e seguiranno delle donne che conosco e ho selezionato, e delle donne che si sono candidate, potete candidarvi anche voi nei commenti. L’importante è essere in proprio e avere una storia interessante da raccontare nel cambio vita, l’idea imprenditoriale e il modo in cui avete affrontato e risolto le difficoltà.

I moduli mattutini sono molto schietti.

#1 Come organizzare un evento? Le basi.
Organizzo eventi da quattro anni. All’inizio ero una pippa e non ne avevo la più pallida idea, poi mi sono fatta le ossa sul campo, uno sbaglio dopo l’altro, e alla fine ho imparato ad organizzare anche dei Tour. La mia specialità sono gli eventi sponsorizzati come quelli di Stiletto Academy che possono essere ideati su misura per una location, una boutique, un solo brand o multi-sponsor. Che siano prodotti o servizi. Le dinamiche possono essere applicate in modo generale a molte tipologie di eventi.

Il corso è una visione generale che vi darà le basi da declinare per la vostra specialità, e sulle quali dovrete riflettere e progettare. Le Stiletto Coach hanno la stessa formazione ma ampliata su 3 ore, con 3 moduli live online di preparazione. Se qualcuna è interessata al modulo esteso mi contatti, la sessione delle coach sarà l’ultimo weekend di marzo a Milano, e a Roma l’ultimo weekend di giugno.

orga-evento

Vuoi partecipare? Per di qua:
iscrivimi

Il secondo modulo è il mio preferito. Negli anni ho imparato a fare tesoro anche delel figure di merda, per migliorare sempre. Ho litigato su questo blog, sui social network e su altri siti con molta gente. Anche con molti brand. Molte volte ho fatto delle stronzate di cui mi vergogno e ve le racconterò. Altre volte non ho litigato ma ho scritto delle cose che hanno generato una crisi di reputazione, e vi raconterò come ne sono uscita e come fare per uscirne al meglio se fate uno scivolone pure voi.
I big brand ogni tanto hanno delle crisi perché qualche dirigente fa una dichiarazione poco felice (Barilla, remember?) e si affidano a delle War Room, ossia degli esperti che prendono in mano la situazione, oppure non si affidano a nessuno e la situazione degenera oltremodo.

Ho fatto war room per un paio di brand e mi sono divertita molto: è un lavoro senza orari, e inizia a qualsiasi ora del giorno o della notte e non finisce mai perché la rete ha una memoria che i brand a volte non immaginano nemmeno. E poi uno screenshot è per sempre.

social-media-war

La Spora ha litigato pubblicamente con TIM, Vodafone, Grazia, Compeed, IoDonna, Venchi, e molti altri. Io Veronica ho litigato in privato con molti clienti insolventi con minacce di cui non mi vergogno, al punto di aver coniato la frase “Tira più un tweet di un carro d’avvocati”. Ci sono molte tecniche politicamente scorrette per farsi pagare, ma d’altronde chi vi fa lavorare e poi non vi paga non si merita il vostro rispetto.

Le mie amiche mi prendono in giro dicendo che ho un bottone rosso enorme sulla mia scrivania sotto una campana di vetro con scritto sopra: “Sputtanamento totale globbale” e che non ho paura di usarlo. In realtà lo sputtanamento non serve a niente, e ci ho messo un bel po’ di tempo a capirlo. Come non serve a niente litigare, che sia online o fuori dalla rete. Quel bottone può esplodere insieme a te.
Quelo che invece può servire è difendersi, o dare man forte ad altri. Soprattutto se hai un bel po’ di seguito. Chi mi ha chiesto aiuto sa bene che rispondo sempre.

Ci sono due motivi per i quali, purtroppo, devi agire in modalità social media war:
A) Hai fatto una cazzata tu e devi adottare la “Operazione concime” (caso marshmallow)
B) Qualcuno ti diffama e non ti risponde per via privata e tu non vuoi spendere soldi in avvocato (caso IoDonna)

Impareremo ad affrontare entrambe le cose con sangue freddo. Promesso.

social-media-war

Vuoi la guerra? Àrmati di saggezza:
iscrivimi

Se poi vuoi entrambi i moduli, c’è il Combo early bird:

combo

Vuoi il Combo? Astuta…
iscrivimi

A fine mattinata ci saranno delle donne che ci faranno il regalo di raccontarci la loro storia. In molti conoscono l’Estetista Cinica, ma nessuno sa come abbia fatto a diventare quella che è oggi, con mezza Milano VIP che passa da lei per cosce o viso.

storie-di-donne

Vuoi farti ispirare da loro?
Prepara i fazzolettini.
iscrivimi

 

Vuoi invitare delle amiche? Condividi questo post:



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Italia: la prima volta

Siamo arrivato insieme martedì.
Felipe sta bene, lo coccolano nonna zii e cugini.

Per Calo è iniziato un percorso lungo e frastagliato, da una parte la bellissima scoperta dell’Italia, dall’altra il cambio radicale nel cibo, orari, abitudini, ritmi, cultura.

Sono giorni complessi e sono più concentrata su di lui che su di voi. Spero riusciate a perdonarmi, ci vediamo presto!

Veronica



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Felipe

La differenza fra un figlio e un cane non è sempre così evidente. Negli ultimi anni le persone trattano i propri cani come figli. Ma sono cani.
Io amo il mio cane, Calo di più. È sempre con noi, e lo portiamo fuori quando usciamo.

Quando hai un cane capisci l’amore incondizionato, la fedeltà. Sembra stupido da scrivere così, me ne rendo conto, ma è stupidamente vero. Felipe è amore puro.

Abbiamo pensato molto se portarlo in Italia o lasciarlo con la nonna, e alla fine avevamo deciso di restare tutti e tre insieme. Ovunque noi andiamo. Quindi Felipe veniva in Italia, ed eravamo eccitatissimi all’idea.

Adesso piango quasi ogni giorno: ci siamo sbagliati e non abbiamo contato le 3 settimane per i vaccini dopo il chip. Ero pronta col transfer per l’aeroporto, gabbia da 400€ , aereo dalla Sierra a Buenos Aires, visite mediche per il passaporto canino e poi quando chiamo il vet per verifiare un paio di cose mi fa: lei non può partire il due marzo. È impossibile, devono passare due settimane dopo il chip, e tre dopo i vaccini. Mica si fa tutto insieme.
 
Bene. Molto bene.
E male, molto male.

Felipe starà bene con la nonna e con gli altri cani in campagna. Si deprimerà per qualche settimana e poi comincerà ad uscire. Otto mesi a volte sono lunghi, a volte sono corti. Noi non sappiamo come saranno, e ogni tanto lo guardiamo con i lucciconi.

FelipeyCalo



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


da startup a azienda in 7 passi

Quando leggi articoli di imprenditori di successo, di solito c’è una bio che ti dice in grandi linee i passi o step che il tizio ha superato per arrivare dov’è il giorno in cui il supermegamagazine lo intervista.
Si leggono cose tipo:

“A 14 anni fonda la sua prima azienda nel garage dei suoi, a 16 ne fa un’altra, a 20 è a Silicon Valley e a 21 lo compra un colosso per milioni di dollari.”
Alcuni ti raccontano un po’ il percorso, ma non si riesce a capire bene quel che hanno fatto per fare tutto. Perché non sono da soli fino alla fine, non è possibile.

Poi ci sono quelli che ti danno le tre chiavi del successo tipo “sii curioso, fatti il culo, sii elastico” o cose dal genere. E vanno benone, eh, ma non aiutano poi tanto. Odio particolarmente quegli articoli, li leggo sempre perché sono in ballo da poco e cerco di imparare il più possibile. Dal titolo sanno di super-rivelazione ma poi sotto sotto la solita sòla “Stay foolish, stay hungry” e tu sei come prima, tipo che ti dici “Be’, non sarò mai così geniale come il tizio dell’intervista”. E torni al tuo file excel dei conti della tua p IVA che piange lacrime di sangue dal mac. Crescere non è per forza diventare milionari e aprire mille succursali. Puoi decidere di espanderti rimanendo una realtà gestibile. Ma quando passi da uno a più di uno, i cazzi sono tanti. Troppi. Anche se siamo tutte donne.

Sono stata intervistata di recente su Cosmo perché dopo aver deciso di mollare tutto, ce l’ho fatta a far diventare Stiletto Academy una realtà. Ma ho 38 anni, mica 20. Una delle candidate a Stiletto Coach ha scoperto l’iniziativa dopo quell’intervista. Quando abbiamo fatto il colloquio mi ha detto che l’ha letta, l’ha fatta vedere al fidanzato e gli ha detto: “Io voglio fare questo nella vita!” E così sarà: quando ha visto l’apertura delle candidature mi ha scritto subito ed ha una motivazione fortissima. (Grazie Betta per l’intervista!).

stiletto-academy-cosmo

La storia di quest’intervista è molto bella. Betta mi contatta mesi fa raccontandomi l’idea di una serie di interviste a donne che hanno mollato tutto per lanciarsi in proprio per la propria passione mentre tutti dicevano loro di non farlo. La sua iea è stata approvata da Cosmo, e ad agosto è uscita. Alla fine è anche questione di avere il coraggio di provarci: Betta ci ha provato, io ci ho provato, la mia Coach ci ha provato. E alla fine siamo tutte più felici.
Se non ci provi, non lo scoprirai mai.

È vero che in Italia siamo molto più bamboloni, che terminiamo gli studi tardissimo, che ci mettiamo anni e anni a capire cosa vogliamo fare da grandi mentre mandiamo CV per fare gli stagisti gratis, etc etc. Quindi un italiano di 38 anni è come un 28 di un altro paese.
(Sto ovviamente e ironicamente generalizzando)

Da quando ho deciso di fondare l’Associazione e fare le formazioni per le Stiletto Coach per crescere, ho pensato a molte cose. E ho deciso di fare dei passi importanti perché la crescita va accompagnata da molto più lavoro, e ancora più soldi. Niente è gratis, e dietro ogni piccolo passo si celano mesi di preparazione e tanti soldini.

Adesso viene la parte che stanno aspettando i miei troll: raga prendete i popcorn perché vi sparerò un sacco di cazzate che interpreterete ovviamente alla pene di segugio: you are welcome.

Fare dei passi per crescere comporta delle decisioni importanti, ecco alcune delle prime da una che ci sta passando proprio adesso.

da-startup-a-azienda-in-7-passi

1) Delegare. Per prima cosa devi delegare e devi imparare a farlo bene. È brutto lasciar fare certe cose ad altri, ma necessario. Ti rode, vuoi controlare tutto tu, e poi va a finire che non fai nulla (avete presente la StiLetter? Ha un OR del 76%, mi scrivono ancora per sapere che succede perché è ferma da un anno, bella prova!).
Non puoi farti il sito da sola anche se mastichi il css e sai installare du’ plugin, non puoi farti la strategia social anche se scrivi ebook di digital marketing. E non puoi farlo non perché magari non ne saresti capace, ma perché sono troppe cose tutte insieme e poi c’è un esperto per ognuna. E se vuoi crescere, devi essere pro in tutti gli aspetti. Son finiti i tempi della poliedricità e miocuggino miocuggino. C’è il sito nuovo in preparazione e ho contattato una social media strategist.

2) Il dilemma dei soci. Non prendere soci se non apportano niente all’impresa e a te, che sei alla base del progetto. Se sanno fare le stesse cose che sai fare tu, oppure anche meno, meglio prendere un collaboratore e delegare controllando il suo lavoro. L’argomento soci è spinosissimo: se avete un vero rapporto simbiotico e collaborativo che fa di voi un vero team va bene, ma se avete obiettivi diversi, che ne so, uno vuole solo andare in TV e l’altro vuole lavorare per vivere del proprio lavoro, non andrete troppo lontano per semplice incompatibilità di base. È solo questione di avere lo stesso obiettivo e occupare ruoli diversi per realizzarsi all’interno del team.

3) Condividere la Missione. Le persone che faranno parte della squadra devono credere in quello che hai fatto fino a quel momento, quello che stai facendo e condividere la visione per il futuro: devono abbracciare la Missione che fino a quel momento era solo tua, e farla propria. E anche tu devi farlo, devi cedere. Nessuno lavora “per te”. Ognuna di noi lavora per sé stessa. Se le nuove integranti troveranno un motivo per fare con passione il loro lavoro all’interno del team, allora saremo davvero un team. Altrimenti è meglio che non ne facciano parte. il “pochi ma buoni” non è mai stato più azzeccato.

4) Devi donarti. Quando non sei più tu da sola a gestire tutta la baracca ed entrano altre persone in ballo come saranno per me le prime 7 coach (obiettivo 20), devi accoglierele in squadra con un ruolo e degli obiettivi adatti ad ognuna, fatti su misura. Devi preparargli tutto, spiegargli tutto, accompagnarle ed assisterle, e devono essere coscienti e motivate. Ricorda che il tuo lavoro non è più solo tuo, e che devi aprirti e donarti. Più gli insegni, più condividi, più le accompagni, meglio lavoreranno e crescerete tutte insieme. La loro crescita personale e professionale è strettamente legata alla crescita dell’azienda. Se non la sentono propria non serve a niente, saranno nella stessa situazione di prima stile dipendenti senza troppe motivazioni. E meh. Spesso nei posti di lavoro si tende a non rivelare tutto, ad essere pignoli o tirchi in “mestiere”. Bad, bad thing. Per essere forti bisogna essere tutte fighe. Tutte quante. E se tu sei in testa, quella che coordina, allora sta a te renderle tali e dar loro gli elementi perché crescano secondo le proprie ambizioni, in un percorso coerente congli obiettivi generali. E attenzione, non lo fai per altruismo ma per mero egoismo: il bene dell’azienda, che è il tuo bebé.

5) Lavora di meno, lavora di più. Delegare non vuol dire “lavorare di meno” solo perché lo fanno gli altri e tu prendi i cocktail in Malesia. Perché non funziona così. Delegare e coordinare è un lavoro molto più complesso perché i ruoli e le azioni cominciano a decuplicarsi, e se non tieni le fila di tutto va a finire che si fanno le cazzate in grande scala e cade tutto come un castello di carte. Se sai coordinare e decidere in fretta, allora lanciati. Se sei di quelle che non sanno tagliare corto davanti ad una crisi, allora allenati al problem solving veloce prima di lanciarti.

6) Fai una sola cosa. Quando cresci hai la tendenza a dirti: allora facciamo anche quest’altro progetto e anche quest’altro cosi diversifichiamo e facciamo più soldi”. NO. Continua a fare quello che hai fatto finora, e fallo ancora meglio. Crescere non è facile e richiede tempo. Non cambiare cavallo a metà del fiume. Una volta che il periodo di transizione sarà ultimato e avrete una velocità di crociera stabile, magari prova delle beta di nuove idee. Ma prima cresci davvero. C’è gente che costruisce imperi producendo solo popcorn ed è un gran vantaggio: il branding è sempre lo stesso, la gente non si confonde e viene da te per il popcorn perché tu sei la Guru del popcorn perché fai solo quello e da dio, e il business evolve in portata e declinazioni, magari, ma non è che cominci a vendere una roba che c’entra poco col business principale tipo vini. Col popcorn.

7) Prepara l’operazione concime. Ossia preparati a fallire. Perché nessuno è immune al fallimento e tanto vale considerarlo come parte dell’impresa. Non muore nessuno e poi si ricomincia. Ma la cosa che fa la differenza è la fiducia. Puoi fallire perdendo la fiducia dei tuoi partner, collaboratori e clienti, o puoi fallire senza perderla perché hai mantenuto il controllo e hai saputo fermare le cose prime che degenerino. A me sono successe entrambe le cose, e adesso agisco sempre tendendo verso la seconda opzione. Ecco perché parlo di prepararsi al fallimento quando lo vedi arrivare, tipo prendendo la tua squadra e facendo un bel discorso su come stanno davvero le cose e le opzioni in campo. In quei casi puo avere delle sorprese talmente belle date dalla passione, coinvolgimento e fiducia di chi è a bordo insieme a te, che magari la scampate. Si cresce insieme, si lotta insieme, si cade insieme.

E io d’ora in poi voglio cadere con stile.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


sensazioni di fine estate

Sono arrivate le piogge di febbraio, che per capirsi sarebbe come agosto in Italia, ma qui la stagione ha il suo picco a gennaio e adesso è brutto. Ma brutto proprio.
Febbraio è un’anteprima dell’autunno con quelle giornate grigie di pioggia, le foglie degli alberi che non sanno se devono buttarsi o meno, l’uva della pergola che forsenon mangeremo.
Partiamo a principi di marzo, direzione Roma.

Queste ultime giornate sono frenetiche di burocrazia fra patente, passaporto, banche perché le bollette di casa si paghino da sole, tasse, ici. Mi costa di più internet qui che a Parigi: 41€. Mi faceva pena lasciare l’antenna senza che nessuno la usi, allora ho trovato chi la prenda per 8 mesi, tanto va pagata lo stesso. Devo occuparmi del trasloco dell’antenna.

Chiudere una casa d’autunno col vento e la pioggia sa di finale apocalittico. Pulire ogni angolino, riempire tutto di naftalina, coprire bene i mobili con lenzuola, scongelare il freezer, trovare un posto per le biciclette, chiudere tutto.

Ogni tanto esce una di quelle giornate fatte apposta per andare a fare i tuffi al fiume, di quelle giornate fatte per confonderti e tenerti stretta a quel tepore sulla pelle abbronzata, come se il freddo di prima fosse solo stato soltanto un incubo. Ma no. Il mattino dopo sbam! Tempesta.
Golfino.
Scarpe chiuse.
Mota in casa.
Madonne.
Fine estate, si. Fine dell’estate.

In Italia non è ancora primavera.
Chi mi chiede della nostra vita nomade ha sempre la stessa reazione: allora passate da estate a estate! Che culo!
Ni.
I passaggi avvengono fra stagioni simili, autunno e primavera, la sinusoide delle nostre stagioni scende verso il basso, ma non troppo.Quindi si, le valigie sono sempre miste. Non esiste il mito dell’estate infinita. Almeno non fra Italia e Argentina.

Non ho scritto per più di una settimana perché non mi andava, tutto qua. E adesso scrivo di questa sensazione irritante delle partenze, quelle partenze che segnano cambiamenti radicali fra le nostre vite da una parte e l’altra del globo. E sono triste perché forse Felipe non viene, Calo ci sta pensando perché la vita a bordo del furgone non è l’ideale per lui. Mi viene da piangere, non so cosa fare. Felipe è un amore, è una coccola di cane, sempre attaccato a noi per le carezze. Ma bisogna pensare a lui più che a noi, e Calo deve prendere una decisione.

Ecco, la chiusura della casa con la pioggia fuori e il pensiero di Felipe mi sanno di abbandono, ed è difficilissimo da digerire. So già che è così, che è sempre stato così: quando cambi paese più volte l’anno, ci sono rotture ed abbandoni, c’è da far passare la transizione come un trattore che ti schiaccia, e tu ti devi concentrare su burocrazia, bagagli, lasciare tutto in ordine e al sicuro. Non devi cedere alla malinconia, sai che una volta scesa dall’aereo inizierà una nuova avventura e sei pronta. E la nostra aventura di questa primavera sarà bellissima.

A volte mi godo la malinconia, la lascio uscire e mi stendo sull’amaca a guardare il paesaggio.

vidaargentina2



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


nomade minimalista: 13 cose che devi gestire

Un mattino di giugno del 2012 alle 9:30 inforcavo la Vespa Lucilla in curva dietro il Château de Vincennes. Indossavo il mio caschetto fighetto jet e procedevo leggermente in piega alla velocità vespisticamente supersonica di 45 all’ora. Andavo al lavoro.

Dietro portavo la Unasnob, anche lei col casco fighetto “per la Marta”, dato che era l’unica passeggera ammessa a bordo. Quella notte aveva dormito a casa e le davo un passaggio in centro.

vespa-lucilla-spora
Il primo mattino ha quel dono strano di fare da aggregatore ai pensieri dei giorni precedenti che, durante la notte, hanno lavorato e si sono scontrati e riamalgamati creando mostri.
Le paure, lo stress, i sogni, i film, i libri, i blog, gli amici, le storie: tutto si frulla mentre dormi, e poi restano solo dei vaghi ricordi.
La mente è un animale strano.
C’è gente che si ricorda sempre i sogni, li invidio molto. Io non ricordo i sogni, ma ho una particolarità che hanno anche molte altre persone: appena apro gli occhi, il puzzle dei mostri notturni si completa e pop! arriva un’idea, una soluzione, un progetto. Una cosa che anche non lo sapevo, stavo aspettando.

2 anni dopo che la mia vita si era sgretolata con una richiesta di divorzio inaspettata che mi ha fatta diventare non solo più matta di quel che ero già, ma anche parecchio instabile e depressa (bello, eh?). Quel preciso mattino di giugno del 2012 finalmente ho capito che cosa dovevo fare per non affogare. I miei mostri notturni hanno impiegato due anni per montare quel puzzle.

VeronicaBenini

Giro leggermente la testa all’indietro mentre il manubrio, le ruote e il motore in accelerazione escono elastici dalla curva con quella velocità così perfetta che era un tutt’uno con la mia frase:

“Vado a vivere in un furgoncino della Volkswagen”

La Marta, che mi conosceva ma non era dentro la mia testa, non capisce:

“In che senso?” urla al mio casco socchiudendo gli occhi per il vento col suo splendido accento marchigiano.

“Mollo il lavoro, non mi piace.”
“E affitto la casa, non voglio più bollette né condominio. Mi stanno sulle palle quelli del condominio, sempre a chiedere soldi. Compro un furgoncino e vivo li dentro”

Marta mi lascia stare, aspetta che io metta a fuoco le idee e ne riparliamo, qualche ora dopo, quando esco dall’ufficio. Lei in quell’istante non sa, come non so neanche io, che non prenderò la patente per due anni e mezzo e che molte volte dovrà essere lei a guidarlo.

Lucio_ONtheroad

Ci sono dei momenti-cerniera, nella vita, dopo i quali niente è più come prima. In quei momenti vivi la catarsi di mille mostri notturni che convergono in un’unica idea che racchiude il tuto in un “basta”. Un momento che ridefinisce a coltellate un prima e un dopo.

Quell’istante ti rimane scolpito nel cervello ma non è statico. I tuoi mostri continuano a lavorare insieme a lui ogni singola notte dopo quel primo momento, e il suo ricordo comincia a prendere una piega blanda, fatta di formiche ammassate che lavorano e fanno un rumore piccolo e assordante e l’istante si adatta a quel che arriva dopo, come se si completasse dentro un contenitore in espansione. Si muove, vibra, ti gratta.

Le conseguenze di certi istanti catalizzatori sono totalizzanti.
Io con quella frase, quella conclusione, quella chiave di volta, ho messo le basi per quel che sono diventata oggi, ossia due anni e mezzo dopo. Quattro anni e mezzo dopo quel che avevo percepito naïvement come la fine della mia vita. Incredibile quanto possa farti male chi ami.

spora-travel

Ciao, mi chiamo Veronica e sono una nomade digitale minimalista

“Che vordi’?” si chiederà la maggior parte di voi. Una nuova fuffa? Si e no.
Diciamo che è una furbata per gente fuori di testa. Quindi adattissima a me.

Vordi’ che non ho una città fissa di residenza, lavoro molto online e ho pochi oggetti con me.
Tutte e tre le cose sono collegate e non posso abbandonare una delle tre modalità senza che ne risentano le altre due. Adesso sono in equilibrio o in pace chimica, come dicono gli scienziati.
Ma queste cose non si progettano a tavolino, sono conseguenze di un movimento interno più profondo. Al giorno d’oggi ci sono molte persone che raccontano molto meglio questo bisogno collettivo di libertà e semplicità: si chiamano minimalists e sono gente molto figa. Anche i nomadi si raccontano ispirando migliaia di persone, e si incontrano in tutte le città del mondo.

Ho scoperto il movimento dei nomadi tre giorni fa, e i minimalists ieri sera. Leggendo i loro blog e siti mi sono sentita a casa, per certi versi. Ma ognuno deve fare i conti con quello che è veramente. Non puoi decidere di diventare qualcosa solo per un trend. Non ce la faresti mai, devi avere un motivo molto intimo per cambiare.

Io, per esempio, sono veramente nomade nel mio spirito e nel mio modo di affrontare la vita. Fa parte di me.

Mentre invece non sono minimalista, mi piacciono gli oggetti e le collezioni. Io sono diventata minimalista per necessità fisiologica, proprio perché non potevo fare altrimenti. È stato soltanto dopo qualche anno e senza rendermene conto che ho capito che avere pochi oggetti ma buoni era molto più bello che averne troppi. Ma non escludo tornare ad avere una casa piena di begli oggetti.

collezioni-spora


La cosa strana di certi processi è che tu non li puoi definire né descrivere mentre ti succedono.
Non ti viene neanche in mente di cercare di analizzarli o capirli, semplicemente perché non sei in grado di percepire e assumere coscientemente che tu sei in una fase di cambiamento. Tu sei occupata a sopravvivere, altro che analizzare.

spora-change

Te ne accorgi dopo, quando ormai la frittata è fatta e la gente ti fa delle domande, tipo:
“Ma come fai con tutte le tue scarpe sul furgone?”
“Ma se stai via 4 mesi cosa metti in valigia?”
“Hai sempre gli stessi vestiti oppure ogni tanto compri qualcosa?”
“Dove ti arrivano le lettere?”
“Ma come fai col lavoro?”
“Come ti guadagni da vivere?”

Domande lecite che non mi sono mai posta, ma alle quali ho risposto naturalmente per necessità di adattamento a certe situazioni, e che analizzo adesso che è finito il periodo di cambiamento.

13cose

Quindi eccoci qui: le 13 cose

1) indirizzo. Il nomade ha dei problemi reali per quanto concerne la residenza fissa. Per moltissime cose devi avere un posto dove ti spediscono certi documenti, o anche solo un pacco se hai fatto un acquisto online. Molte cose puoi farle diventare nomadi insieme a te, tipo l’indirizzo di recapito per pacchi, ma il fisco ed il Comune vogliono che tu abbia un indirizzo vero. Io vorrei tanto avere la residenza su Lucio, ma non si può. Quindi adesso la metterò nella sede legale di Stiletto Academy a Milano.
frecciaIl nomade digitale minimalista deve farsi spedire tutto il possibile via mail, e pagare qualche m2 di sede legale da qualche parte. Anche se sono m2 virtuali da qualcuno, oppure una suite come fanno gli americani, va fatto.

2) il cambio stagione, ovvero i vestiti. Non si possono avere tutti i propri vestiti né tantomeno tutte le scarpe nel trolley da viaggio. Ho fatto una cernita accurata di vestiti estivi ed invernali che ho nei cassoni del furgone e li alterno. È stato difficilissimo disfarmi di certi pezzi, ma ce l’ho fatta e ho venduto molti dei miei vestiti al Mercantile. Con le scarpe non ho risolto e i miei mostri notturni stanno lavorando intensamente ad una scarpiera a vista nei muri interni di Lucio. Non vedo altre opzioni perché io con le scarpe ci vivo e le adoro.
Molte persone fanno “base” a casa dei genitori ed è anche la buona scusa per andarli a trovare per forza ogni tre mesi, dato che i nomadi non li vedono mai e i genitori si lamentano:
“Dove sarai a Natale?”
“A Bangkok, babbo”
“Chiamami ogni tanto!”
Story of my life.

Altri hanno sempre una casa in affitto che usano da deposito e base. L’ho fatto, è dispendioso e preferisco usare gli 800€ di affitto per fare cose più belle. Non possiamo essere schiavi degli oggetti a questo livello.

frecciaPer vestiti & oggetti è necessario avere una stanza da qualche parte, o un deposito con accesso illimitato. O un furgone. Io ho un furgone che ho trasformato grossolanamente in casa ambulante. Questa cosa del furgone per mollare tutto è tremendamente di moda, adesso, quindi sto scrivendo un romanzo sulle mie avventure a bordo. Per ora si intitola “La ragazza del furgone“. Ma col furgone devi diventare minimalista, quindi passo 3, dolorosissimo:

3) Disfarti del 60-80% dei tuoi oggetti. Nel blog The Minimalists spiegano il concetto del “packing party” che consiste nell’inscatolare TUTTA la tua casa, mobili inclusi, e tirare fuori solo e soltanto le cose che usi veramente durante 3 settimane. Poi regali e vendi il resto e rimani a casa ma più leggero. Funge, io l’ho fatto senza nessun piano o strategia ma solo per necessità nel furgone, ed è stato molto logico.

Non dico che sia bello e che sia una filosofia di vita che io apprezzi particolarmente dato che mi piacciono le case e i piattini, ma la mia vita nomade di questi anni me lo impone, quindi mi adatto. Ho lasciato il mio tavolo Tulip nel deposito di un amico e cerco chi lo accolga per qualche mese/anno finché non potrò recuperarlo. Mi spiace vederlo smontato e non voglio dare fastidio, e non voglio neanche venderlo. Tutti i mobili della mia ultima mansarda li ho venduti ad un’amica e ho regalato elettrodomestici, accessori e oggetti fighi a babbo e sorella. Quel che resta lo spaccerò con un decluttering party a Milano a marzo. State tunnate, c’è anche il mini frigo per le cremine.
frecciaPer disfarti degli oggetti inutili fai un packing party e usa i soldi delle vendite per comprare oggetti utili e dispendiosi che valgano davvero la pena nella loro funzione. Dopotutto io sono una gallina e amo lo shopping, solo che adesso lo faccio con una nuova coscienza, e poche volte l’anno.
(Ma come sarò brava a raccontarmi le frottole sullo shopping, eh?)

spora-beauty

4) Minimal anche per il beauty. Questa è difficile.
Sono una donna + influencer = tonnellate di creme, sieri, shampini e smalti in regalo.
Non so se potreste immaginare lo stato del mio bagno nella mia ultima casa: c’era non solo il frigo per le cremine, ma anche gli scaffali lunghi 2m per avere bene in vista tutti i miei prodotti preferiti. Certuni li usavo poco, tipo ogni due mesi. Ma quel “ogni due mesi” aveva un senso. Ogni due mesi, quella sera o quello specifico mattino, io avevo bisogno di indossare, si: indossare, quell’olio alla camelia sui capelli. O quella crema corpo, non le altre.
Come ho fatto? Ho imballato tutto e mi sono tenuta solo i prodotti che uso veramente nella mia routine giornaliera. E gli elettrodomestici che uso per attuarla, ossia spazzole viso, grattini per i piedi, piastra, phon.
frecciaFai un Beauty Party per tenere la routine giusta e regala il “ogni due mesi” alle amiche: te ne saranno grate forever e non ti negheranno una doccia (lo capirai al punto 8).

5) Il posto di lavoro. Perché anche se sei nomade, non vivi d’aria e vedoggente. Devi fare cose, ossia lavorare e fatturare. E chi dice lavorare dice posto di lavoro. Be’, come dire… è vero che i nomadi fighetti escono e vanno a lavorare negli Starbucks. Io se devo preparare una presentazione grafica mi metto a tavola o a letto, dato che viaggio in posti quasi sempre isolati. La maggior parte del tempo rispondo alle mail dall’iphone. Dicono che sia utile avere un posto prestabilito per mettersi a lavorare, per avere una certa discipina, e io ci credo. Il grande rischio per la gente come me è la deriva “cazzeggio” sui social. Noi stiamo sui social per passione e reale interesse, a il nostro navigare è anche proficuo al nostro lavoro. Io costruisco, giorno dopo giorno, la mia reputazione online raccontando le mie avventure. Il rischio è perdersi 3h su Pinterest mentre in realtà dovrei studiare per la patente. Ahem.
frecciaNon ci sono regole, solo onestà con te stessa. Se sei proficua su un’amaca, allora resta sull’amaca.

6) Come fai a lavorare online? Come guadagna un nomade digitale? Questa domanda può avere mille risposte. Chi è nomade digitale ha un lavoro che può essere fatto dal computer o smartphone. Ci sono anche i nomadi stagionali per vendemmie e raccolti vari. Io per esempio ho solo 3-4 mesi di lavoro “fisico” in Italia, suddivisi in due periodi ossia primavera ed inizio autunno. Per il resto dell’anno organizzo i miei eventi da dove voglio, connessa. Adesso sono a letto col pc sulle ginocchia e guardo la pioggia sulla Sierra argentina dalla finestra mentre scrivo questo post e preparo delle idee di stand per uno sponsor del Tour con un gioco che sono certa adorerete.
frecciaNon è obbligatorio lavorare, puoi benissimo prendere l’eredità di tua nonna e fare la nomade in giro per il mondo. Però io adoro il mio lavoro, è una Missione. Non cambierei niente nella mia vita, neanche se avessi ereditato centomila dollari.

La gestione dei soldi all’estero non è facile. Se hai un conto in Italia, consiglio le banche che permettono di fare movimenti senza conferme via sms, ma con un generatore di codice. Ed è importante avere un buon rapporto con lo staff e che risponda sempre a mail e telefono. Hai presente essere in mezzo alla Sierra e non riesci ad accedere al tuo conto?
Scegli bene la tua banca. Le banche adatte ai nomadi non sono molte, e nessuna ha ancora creato un format ideale per noi.

7) Mangiare e nutrirsi bene. Aya. Chi fa molte trasferte di lavoro lo sa fin troppo bene: mangiare è un piacere e una scoperta se sei in un posto interessante e hai tempo, ma diventa un delirio se sei in giro con treni e aerei. Va a finire –non scherzo- che mangi sempre il panino nelle stazioni mentre cambi o aspetti un treno. E mangiare nei bar non è molto salutare. Adorerei dei posti fighi dove ti danno l’insalatina di lentcchie con la rucola e gli smoothies con frutta vera senza zucchero. Ma non succede ovunque. E non sempre, se li trovi, hai un budget giornaliero che ti permetta di mangiare come vorresti. Soprattutto in Europa o US. È però più la prima che la seconda, io cerco di spendere bene in cibo per un semplicissimo senso di colpa verso il mio culo.
freccia Vai al supermercato e cerca di farti da mangiare da sola, o compra roba del super che puoi consumare in treno con l’aiuto di un mini kit chic, ossia posate piatto e bicchiere. Aboliamo l’usa e getta, vergogna. I giapponesi vendono roba fighissima che rientra nella categoria “decluttering verso oggetti utili, fighi, durevoli e carissimi”.

8) Igiene: doccia, pipì & companì?
Quando sono in giro approfitto al massimo dei bagni e Spa degli hotel. Mi capita ancora più spesso di squattare divani di amici e i loro bagni. Il beauty da doccia deve essere fatto bene, sennò finisci per usare la loro roba e non è carino e magari manco adatto alla tua pelle.
Quando sono nel furgone la cosa si fa durissima: Lucio non ha la doccia. Ha un lavandino per lavare le tazzine da tè, e per la routine viso ascelle e denti la mattina. Ha anche un WC portatile per le emergenze, ma non ha una doccia perché non ho saputo costruirla smontabile (se le cose “camper” non sono smontabili, dovrei omologarlo e non voglio). Per adesso ho squattato da amici che abitavano vicino al mio parcheggio -preparatevi raga, Lucio trova parcheggio SOLO sotto casa vostra, ha il radar- ma ho anche pensato alle docce delle aree autogrill come ultima spiaggia, oppure un ingresso in palestra. Per quanto riguarda la palestra ho appena mandato una bella mail al marketing di Virgin Active per uno sponsoring o partenariato del Tour. Secondo me ci sta tutta, ma non so che spirito abbiano nel loro marketing.
frecciaNon ho un consiglio valido, per il momento. Si accettano suggerimenti e inviti a casa vostra per la doccia. E saluto i miei troll che si divertiranno a darmi della poraccia e sporca. Vi bacio. Per fortuna faccio il Tour in una bellissima catena di hotel, quindi passeremo tutti i weekend in hotel 4 stelle con SPA per tre mesi. Giaoh raga.

spora-b

9) Dove mettere il furgone mentre non lo usi? Eeeeeh. Adesso sono in Argentina e Lucio è nel parcheggio della stalla di mia zia in Toscana. Dopo il Tour non lo lascerò da lei perché non è giusto e non ho idea di dove parcheggiarlo, allora ho pensato che potrei prestarlo/affittarlo a qualcuno che ne abbia bisogno per vivere o lavorare. O per lanciare una startup.
frecciaCandidatevi, ma solo se lo amate follemente e non avete paura di guidarlo a 80 all’ora, che è tipo velocissimo.

10) The importance of la routine giornaliera.
Quando nella tua vita non hai molte costanti come il TUO letto, la TUA cucina, il TUO bagno, il TUO ufficio, devi crearti dei punti fermi. Se non hai costanza con i luoghi, crea costanza con orari ed azioni. La mia routine si suddivide a seconda del continente e del periodo lavorativo dell’anno, ma certe cose rimangono sempre le stesse: routine viso la mattina, poi lavoro al PC fino alle 15 e lavoro pratico o cazzeggio il pomeriggio.
freccia Alzarsi la mattina è importantissimo, altrimenti dormi troppo e diventi uno zombie al di fuori della società. Perché va bene essere nomade, e va bene essere minimal, ma non è che non vivi in società: sei umana e devi interagire.

11) Lo stile. I nomadi ed i minimalisti hanno una cosa in comune, di solito: la mancanza di eleganza. Soprattutto i nomadi, perché viaggiano con lo zaino. I minimalisti in genere sono mossi da un concetto che abbraccia per difetto un’eleganza alla giapponese che fa diventare tutto molto bello esteticamente. Anche nel vestirsi.
Il nomade invece va in giro con tshirt e scarpe comode da ginnastica. Sciattone.
Mi sono sempre rifiutata, mentre viaggiavo in giro per il mondo, di vestirmi da “backpacker”. In Tailandia avevo un look fighissimo vintage da città che mi dava un senso di decoro e di rispetto e mi sentivo in pace. Perché il piattume omogeneo dei backpacker è a mio avviso offensivo, è quella cosa che fa la differenza fra un turista e un viaggiatore. Il turista con ciabatte anche in centro è uno schiaffo alla decenza. Quindi stile, sempre.
frecciaDefinisci il tuo stile vestimentario e scegli pochi pezzi ma buoni, da combinare insieme. Pensa anche alla loro praticità e facilità di lavaggio e asciugatura. Pochi pezzi semplici con degli accessori intelligenti e stilosi fanno la differenza.

12) Stay focused. Essere costantemente in viaggio, oppure istallarti da qualche parte per due o tre mesi e poi ripartire, ogni tanto possonA me è successo soprattutto all’inizio perché non sapevo esattamente dove stessi andando, stavo piuttosto scappando. Altre volte ti viene voglia di restare li in quella spiaggetta paradisiaca e mollare i tuoi clienti in Europa perché ti lasci andare e ti dici ma no, ora apro un chiringuito qui e vafffa. In quei momenti è importante ripassare mentalmente le tue tre ragioni di vita, e le azioni che hai stabilito di mettere in atto per poterle portare avanti. Perché non si va da nessuna parte senza una forte motivazione, una missione, e un piano efficace per metterle in atto.

frecciaQuali sono le tue priorità nella vita? Scrivile!

Per me sono:

  • viaggiare
  • amare
  • mangiare

Non per forza in quest’ordine, e meglio se tutte insieme e in compagnia. E no, eat pray love non c’entra. Tipo: degustazione thai fusion in un’isoletta paradisiaca col mio fidanzato. Tadaaaan: perfezione dei 3 punti.
Trovatemi di meglio e ne parliamo.
Di cosa abbiamo bisogno per poterlo fare? Di guadagnare dei soldi facendo un lavoro che ci piaccia. E da li tutto il nostro life model con furgone, minimalismo, etc. Il tutto parte da un semplice concetto: non sempre devi stare in unufficio in una città per guadagnarti da vivere. A volte basta un iphone.

13) leggi e fatti ispirare da gente che fa cose, mantieniti sempre informata. Da quando sono nomade ho imparato molto da altre persone online. Da sola non avrei fatto manco la metà delle cose che ho portato a termine. Internet offre una cosa bellissima che è poter condividere quello che fai e come lo fai, e prendere spunto da quello che fa altra gente per migliorare te stessa. Essere connesse è la cosa più importante in assoluto.
Diventa devota del Dio della 3G. Serve sempre ed è l’unico Dio dei nomadi digitali.

Ecco chi mi ha ispirata negli ultimi 3 giorni:
The minimalists: 2 amici, 2 rivelazioni diverse e pochi mesi dopo un movimento di 4M di persone.
20 liter life: la vita con 20 litri di bagaglio. Fatto benissimo, consigli TOP.
Colin: è figo, fa lo scrittore blogger nomade e si sa vendere benissimo. Look & learn.
Yongfook: nomade ma con una classe invidiabile. Altro che zaino e calzini lerci.
Nomad list: analizza i costi di vita e la velocità web in molte città del mondo. UTILISSIMO.

Come potete notare, i nomadi sono quasi tutti uomini. Ho sempre incrociato molti più uomini che gruppetti di amiche durante i miei viaggi in Asia o Africa. Per i nomadi credo che il ratio si ancora più alto, dato che noi donne facciamo per istinto naturale delle scelte di vita legate alla territorialità e il desiderio di maternità. Non a caso io sono sterile.

freccia Per essere una nomade minimalista connessa devi avere un’igiene tecnologica non indifferente e ben studiata. E una connessione stabile che in certi posti del mondo non hai. In Italia mi muovo con la “saponetta” della TIM che va e non va, ma è meglio di niente per l’air. In altri paesi compro o noleggio SIM e non bado a spese per la connessione. Qui in Argentina ho dovuto sottoscrivere un abbonamento obbligatorio per due anni a 36,6€/mese e che questo mese è aumentato a 41€. Qua gli operai guadagnano fra i 350 e i 700€ almese, per capirci. A Parigi, dove guadagnavo in media 3000€/mese, pago tutt’ora 30€/mese per internet, telefono gratuito a tutti i fissi del mondo e volendo TV via cavo, che non ho installato. In Giappone noleggiavo la mia SIM col 3G a velocità idilliaca anche a bordo dello Shinkansen a 300 km/h per 15€ al giorno.
Ma non solo si tratta di avere i devices giusti con una buona connessione, la loro alimentazione è fondamentale ed è sempre un problema. Io ho un iphone e quindi ho sempre la batteria aggiuntiva. Non dimentichiamo, poi, il backup sia fisico in hard disk che virtuale online.

OMG, devo fare il backup!

FAQ:
+  Ma fai il decluttering party anche per tutte le cremine e shampini?
Si, ho cumulato troppa roba e le creme hanno una data di scadenza. Venderò/regalerò tutto insieme a Milano a marzo, vi avverto per tempo se volete passare.

+  Voglio adottare il tuo tavolo Tulip, come faccio?
Mettiamoci d’accordo e passi a prenderlo.

+  Voglio fare da babysitter a Lucio, come faccio?
Mettiamoci d’accordo quando riparto e passi a prenderlo.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Calo: “Voglio aprire un vlog!”

I video sono molto di moda. Ho 2 canali youtube da anni, ma devo ammettere che fare il montaggio mi sfinisce. Non sarei costante se facessi la vlogger.
Sull’isola ho conosciuto un bel po’ di youtubers famosi americani. Sono gente super organizzata, e se non postano per un giorno, tipo non so… no,  è impossibile che non postino per un giorno. Gli youtubers americani vivono di quello. Il loro problema più grande è trovare argomenti per ogni singolo giorno. Il mio amico Chris ha un tema prestabilito per ogni giorno della settimana, così sa già di cosa deve parlare, e la domenica fa il suo videino con riflessioni da letto. Le tipe adorano.
Vive a LA ed il suo conto in banca è rimpinguato regolarmente via le pubblicità su youtube, fa milioni di visite.

Un vlog non è altro che un blog con dei video. Non il video in sé. Il video in sé sarebbe un videopost, casomai, ma la gente adesso li chiama vlog ed è super di moda dire vlog.

Il video è un’ottimo canale per comunicare, soprattutto per spiegare delle cose. L’ho usato per la Stiletto Academy, e ogni tanto per i miei viaggi. La Tailandia è stata molto figa da mostrare così. Anche in Giappone mi sono filmata, ma ho perso gran parte delle rush. Non ci voglio pensare, mi intristisce.

Prima di partire, ad ottobre, ho girato 3 video diversi che devo montare: uno mentre mi sistemano i capelli con le extension per tappare i buchi, un altro quando il Dr Tossina mi inietta il Botox, dove avevo ancora i capelli non ossigenati, e il terzo sullo spalmaggio a bordo mentre venivo in Argentina la 2° volta, ben installata nel bagno del Boeing Alitalia.
Li devo montare, dai, rompetemi le palle per montarli. Non ho voglia.

Non sarei una youtuber o vlogger costante, non è da me.
Io scrivo, sono old fashioned.

Ma il mio fidanzato ama le immagini. E i video.
“Voglio aprire un vlog!” mi ha detto.
Benissimo, ho risposto, magari raccontiamo i nostri mesi a bordo del furgone con Felipe, la sua scoperta dell’Italia e l’Europa, mi piace! Bravo amore, se ne avrai la costanza. E taaaaaanti auguri.

FelipeyCalo

Allora abbiamo cominciato a pianificare e fare ricerca. Perché se hai un progetto editoriale devi darti tutte le possibilità per poterlo fare con serietà e costanza. Più che fare delle riprese e poi montarle su Première come faccio io, e poi aspettare delle ore perché vadano in onda sul tubo, gli ho consigliato di trovare delle App tipo Vine ma che ti lasciano filmare più a lungo montando mentre filmi. Sono cose che ti fanno guadagnare un sacco di tempo e di nervi e così facendo manteni una certa costanza non dico giornaliera, ma conoscendo Calo probabilmente si. È pigliatissimo con Instagram. Ogn tanto ha un nuovo follower hce non sia donna e mi urla: “Oh, un follower etero!”
C’è da dire che mentre ero a Milano a settembre per riunioni con i possibili sponsor per il Tour, a fine riunnione, serissime, le addette al marketing mi offrivano un caffè e mi chiedevano: “Oh, ma quel tuo fidanzato argentino, ma quant’è figo? Scusa ma ci guardiamo sempre il suo Instagram!”
Ho riferito a Calo che in Italia piace molto. Non mi crede.
Le mie amiche mi hanno detto: “Non dirglielo! Lascialo nella sua beata ignoranza, fidati!”
Ma ormai lo chiamano Oberyn.

Con questi presupposti il suo vlog dovrebbe raccogliere molti consensi, ma siccome è un tipo semplice, dubito che farà le scenette alla Mariano Di Vaio. Non facciamoci troppe illusioni di bicipiti, ve lo dico.

L’iphone non ha l’App di Youtube come Android. L’ultimo giorno sull’isola ho postato un video subito dopo averlo filmato, one shot, usando l’App di Youtube del Samsung che ha anche un coso che stabilizza l’immagine. Devo dire che è comodissimo e non ci pensi più.

La riflessione per il metodo e la piattaforma più adatta è stata: blog o social network di video?
L’ideale sarebbe una piattaforma con struttura di blog dove metterli tutti insieme, e un’app che magari ha anche la parte social direttamente sul cel.

Se penso “ai miei tempi” mi viene da ridere. Una fatica! Dopo un bel po’ di viaggi ho messo a punto la mia tecnica personale di inquadratura e riprese camminando con il mini fish eye. Lo incollavo alla mia minicam Kodak che ahimé non producono più e della quale ho fatto scorta, oppure quando non avevo più batteria, direttamente all’iphone. Adesso ci sono gli stick ma non mi piacciono perché sono ingombranti. Il fish eye è comodo e ti permette di avere la cam o telefono molto vicini. In Giappone mi si era fusa una mini Kodak e credevo di trovare un universo di minicam. Ho fatto un intero episodio in un negozio giappo tipo mediaworld, e il commesso fa morire dal ridere. Io gli dicevo: Mini minicam! E lui mi mostrava delle compatte troppo grosse per me. Gli ho fatto vedere la mia Kodak Playfull: gnente. Son finita nel reparto GoPro, e ho preso una JVC perché rispetto alal GoPro, all’epoca, aveva un mini display. Ma le GoPro hanno una batteria di cortissima durata, ho fatto gran parte delle riprese con l’iphone 4, e incazzata nera dato che la JVC mi è costata carissima in yen. E poi passavo due o tre serate per montare un video di dieci minuti.

Adesso quindi cerchiamo un’applicazione che eviti la fase di montaggio e che ci permetta di fare pausa e cambiare punto di vista o aspettare qualche minuto, per non aver sempre dei filmini monotoni tutti d’un fiato. E ci piacerebbe anche poter immettere una mini-sigla. La sigla cambia tutto, dà omogeneità algi episodi e definisce il branding. Ho lavorato moltissimo a quella delle SporaPills, per esempio, e il SuperFuffa mi fece un montaggio audio troppo bello che è ancora d’attualità.

Dopo aver pensato a cosa ci serviva abbiamo consultato il nostro caro amico GUGOL, e cominciato a cercare. Perché nella vita ci sono sempre più opzioni che non conosci, soprattutto se si parla di tencologia.
Bye Bye Première, bye bye editing.
(sperèm!)

Ecco cosa abbiamo trovato da scaricare, per il momento. Ho pensato di condividere le App con voi perché magari potete aiutarci a scegliere meglio, oppure anche voi stavate pensando di fare un vlog ed è sempre utile confrontarsi o prendere la pappa già pronta dagli altri. Io adoro i post con la pappa pronta, per dire.

Il concetto generale è: no fase di editing o montaggio, e vita semplice. Moltissimi vlogger non condividono le loro tecniche perché pensano che magari poi “la gente mi copia”. Ma un video lo fa la persona, non l’app, e siamo tutti diversissimi. C’è gente che usa Vine in modo ecccelso, e gente che fa delle cagate tremende. C’est la vie.

Molte delle App sono per Iphone, mentre Calo ha due cosi della Samsung. Uno è lo smartphone S4Zoom, e l’altro e la cam superfiga mirrorless che ha la sim e tutte le App dentro. Credo, però, che userà lo smartphone perché la cam ha un bruttissimo vizio che altri fotografi con Canon mi hanno confermato: un décalage di 7 fotogrammi con l’audio, noiosissimo. Me ne sono accorta montando il video della donnna-piccione e volevo spaccarmi la testa contro lo schermo. Se ci fate attenzione si vede molto bene ogni tanto. Di solito uso un microfono piccolino della Philips nascosto dentro i vestiti per avere l’audio separato in un’altra traccia pulita, ma quel giono non l’avevo con me.

fly-video

Le App:

Fly ti permette di caricare fino a 4 mini video dal tuo telefono, e montarli tagliando e spostando pezzi. Questa ci piace perché possiamo montare una volta sola la sigla su Première, e poi aggiungerla ogni volta all’inizio dall’archivio. Il che ci lascia ben 3 tracce diverse da montare. Non sono tante ma neanche poche, e cosi magari vengono delle pillole carine e inferiori ai 3 minuti. Rimanere sotti i 3 miuti è vitale per un vlogger, quelli troppo lunghi non li finisce quasi nessuno.
Vi diremo di più su quali ci convincono dopo le prove generali. Questo blogger racconta meglio come funge Fly, in inglese.
La cosa che voglio davero provare è la ripresa simultanea con 4 cellulari, tipo mentre viaggiamo sul furgone, per non avere sempre lo stesso punto di vista. Sono anni che penso a fare una sorta di regia a bordo, con tutte le mie minicam, con una sorta di pulsantiera o telecomando che mi permetta di “switchare” da una cam all’altra, il tutto registrando in live. Sarebbe figo, no?

Ce ne sono molte carinissime che proverò anche io per vedere se ogni tanto gli rispondo con un videino tutto mio, quindi ho visto che per iphone la vita è più bella, e ho scelto di scaricare per ora solo quelle gratis senza watermark:

Cameo, che è come i video di Instagram, ma per i Pro. Voglio troppo vedere.
Lightt, che ti permette di metterci anche della musica sopra e registrare la tua voce per spiegare certe cose. Comodissima, spero risponda alle mie attese.
Directr serve per fare dei teaser. Lo proverò di sicuro perché lancia i teaser in tutti i tuoi social, e quello è mooooolto comodo per spammarvi tutti. Odiatemi.
Pinnacle è super pro. Pure troppo, per ipad non iphone. Se avete un ipad provatela, a gente dice meraviglie. Costa circa 10 dollari.
JumpCam, dove se io lancio un video, poi voi potete aggiungere dei pezzi per un video collettivo e mi ha dato delle super idee per il gallinaio e l’insplagenda, oppure gli eventi Stiletto Academy! Questa va anche su Android.

Fly ha molte funzionalità a pagamento, e poi ho trovato Vizzywig e mi sono detta che forse non è stupido spendere qualche euro in un’app che sia davvero utile e ti risolva tutti i problemi “on the go”. Ci sto pensando ;-)

Adesso mi potete dire quali App usate, così ci facciamo un giro o serve ad altre che vogliono aprire un vlog? Grazieeeee :-)



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////