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la teoria del pompino

Doverosa premessa

Non sono una sostenitrice del pompino nel senso che non milito perché lo facciano tutte. Sono cose personali e private, e ognuna fa quello che gli pare. C’è chi lo vede come una sottomissione della donna, e chi invece come una sottomissione dell’uomo (abbiamo i denti, remember?). Molte donne lo fanno solo per tenersi un uomo (raga anche no, se non vi piace non fatelo, perdinci!), molte altre li fanno quando hanno il ciclo e non hanno voglia di far l’amore ma si sentono di “pagare dazio” offrendo qualcosa. Anche qui, raga, ma scherziamo?
Insomma l’argomento pompino meriterebbe una grande discussione sulla sua simbologia intorno a pene, femminismo, femminilità e maschilismo, ma oggi ahimé mi serve soltanto per farvi una metafora. Quindi se non siete amanti della fellatio, potete comunque leggere perché questa non è un’ode al pompino. Grazie.

Seconda doverosa premessa

Questo è un estratto dello #StilettoChallenge, un percorso di 12 esercizi da fare da sole che potrete scaricare da oggi gratuitamente in PDF dal sito della Stiletto Academy e che riceveranno tutte quelle che si sono iscritte al Tour 2015 (circa 1700). Lo #StilettoChallenge serve a continuare con la botta di energia e autostima sbloccata durante gli eventi, per tirar fuori tutto il meglio di te e fare che tu ti senta più ganza e meno abbandonata a te stessa, o semplicemente perché tu veda che muovere il culo, magari in compagnia del gallinaio, non era poi così impossibile. Puoi farlo anche se non hai mai partecipato ad uno dei nostri eventi.

Puoi fare tutto il percorso o solo alcuni punti -io te li consiglio tutti, hanno un senso preciso nel loro ordine anche se alcuni “ce li sai”-. Per lanciare lo #StilettoChallenge ho scelto il punto numero 10 perché non solo il tema è cruciale per una quantità di donne che scopro essere sempre maggiore, ma la metafora tira un casino, è il caso di dirlo, e io sono pu sempre una donna di marketing. L’esercizio lo trovate solo se aderite al Challenge che, ripeto, è gratis e non porta nessuna marketta, nessuna controindicazione, nessuno spam. L’anno scorso vi ho regalato l’insplagenda e per tutto l’anno non ho cercato di vendervi nulla con quella newsletter, anzi, ho cercato di farvi avere più plugin possibili in accordo con le mie disponibilità di tempo -pochissimo, ahimé-, ementre quest’anno il regalo è questo, che è una sorta di upgrade dell’insplagenda perché non solo ti ispira e ti motiva, ma ti esorta all’azione.

cover-insplagenda

Ho ceduto l’insplagenda in toto a Stiletto Academy come fonte di sostentamento e adesso è in vendita nello stiletto shop con un margine di guadagno del 30% per finanziare le attività dei corsi, la vita associativa e altre cose molto belle che speriamo poter mettere in piedi nella nuova sede.
Se vi va di sostenerci acquistando l’insplagenda che quest’anno è in 3 versioni ossia classic, mommy e biz con la partecipazione delle NetworkMamas e C+B, e in 2 formati: A5 e Personal. In più, l’abbiamo declinata in giornaliera, 2gg/pagina o settimanale. Insomma noi 3 socie fondatrici (la Bobby con le NetworkMamas, la Marano con C+B e me) ci siamo fatte un vero culo per farne cosi tante, e adesso potete trovarle nello shop ufficiale ma ancora per poco, mi sa, perché il Team Insplagenda va in stampa credo il 3.

Stiletto-Challenge

Lavoro e passione: la prova del pompino

Ed eccoci qua. Questo passo non è facile per niente, ma è una delle sfide più importanti della vita: lavorare con passione.

Ci sono donne che hanno già trovato la loro strada col loro sogno, e hanno la fortuna di farlo come lavoro. Se consideri che passiamo la maggior parte della giornata a lavorare, trovare un lavoro che ci piaccia davvero è un compito importantissimo nella vita di ogni donna.

A volte ci prepariamo per un mestiere che poi scopriamo non essere esattamente quel che avevamo sognato. Te lo dice una che ha fatto l’architetta per 12 anni e poi ha mollato tutto, eppure il mio era un posto di lavoro stimolante. Ma non era per me. Me ne sono fatta una ragione.

All’epoca della scelta della vita, magari non sapevamo che esisteva un certo tipo di lavoro e ci siamo messe a studiare la cosa che ci ispirava di più. Cosa voglio dire con tutto ciò? Voglio dirti di non scoraggiarti. Se la tua occupazione attuale non è quella dei tuoi sogni, cerca ancora. Sviluppala il parallelo. Se non dovesse mai diventare redditizia, almeno la coltiverai nei tuoi tempi morti e sarai una persona realizzata, è importantissimo. Non è detto che una passione debba per forza diventare un lavoro, può trattarsi di volontariato, collezionismo, hobby. Ma è importante individuarla e coltivarla, per sentirsi complete e non avere rimpianti fra cinquant’anni. Un esercizio semplice per capire la portata di questa cosa è immaginarti vecchietta a 85 anni che parli coi nipotini o similia raccontando la vita che facevi cinquant’anni prima. Se ti sembra che la vita che fai adesso non sia un argomento di conversazione super interessante per i tuoi fantomatici nipotini, cerca di capire il se la cosa ti va bene così o se c’è una punta di delusione. Se c’è, muovi quei neuroni, il culo, le dita sulla tastiera e cerca cos’è che ti rende felice. Fai delle liste di cose che ti piacciono quando le fai, anche se è un “mi piace passarmi la piastra, ci godo”.
Bene, è una passione, vai avanti cercando come svilupparla.

E se non hai ancora capito che cos’è sta benedetta passione, ti consiglio di fare lo #StilettoChallenge. Soprattutto se la tua occupazione attuale non ti fa fare i ballettini e ti senti un po’ così. Se invece ce l’hai fatta perché hai scelto bene dall’inizio, se hai cambiato strada e ce la stai facendo, oppure se sai già come fare, corri ad aiutare le altre con un po’ di conforto e qualche consiglio utile raccontando la tua storia! Gli esempi positivi e reali, ossia non tutto rose e fiori, sono la cosa migliore che tu possa donare al gallinaio e al mondo.
Donati, aiutale, e avrai tantissimo amore in cambio.

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Come si fa?

Ci sono stadi diversi per questo Challenge. Potresti avere già un’idea di passione, oppure essere nella nebulosa più totale. Oppure si, hai un hobby appassionante ma ti dici che dai, quella cosa non può diventare un lavoro! A questo punto ti ricordo che stai parlando con una tizia che ha mollato i grattacieli per fare la coach di tacchi, ok? E in Italia ci sono migliaia di donne che ogni mattino passano dalla camera da letto al loro corner ufficio o laboratorio in salotto e cominciano a lavorare felici con una tazza di té e la musica a palla. Perché loro si e tu no?

Punto uno: non buttarti giù di morale dicendoti che le altre hanno qualità o fortune che tu non hai. Viviamo in Europa, non in un paese del terzo mondo e, anche se l’Italia è piena di menate soprattutto fiscali, siamo ancora in grado di levarci due dita di culo, per dirla alla francese.
E internet è una figata.

Punto due: sii obiettiva. C’è un’enorme differenza fra sogno e passione. E fra passione portata avanti in modo amatoriale, e passione sviluppata bene con talento. Tipo, se sogni di diventare una scrittrice famosissima in tutto il mondo e vendere milioni di copie come ta tizia di Harry Potter, ti direi che le percentuali di successo sono molto basse. Non è impossibile, ma sono molto basse.

A sto punto ci vuole la teoria del pompino. Calma, non è come credi.
Cioè, si, ma anche no. Non devi farlo a nessuno, è una metafora.

La prova del pompino è la seguente: la quasi totalità delle italiane che praticano la nobile arte della fellatio, credono di essere delle fottute professioniste. Non brave, dippiù. Abbiamo un orgoglio pazzesco, bene.
E qui casca l’asino (o qualcos’altro), perché non è quasi mai vero. Non è che perché lui va ogni volta in visibilio, tu sia per forza brava. Lui va in visibilio perché avere delle labbra che baciano il suo pisello è una cosa stupendevole comunque, ma lungi da li col confrontarlo con un pompino fatto stra-bene. Son cose diverse, ahimé, è la dura verità.
Intorno ai pompini regna una grande nebulosa e se lo chiedi a loro non è che ti diranno che non sei brava, perché sempre meglio averci delle labbra che baciano il loro pisello, che non averle più perché ti sei offesa o ti senti inadeguata. Sia mai! Ma se parli coi tuoi amici gay, scopri delle verità che ti riportano riluttante alla realtà: la maggior parte di noi italiane è scarsissima in pompini, mentre crediamo di essere stra-brave. Ecco il punto: quando si tratta della tua passione candidata a diventare un lavoro redditizio (quindi no, non i pompini), informati per bene parlando con molte persone per capire se la tua passione è un vero talento oppure sei scarsa. Perché se sei scarsa non hai molte chances di spaccare tutto e spenderai speranze, energia, tempo e denaro per qualcosa che ha poche chances di successo.

Detto questo, il marketing e la consapevolezza insieme sono una grandissima cosa e anche se sei cosciente di non essere fra le migliori, puoi decidere di lanciarti lo stesso perché ti organizzi facendo formazione, studiando per diventare migliore nei punti deboli. Diventi una fottuta professionista, come dice l’Estetista Cinica. Si può, si deve!

Puoi benissimo avviare un’attività che ti renda indipendente e felice anche se non sei la migliore nel campo ma hai una visione diversa e una proposta alternativa. Un twist. Funziona, bata esserne consapevoli e lavorare sulle opzioni o le declinazioni. Un piccolo twist può far tanto.

La cosa più importante in tutto ciò è che a te piaccia tantissimo quello che stai facendo, perché la passione è la benzina della vita.

Punto tre: pensa sempre a Madonna, che dicono gli esperti non abbia tutta sta gran voce, ma lei non è semplicemente una cantante pop, lei è fuckin’ Madonna e si è creata da sola. Ha passato i cinquanta ed è ancora li a tenere testa a tutte le girls. Madonna sei tutte noi.
Ecco che il marketing, la strategia e il carattere muovono le montagne, anche di soldi. E se ce l’ha fatta lei, puoi farcela anche tu con qualcosa di più terreno. Come per tutto, ripetiti “Sono figa”. Funge.

Quindi, gallina, non stare li a dirti che sei una sfigata, perché se te lo dici poi ci credi e ponendoti così ci credono anche gli altri. Basta.
Alza il culo, fatti bella, trova cosa ti piace, dagli il twist giusto e provaci.

Sogna, pianifica, inizia, insisti, perfeziona, riprovaci. Cadi, rialzati, ricomincia. Ricorda che magari ti va di merda, ma è solo una fase, tu continua migliorando e aggiustando il tiro via via che capisci le cazzate. È normale, andrà bene solo se ci credi veramente. Crederci e perseverare sembra stupido ma non lo è, è alla base di tutto e trovare davvero la passione che ti fa fare i saltelli è la prova più lunga.

Ci vediamo nella pagina facebook di Stiletto Academy: si, se vuoi fare lo #StilettoChallenge con il tifo di tutte noi, puoi sottomettere domande o dubbi o piccoli traguardi direttamente sulla nostra pagina, e noi arriviamo in massa :-)

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Come si fa? Ti iscrivi, ti arriva il PDF, lo stampi, lo leggi e cominci. Easy :-)



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il giudizio degli altri

La mattina quando apro gli occhi, che siano le 6 o le 11, allungo la mano verso il comodino (o fra cuscino e  paratia se sono su Lucio) e guardo che è successo.

“Che è successo”?

I social, non la mail. Quella ha del lavoro, quindi viene dopo quando faccio colazione. Per prima cosa facebook, poi instagram e twitter.

Facebook ha questa brutta abitudine, da un po’, di far riemergere i tuoi ricordi passati. Anche di 4 anni fa. Quando l’ho capito ho eliminato, in pieno stile Big Brother, ogni fotografia che non mi piacesse della mia vita passata. Quelle che affiorando avrebbero potuto incidere sulla giornata. Non si cancellano i ricordi, ma posso eliminare quella casualità con la quale facebook decide di sbattermeli in faccia senza che io gli abbia dato il permesso, e avere il controllo sulla propria vita e i propri social network è un diritto. Mi sono violentata per un pomeriggio intero a cancellare le fotografie che avrebbero potuto, un mattino, farmi iniziare la giornata con quella nuance malinconica non richiesta. Metti che di notte hai fatto un sogno brutto, metti che in quei giorni hai un carico emotivo pesante e stai combattendo per tirarti su. In quei giorni sei pure i SPM e facebook, che ha un tempismo eccezionale, paf! ti sbatte in faccia una te che non vuoi vedere. Come si permette?
No, bellino, nonono.

Il passato non lo cancelli, ed è un bene, ma a me preme sapere che è laggiù e solo io o gli interessati possono spolverarne delle paillettes volanti ogni tanto.

Questa mattina facebook mi ha rispolverato una foto di 4 ani fa al lavoro. Veniva da instagram e avevo degli occhialini 3D al lavoro. All’epoca gestivo progetti di grattacieli, obbligatoriamente in 3D che fosse BIM o Rhino (cose nerd). Il percorso foto -> memoria -> eventi -> stato mentale dell’epoca -> percorso fatto fino ad oggi impiega una frazione di secondo per disegnarsi come un’esplosione nella mente. Oggi erano le nove del mattino e facebook mi ha svegliata con un’immagine di me dove facevo la figa, ma lo facevo solo perché non sapevo che altro fare. Lottavo, anche se non me ne rendevo conto. Sono semrpe stata brava a rendere fighe le sfighe.

Ma chi si rende veramente conto che è in piena battaglia, se ci è immerso dentro come in quel gel che fa le scorregge? Pochi, dai.

La forza, da grandi, sta nell’esserci passate molte volte in modo da capire che:
A) sei nella merda
B) va tutto bene, lotterai
C) ne uscirai, quindi vai serena

Di tutte le merde che ho avuto, come miliardi di esseri umani, nella vita ho capito solo che ok: succede e succederà ancora, ma siamo negli anni duemila e cavolo, abbiamo talmente tante possibilità ed elementi per farcela che relax, le nove vite dei gatti sono una pippa in confronto a noi.

Sembra una frase fatta di quelle da condividere su facebook, ma è talmente limpido come concetto e talmente assoluto, che non ci crede quasi nessuno. È più facile essere vittime del “cosa penseranno gli altri” che pensare con obiettività a cosa tu stia facendo per innescare un percorso di rinascita. O quantomeno di galleggiamento. Perché c’è una differenza abissale fra il galleggiamento inconsapevole, e galleggiare temporaneamente con un obiettivo davanti a te. Il galleggiare consapevole è quelloc he ti porta a fare scelte di sopravvivenza ponderate. Cose come dirsi OK, ho una laurea in architettura ma per fare questo cambiamento dovrò passare per un lavoro alimentare X che non farei mai per passione, ma che in questo momento fa parte della soluzione. E lo fai. Da fuori si dicono oddio ma perché una che è laureata deve fare le pulizie nelle case? Fare le pulizie nelle case è il mio esempio TOP. Fra i mille lavori alimentari che si possono fare per galleggiare e sopravvivere come in un fast food, fare la babysitter o quant’altro, io considero sempre le pulizie il super top perché se sei davvero davvero nella merda è meglio lavorare in nero (non fate quella faccia, sappiamo bene del fenomeno del quale parliamo), ed è un lavoro dove sei da sola e non ti rompe nessuno: pulisci con la musica nelle orecchie in santa pace, e la tariffa oraria è abbastanza buona. Ditemi che non è vero.

Quando ho preso Lucio, in molti mi hanno detto che non si può vivere in un furgone perché non è sicuro, perché è da barboni, perché non è sano, perché non sta bene, perché bisogna avere una casa con tutte le cose, perché stocazzo. Discorsi su discorsi sul perché non dovevo farlo, senza informarsi del perché lo facevo.
Ma se ci pensi con obiettività, che te ne importa se GLI ALTRI pensano che non vada bene? Che influenza hanno GLI ALTRI nelle tue scelte di vita? Nessuna. Questa è la verità: nessuna.

4 anni fa gestivo progetti in 3D nella divisione grattacieli dello studio d’ingegneria dove lavoravo. Era a tratti divertente, ma in realtà una gran rottura. Non mi faceva impazzire. Oggi guardo questa foto e vedo una tizia che non sapeva dove sbattere la testa, che non aveva passione per il suo lavoro, e che la sera arrivava a casa e si beveva due bicchieri di Monbazillac per poter dormire. Certe notti si svegliava alle 4 e con uno spazzolino da denti puliva gli sportelli d’acciaio della cucina del loft. In ufficio non hanno mai saputo delle cure, non hanno mai saputo del divorzio e la vedevano sempre coi tacchi organizzando la conquista di Milano a suon di eventi e uscite sui giornali. Oggi guardo questa tizia e ne sono fiera perché ce l’ha fatta a darsi una mossa e in due anni ha rimesso insieme il puzzle ricominciando daccapo. Daccapo e avanti tutta, con la giusta dose di incoscienza. Da quel giorno in cui disse basta e si comprò il furgone Lucio e ricominciò a vivere, a fiorire. Questa tizia non sono più io, ma lei è le mie radici, così come sono radici tutti gli anni di formazione, lavoro, viaggi, figure dimmerda e pazzie. Oggi questa tizia presiede una cosa folle che si chiama Stiletto Academy e che aiuta altre tizie a credere che possono immaginare altro che pulire gli sportelli della cucina con lo spazzolino da denti alle quattro di notte. Questa tizia è stata forte e oggi ne ispira a migliaia perché ha capito che non è vergogna passarsela di merda ogni tanto nella vita, e soprattutto che non è mai finita: se vuoi ricominci sempre. Non sottovalutare mai l’importanza delle tue fragilità: sono la base della tua rinascita. Veronica

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:


Che pensino che sono una barbona, che pensino che mi daranno fuoco al furgone pacheggiato da qualche parte con me che dormo dentro, che pensino che sono una sfigata perché son costretta a vivere -secondo il loro giudizio- con indecenza in un furgone; che pensino quello che gli pare. Io ho il mio pensiero ed è diverso. È mio e mi basta. È molto più importante cosa pensi tu di te stessa che non quel che pensano gli altri.
Ho preso il furgone e mi ha fatto comodo. Comodissimo. È stata la soluzione migliore per quel momento, e lo è tutt’ora.

Non sono una persona peggiore perché ho dormito in un furgone, non sono una professionista peggiore perché ho dormito in un furgone, e non sono diventata una delinquente perché ho dormito in un furgone. Non faccio del male ad altre persone perché dormo in un furgone, non inquino perché dormo in un furgone, non sono meno umana perché dormo in un furgone. Non nuocio a nessuno perché dormo in un furgone. Non smetto di pagare le tasse perché dormo in un furgone.
Sono solo una furbetta, e me ne importa un fico secco di quel che possano pensare gli altri perché io, signori, dormo spesso nel mio furgone. E non me ne vergogno.

Il mio furgone mi ha permesso di realizzare il mio sogno, di cambiare vita e di ricominciare. Siamo schiavi di affitti e bollette, e io li ho eliminati con un colpo di furbizia. Niente di eclatante, niente di quelle filosofie del downshifting. Nah:

Obiettivo -> problema -> soluzioni possibili -> libertà di scelta = soluzione viabile.

La cosa più rivoluzionaria, nella nostra vita in società, è liberarsi del timore del “cosa penseranno gli altri”.
Mi farei quella domanda se facessi qualcosa di illegale, o qualcosa che nuoce alla libertà di qualcun altro. Ma non se faccio qualcosa di giudicabile dagli altri solo perché non accorde alla loro idea di normalità. Nessuno, invece, si pone la domanda del “cosa penseranno gli altri” se fanno cose davvero schifose. La gente fa un sacco di cose schifose tipo lasciare la cacca del cane sul marciapiede, o non riciclare la spazzatura.

Il mondo ci da talmente tante possibilità ed è talmente incredibile che c’è da vergognarsi per non saperle sfruttare. Io mi vergogno se mi perdo i tramonti, mi vergogno (non abbastanza) se dormo tardi la mattina, mi vergogno se vado a dormire da qualcuno che mi ospita e non porto una bottiglia di vino. Mi vergogno quando non chiamo le mie amiche.
Abbiamo tutti talmente tanto di cui vergognarci e su cui lavorare, che pensare a giudicare quel che fanno gli altri non ha senso, è un palliativo peccaminoso e controproducente. Pensare a giudicare gli altri ci distoglie dalla fatica del giudicare noi stessi con obiettività e positività, perché siamo tutti bravi a ritenerci delle merde per non affrontare la cosa, archiviandola piè pari, ed è molto più semplice attaccare, con atavico e anacronistico giudizio sociale pernbenista, una tizia che per realizzare un sogno passa per un furgone sbaragliando ogni concetto di vita in società e facendoti vedere che si può fare altrimenti e non muore nessuno.

Che poi sia facile vivere in un furgone, no. Non lo è.
Ma ti tiene sveglia e affamata, ed è una grandissima cosa.

Trova il tuo furgone, qualunque cosa “furgone” significhi per te, e consideralo una possibilità reale.



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d’agosto si sta come con le formiche al culo

Non scrivo da molto, ma ho letto mail e commenti, grazie! <3

Molti blogger pianificano i post sul blog durante le vacanze o i periodi intensi, per non lasciarlo scoperto. A me non riesce, io scrivo quando ne sento la necessità o quando ho qualcosa da dire.

Le ultime settimane sono state bellissime. Io da brava gallina piango molto quando lavoro e succedono cose belle. Piango anche con le vostre mail, quindi che volete, gli ormoni non sono un’opinione.
Stavo pianificando i coloqui per la prossima covata di Stieltto Coach che parte il 15 settembre, e continuo ad avere sorprese dall’estero. Dopo Stati Uniti, Corea e Romania, siamo in trattative per Germania e Slovacchia e mi sono detta che dato che vado almeno una volta all’anno in Argentina, sarebbe utile farlo anche li che è casa mia. La cosa positiva dell’Argentina è che in Sudamerica parlano tutti spagnolo, dall’Argentina al Messico (se escludiamo Brasile e le Guyane), il potenziale è pazzesco. Pensa che ti pensa a come fare, una mia amica via chat mi ha raccontato di una realtà argentina molto figa, le 7Reinas. Clicco e WAAAAAAAH, stupende! Gli scrivo subito, il giorno del mio compleanno.

7Reinas è un evento femminile motivazionale argentino e adesso anche cileno. Dietro ci sono due donne: Tatiana Bregi e Lorena Gallardo, che hanno avuto questa idea bellissima di far parlare 7 donne fighissime per ispirarne e motivarne altre, per promuovere l’empowerment femminile. In sudamerica siamo molto più telenovela per tutto e le parole ispirazione e motivazione non ci fanno sentire delle sfigate, cosa che invece è molto difficile da comunicare in Italia. Stiletto Academy è una botta di autostima ma non possiamo annunciarlo, noi parliamo di tacchi e il resto è una conseguenza. Per ora ci va bene così.

Durante il nostro primo incontro su Skype, Tatiana mi ha raccontato che “Al primo evento c’erano cento donne. Al secondo cinquecento e adesso la norma sono mille e cinquecento”

E fanno di più, organizzano la sfida 7 Reinas. Dopo i 7 discorsi motivazionali, vengono annunciate 7 finaliste startupper, selezionate previamente tramite applicazione web, e tutta la sala ascolta un loro pitch di 2 minuti. La vincitrice porta a casa la metà dei soldi dei biglietti, e sono davvero parecchi.

Io dico sempre, per banale esperienza, che nella rete e nella vita è importante donare e donarsi. Solo se ti doni riceverai veramente, e per vie che non conoscevi e non ti aspettavi, quindi è sempre una scommessa fantastica. Avrei potuto guardare quel che fanno e copiare il loro modello della sfida per proporlo qui, non se ne sarebbero mai accorte o forse si, ma tanto noi siamo in Europa e loro laggiù. Così come se qualcuna in Argentina avesse visto il business model di Stiletto Academy lurkando sul nostro sito, avrebbe potuto replicarlo in autonomia.

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Tatiana Bregi e Lorena Gallardo, fondatrici di 7Reinas

 

Ma io sono la Spora. E loro sono le 7Reinas.

Abbiamo parlato tanto e ci siamo piaciute moltissimo, i nostri eventi hanno molti elementi comuni e abbiamo deciso di organizzare eventi in tandem in Latinoamérica. Perché è questo che succede quando le Donne interagiscono con intelligenza: si cresce, e lo si fa insieme.

Mi hanno invitata a parlare di com’è nata Stiletto Academy ad una platea di 1500 donne il prossimo 15 ottobre e sono emozionatissima. (alterno fra l’euforia, i ballettini isterici, i piantini d’emozione e il cagheggio, ma sono contenta). Non ho mai parlato davanti a così tante donne e per me è un onore. Ci andremo per 10 giorni di lavoro full immersion col Team, io e la Bobby, e organizzeremo il nostro primo evento Stiletto Academy nella città di Cordoba, che è la seconda più importante del paese e dove sono basate le 7Reinas. Da li accoglieremo le candidature delle nuove Stiletto Coach e partiamo col tango, è il caso di dirlo! So che in Latinoamérica troveremo delle Coach favolose, queste tematiche sono molto più sentite che in Europa e l’emancipazione femminile è qualche passo avanti rispetto a qui, che ci crediate o meno. Nel mio piccolo penso che sia dovuto al fatto che sono nazioni recenti, fatte da immigranti alla ricerca di rinascita, quindi le donne sono cresciute con un respiro più indipendente. Io sono cresciuta così, senza tradizioni ancestrali né lupare né pressioni familiari su cosa sarei dovuta diventare.

Sono anche molto felice di fare questa cosa con la Bobby perché dopo 5 anni di attività solitaria è bello avere delle socie e lasciar loro spazio perché si ritaglino un ruolo. La Bobby non parla castellano ma lo capisce al 80% ed è talmente figa che si fa intendere anche con schemi, è un carroarmato. E infatti la chiamiamo The Bobby Tank.
(Un minuto di silenzio per la Bobby che non ama il sapore della carne e sta per andare dieci giorni in Argentina)

Spora-Bobby

Con lo Stiletto Team ci siamo proposte di organizzare la prima Sfida 7Reinas a Milano nel 2016 e a settembre saremo a caccia di sponsor più la terrificante trafila burocratica per organizzare un concorso a premi, perché per regalarvi dei soldi c’è da pagarne parecchi al Ministero dello Sviluppo, ma non demordiamo. Credo che la cifra si aggiri a partire dai 3mila euro, ma lo faremo fare a gente pro. Ognuno il suo.

Se facciamo un evento con 500 partecipanti a 25€/testa, significano 12.500€ da devolvere al 100% al Premio. Con gli sponsor, tolte le spese, possiamo raggiungere un budget ancor più grande. La mia idea di base per il Premio Fempreneur diventerà la Sfida 7Reinas perché è un progetto molto più coinvolgente e completo, ed è internazionale. Nel 2015 facciamo parte del Mondo, e noi donne rappresentiamo il mercato maggiore.

Diventiamone protagoniste e uniamoci.

Se non ci provi, non lo scoprirai mai.



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il valore dell’identità

Ogni essere umano ha un nome, è il primo tratto identitario che ci distingue dagli altri, la prima domanda che si fa ad un altro essere: “Come ti chiami?” “Ciao, io sono Veronica, tu?”

Il proprio nome è importante, ma a volte ci viene dato un nome che non ci piace, allora adottiamo dei nomignoli, o sono direttamente gli altri a darcelo per i casi della vita, fin da piccoli. Il mio fidanzato non si chiama Calo, si chiama Carlos. Ma lui è Calo per tutti, punto.

Quando facevo le elementari, un anno eravamo 3 Veronica in classe. È stato brutto perché non mi sentivo più me stessa, la maestra ci chiamava per cognome e non c’è niente di più brutto e denigrante che di essere chiamate per cognome.

Ma la cosa più brutta è quando non ti chiamano né per cognome né per nome. Pensateci. Il valore dell’identità  il nostro primo diritto.

A me succedeva col mio ex marito, non so perché ma non riusciva a chiamarmi per nome, non l’ha mai fatto. I primi anni si rivolgeva a me con degli “hey”. Avrei dovuto rifletterci, a pensarci adesso, che c’era qualcosa che non andava. Insomma dopo tanti pianti e ribellioni, mi ha creato un soprannome. Ma il mio nome mai, mi sentivo malissimo.
Ogni volta che qualcuno pronunciava il mio nome altrove, io mi emozionavo tantissimo.

Poi è arrivato il blog. All’inizio del mio primo blog, era il 2005, non usava dire nome e cognome, bisognava avere un “nick”. E la proto-Spora si aggirava per la rete con un nome un po’ così. È stato nel 2010 che ho fatto vedere faccia e mi sono rpesentata col mio nome. Con l’imminenza degli eventi non sarebbe stato più possibile nascondersi, allora ho fatto un coming out.

Da quel momento ero di nuovo io tutta intera, dentro e fuori.

Quando sono cominciate ad arrivare gli inviti in TV per ospitate o interviste, avrei voluto che affiggessero il mio lavoro, Stiletto Academy. Ma no. Nome e cognome proprio perché devono, ma il resto no senno ti fanno la pubblicità.

Fatemi capire… mi chiamate per parlare di scarpe e portamento o similia, addirittura per fare tutorial di tacchi (Detto Fatto rai2) ma non volete affiggere le mie credenziali?
“Eh, non possiamo…”
Manco Stiletto Coach?
“Eh, no, assomiglia troppo a Stiletto Academy, meglio di no. Mettiamo insegnante di portamento se vuole” (UnoMattina).

Oggi ero da @Unomattina a parlare di donne piccione. E poi un tizio ha detto che le ballerine sono di moda: MA IO VI VEDO!

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

In quel momento ho deciso che non ci vado più se deve essere così. La TV non è Dio, e non me ne frega niente che la gente mi ascolti e mi veda se poi non può arrivare alla nostra Associazione.

Io sono io, e ho la mia identità. E non permetterò mai più che venga calpestata, ignorata, nascosta.



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nomadi: le piccole cose

La vita nomade non è né più bella né più brutta della vita sedentaria.

È diversa ed è una bella prova.

Hai allo stesso tempo più libertà e più limitazioni.
Riguardo alle limitazioni, ho fatto delle riflessioni neanche troppo profonde. Son cose abbastanza note e che fanno molto filosofia da due soldi, ma quando le vivi ti dici occhéi, tutte le stronzate sul valore delle piccole cose erano vere. E sei li li a due passi dal postare frasi motivazionali tamarrissime.

Non cedi perché hai una morale. E più di settemila follower su Twitter.

Per quanto riguarda le limitazioni, quindi, sono fatte dalle piccole cose alle quali non diamo mai importanza perché son cose sempre presenti. Per esempio che non hai tutte le comodità di una casa. Avere una casa è di un conforto inaudito, e lo capisci quando non ce l’hai più.
Il frigo, raga. Il frigo di Lucio non va ed è stata una tragedia.
La doccia!
L’ufficio. Lucio ha un tavolo che si trasforma in letto.
L’ufficio potrebbe anche essere qual tavolo, ma anche no. E infatti no, lavoravo seduta al posto del copilota.

polignano

E poi però godi come un babbuino delle cose che non sono comuni nella vita di una parigina fighetta. Uno: sei sempre in giro, e vivi l’on the road come in un film: dall’autogrill al fare pausa benzina al lavare il furgone.
Due: la natura solo per te, fuori dai panini, le famiglie coi bimbi (carini, eh, ma anche no), la gente che sta al cellulare, le persone che parlano di problemi che si creano apposta per poterne parlare.
Quest’estate ci siamo svegliati davanti a paesaggi da sogno, immersi nella natura. Bellissimo. Nescafè, tuffo in mare, pipì, sole e accendo il mac.
La perfezione.

Però un van non è né un camper serio, né tantomeno un appartamento.
In molti mi hanno chiesto: ma come lo ricarichi l’iphone?
Be’, Lucio ha un impianto elettrico da 12 volts con trasformatore, quindi si può caricare tutto, ma un device alla volta. Hà! Un device alla volta non è facile da gestire quando hai due PC, due smartphone, cam, reflex digitale, saponetta wifi e via dicendo.

Ma ce la si fa.
S’impara a gestire tutto, soprattutto le priorità.
E le cazzate non le vedi più, non ti rompono più, non sono più d’attualità.
Spariscono un sacco di menate.

Dopo una settimana non senti più l’appiccicume del sale sulla pelle.
Dopo due settimane quel letto è la cosa più bella del mondo, anche se è lungo 1,80m e Calo è più alto.
(per la cronaca: lui dorme in diagonale e adesso che siamo rientrati ha detto che smonta tutti gli interni di Lucio e si ricostruisce un letto come vuole lui)

Abbiamo imparato a convivere in spazi stretti, in situazioni difficili, e abbiamo alternato la vita libera e spartana del furgone con le suites Best Western 5 stelle. È stato un bellissimo esercizio di vita, il lusso era tutt’a un tratto un lusso diverso. Era il lusso di una doccia calda, di un letto Queen size, di un televisore con le partite in Argentina. Il lusso di una birra fredda a letto in accappatoio.
E, allo stesso tempo, c’era una vocina che usciva fioca dal frigobar, dietro il prosecchino figo ci diceva: la vita è là fuori! Il mare è là fuori! Portatemi via raga!

Di nuovo #ontheroad, nella “torridaggine” pugliese #calosporaway #vidaitaliana #Lucio

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

#OnTheRoad again in Salento #vidaitaliana #StilettoTour

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

   

Golden hour, l’ora magica #vidaitaliana feat La laque Couture #YSL n°29 doré orfèvre #Puglia #TorreIncina Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

Mare e campagna sulla Taranto-Cosenza #vidaitaliana #StilettoTour #LucioOnTheRoad

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Da pioggia stile tornado a baretti che manco a Big Sur #calosporaway #ontheroad Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

Il paesaggio scorre sempre diverso nei vetri di Lucio. La libertà di svegliarsi davant alle scogliere vergini fuori Polignano è una cosa straordinaria. Lasciare la comfort zone fa paura, ma noi umani abbiamo una capacità di adattamento eccezionale.

Un passo, una piccola decisione che è come una morte e subito dopo che l’hai fatto ti senti libera di un peso pazzesco e il mondo ti si apre davanti.

Provaci.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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Le donne sui tacchi sono troie?

Oggi è uscito un paginone su un Quotidiano pugliese con un’intervista molto bella sull’ultima data dello Stiletto Tour. Il nostro Ufficio Stampa manda sempre delle foto per illustrare gli articoli, ma questo giornale ha deciso di metterne altre.
La nostra Associazione promuve femminilità e autostima proprio perché le donne indossino i tacchi senza remore anche al lavoro. Perché non si sentano meno “serie” o meno “professionali” se si vogliono vestire più femminili. Meno “facili”, meno “poco di buono”. 
Perché portare i tacchi non ci trasforma in nient’altro che in quello che siamo già, e Stiletto Academy insegna a farlo con consapevolezza, ironia, autostima ed energia. 

Per fortuna siamo tante, e siamo diversissime le une dalle altre. E ci comportiamo diversamente e con cognizione di causa in base al contesto e l’occasione, scegliendo come agire con intelligenza, anche lascivamente, anche da panterone, anche da stronze. O meno.

E così come esistono uomini stronzi, esistono donne “facili”, per scelta ponderata. Ma ridurre il tacco solo a quello è aberrante. Ridurre la Missione di Stiletto Academy a quella foto è offensivo.
Finché dei giornali continueranno ad affibbiarci quest’immagine lasciva associata ai tacchi, il lavoro da fare resta tanto. E continueremo a farlo. Io continuerò a parlare a 2500 donne all’anno e sempre di più, dal vivo, nei video, sulle nostre reti social, nelle interviste sulla stampa e su questo mio blog personale. Continuerò a farlo perché è dannatamente importante.
Bell’articolo, giornalista carinissima e competente, allegra, coinvolta (grazie Azzurra!!!). La persona al giornale che ha eliminato le nostre foto e scelto queste, invece, è sensazionalista e noi non abbiamo bisogno di questo.

Chi ha scelto questa foto l’ha fatto apposta? No. Il problema è l’inconsapevolezza. È la grandissima confusione che fa pensare a un giornale di promuovere un evento cone tacchi = figa sexy. Il problema è la “normalità di questo pensiero.

  

Se c’era da scegliere una sola, grande foto in evidenza, doveva avere una faccia. Ridurre la Donna a un paio di calze a rete in posa lasciva è denigrante. Come Presidenta di Stiletto Academy Associazione non mi stancherò mai e poi mai di difendere l’immagine positiva e femminile della Donna con i tacchi. Perché la donna coi tacchi non è una troia per antonOmasia. Non è solo sesso.
Alcune donne mi hanno detto 

“Ma dai, non è niente di grave”

Si invece, è molto grave. 

Bisogna ancora spiegare la differenza? Si, bisogna ancora spiegare il concetto dei nostri eventi, della nostra Missione. 
Oggi è un giorno triste. 

Oggi dovrò iniziare l’ultimo evento della stagione spiegando questo concetto basilare ma sempre frainteso.

E lo farò con tutta la mia energia costruttiva, perché noi Donne siamo molto di più di un par di gambe in calze a rete su un divano. E tutte faranno il loro tacchesimo felici e sorridenti, lascive, timide o divertenti. Ma per scelta, non perché è l’unica immagine che devono dare di sé.
Condividete per favore, ce n’è bisogno. Ho postato questa riflessione sulla pagina ufficiale Stiletto Academy, fatelo da li!
Grazie a tutte e a tutti per sostenerci a veicolare un messaggio positivo della femminilità.
“Se non ci provi, non lo scoprirai mai”

E se non ti batti per i tuoi diritti non sarai mai libera.

Veronica Benini

La Presidenta di Stiletto Academy



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Com’è nata Stiletto Academy? da passione a lavoro HOW TO

Come ti è venuta l’idea di Stiletto Academy?
È una domanda che mi fanno quasi ogni giorno.

All’inizio non sapevo bene come rispondere, era sempre una domanda scomoda perché non mi ero voluta analizzare fino in fondo, ossia che l’avevo fatto per condividere un percorso che era stato utile a me in un momento orribile. I tacchi sono stati il rifugio che mi ha fatto fare la pace con la mia femminilità dopo che sono diventata sterile con l’asportazione dei tumori al collo dell’utero.

Non è che una ammetta facilmente un percorso simile. Non è neanche bello dire sai io non posso avere figli. La gente ci rimane un po’ male, non sa cosa dirti e si sente a disagio. Non è, diciamo, un argomento di conversazione privato. Mi è decisamente (è paradossale) molto più facile parlarne qui sul blog che non dal vivo con amici o conoscenti. In famiglia invece non mi credono, dicono che sono balle e ogni tanto mi rompono ancora le ovaie con frecciatine sui figli. Ho smesso di frequentare chi lo faceva, mi sembrava offensivo e poco sensibile nei miei confronti. Bye, andate a ferire qualcun altro.

Insomma, io cosa rispondo alla domanda Come ti è venuta l’idea di Stiletto Academy? 
La fanno giornalisti e gente che scopre per la prima vota quello che faccio.
Sconosciuti con una reale curiosità che non capiscono come possa venire in mente un circo simile.
Se sono sconosciuti è molto più facile dire la verità, se li conosco dico “eeeh, è una storia lunga”.

da passione a lavoro HOW TO

Intanto dico che l’idea non è nata a tavolino. Almeno non solo a tavolino.
Ho pianificato il primo evento con tanto di power point e un programma di teoria e pratica che sono tutt’oggi il mio workshop. Negli anni le foto si sono tramutate nelle illustrazioni di Sara per Tacco 12, ma gli argomenti sono sempre quelli.
Ma non mi sono alzata una mattina dicendo “OK, adesso progetto un workshop epr insegnare a camminare sui tacchi”.
Più che Come ti è venuta l’idea di Stiletto Academy?, quando me lo chiedono, io parlo di evoluzione da passione a idea, e da idea a progetto.
Parlo di un percorso.

E se parliamo di percorso, ci sono sicuramente dei passi obbligati che potete applicare anche voi per il vostro sogno.

Una delle mail classiche che ricevo e che non so davvero come rispondere a parte che con un grandissimo schiaffo di realtà, è quando mi chiedono come ho fatto a scrivere e pubblicare dei libri. Sono la persona meno indicata per rispondere perché:

A) non sono una scrittrice
B) ho pubblicato dei libri grazie al mio blog e il mio lavoro, non perché io sia un fenomeno
C) Non sono stata “scoperta” grazie ad un fantomatico romanzo che è capitato fra le mani di un editore. Per niente. L’editore cercava di far pubblicare una storia su un tema originale e ha trovato il mio blog e la Stiletto Academy e si è detto toh, questa potrebbe essere interessante, parliamoci.

Ed eccoci qua.

Se tu hai una passione e la vuoi trasformare in progetto e poi in lavoro, devi andare per gradi e pianificare tutte le fasi. Se vuoi farlo meglio di me, che ci ho messo 8 anni perché ho seguito un’evoluzione dolce e naturale, allora mettiti a tavolino e studia gli altri. Soprattutto le americane.

Il grandissimo problema, per chi ha una passione e vorrebbe farne un lavoro (mangiarci, insomma), è che spesso quella passione non è direttamente monetizzabile ma ci vuole una strategia di tipo Kansas City Shuffle, oppure a matrioska, oppure in serie o in parallelo come i circuiti elettrici. Spesso abbiamo un’idea che ci pare originale mentre invece ce ne sono altre trentasettemila tizie che già lo fanno e dovete attuare una strategia interna ad una nicchia per emergere. Oppure l’idea è monetizzabile ma pochissimo e dovrete inventarvi un’integrazione parassita o simbiotica.

Insomma, non è che perché vi piace fare i cupcakes decorati a mano e che ci mettete un botto di tempo dobbiate abbandonare l’idea perché sapete che non potrete viverci (chi compra cucpaces a 12€ l’uno tutti i giorni? Non molte persone, ma si può fare anche altro e offrire quei cupcakes in un altro modo). C’è sempre il modo di inventarsi qualcosa per adattare una passione ad un business model viabile. Attenzione: non parlo di business plan ma business model ossia come fate a fare i soldi, non come pianificarne i dettagli e tutti i conti. Parlo, per continuare con la pasticceria, di vendere cucpakes per soldi, oppure vendere corsi per fare cupcakes decorati, per soldi.

Sto riflettendo a queste cose in un percorso “da passione a lavoro HOW TO” da farvi fare perché è la mail che più mi spedite “Ciao Spora io ho questa passione e ti volevo chiedere come fare” e siete diventate cosi tante che non ho più il tempo per rispondere analizzando con obiettività e la dovuta attenzione il caso di ognuna. A volte mi metto a rispondere con messaggi vocali di whatsapp perché mi fa fatica scrivere un concetto con le implicazioni dirette e indirette (btw: tu ragazza di lettere di Siena che ti sei fatta aiutare per un intero pomeriggio e ti ho dato l’idea di fare quel documentario e non mi mollavi più, dove cippa sei finita che non mi hai detto manco se ci hai provato o se ce l’hai fatta?).
Se pensavate di coinvolgermi personalmente nella vostra vita, farmi sputare un sacco di idee e consigli e poi non dirmi più che avete fatto né darmi notizie, fate male. Sono umana, pensate un po’, e mi interessa sapere come vi è andata.

Io rispondo a tutte, anche quando è probabilmente un troll che si vuole divertire. Certa gente ha proprio voglia di prendermi in giro ma siccome non ne ho mai la certezza al 100%, se una mi scrive dicendomi che ha voglia di uccidere il suo ex sul serio, io cerco di indirizzarla verso letture che le siano effettivamente utili anche se l’autore mi sta antipatico, e soprattutto verso i servizi sociali di assistenza del Comune.

VeronicaBenini

Casi rari a parte, spesso ci divertiamo molto. Ma è un lavorone farlo una ad una e spesso interagiamo per un paio di mail e poi non ricevo manco un grazie o un “ehi, alla fine l’ho fatto, guarda”. Oppure non so, un ciao sono viva. Quindi mi sono detta OK, mo’ vi preparo un percorso a step così lo fate e ci sentiamo un paio di volte su skype così c’è la parte personalizzata e diventate indipendenti sullo sviluppo dell’idea e il modo per monetizzarla (diretto o indiretto).

Il 2016 è l’anno del salto, per me, e voglio che l’annata che va dai 39 ai 40 sia decisiva.

Dato che mi scrivete spesso per raccontarmi e chiedermi consigli su scelte di cambio vita e lavoro, ho deciso di offrire un percorso che so che posso sostenere per esservi utile. Sto parlando di un percorso a pagamento perché se volete il mio tempo e le mie idee, in questo modo potrete averli con tutta la mia attenzione e non a singhiozzo via mail mentre cambio treno.

Prima devo finire tutte le versioni dell’insplagenda. Poi lo Stiletto Coach Handbook per Italia, Corea e US. Soltanto dopo mi butterò su un percorso di 30 giorni con video e dispense da leggere più forse degli hangout di gruppo perché li ho sperimentati con le Stiletto Coach e sono molto utili. Insomma, mi faccio un piano e lo metto a punto per chi è li-li che si sta rompendo del lavoro che fa e ha una passione che ha bisogno di essere canalizzata verso un’idea più concreta, per poi essere progettata e pianificata con altri consulenti o coach. Non so quando sarà pronto, non ne ho idea. Lo voglio fare bene quindi chissà.

Di solito chi ha avuto qualcosa gratis non è propenso a pagarla, ma le persone evolvono e se mi scrivete in così tante per raccontarmi la vostra vita e le vostre idee con delle mail lunghissime, vuol dire che vi interessa molto il mio parere e volete una risposta da me. Il fatto che siate in molte mi fa capire che non sono pazza e posso farlo. E, più che un parere, la maggior parte del tempo avete bisogno di una coach che vi motivi per mettere nero su bianco le cose che contano veramente per iniziare ad organizzare la vostra idea in fasce, più un po’ di frusta perché a volte vi accanite su ideali non monetizzabili così come li immaginate. Tipo vivere di un blog. Ci sono persone che lo fanno, ma se ce la fanno è perché sono avantissimo mentre se voi mi scrivete per schiarirvi le idee, non appartenete chiaramente di quella categoria di gente veramente avanti di cui nemmeno io faccio parte perché sono davvero in pochi a fare tanti soldi solo da un blog (e di solito ci vuole anche un bello staff). Parliamo della Ferragni o di Salvatore Aranzulla, mica pizza e fichi.

Benvenute nell’era del coaching online per schiarire le idee e cavare ragni dai buchi.
Ciao, mi chiamo Veronica e insegno alle donne a camminare. Con i tacchi, e nella vita.

Ci vediamo a settembre, intanto fate il pieno di libri, blog americani di gente che fa qualcosa che vi piacerebbe fare o è in qualche modo simile alla vostra passione e strafogtevi di Pinterest :-)

PS: io rispondo sempre alle mail e continuerò a farlo, ma in certi casi, da ora in poi, vi indirizzerò ai miei percorsi di coaching pro.



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confessioni di una stronza

Sono sempre stata più propensa ai fanculi che ad un approccio buonistico della vita.
Anche in rete.
Immagino che il proprio modo di vivere dipenda da come si è vissuto.
A vivere si impara vivendo.

Fin da quando ho memoria mi è sempre stato detto che ero stronza ed egoista.
Non so con quale principio degli adulti possano pretendere che un bambino capisca che deve cambiare atteggiamento col monito bambinamente astratto “sei stronza ed egoista” piuttosto che per esempio “dovresti prestare il tuo triciclo alla bambina dei nostri amici perché sarebbe carino che potesse farci un giro anche lei. Lei te lo presterebbe il suo, se tu fossi a casa sua”.
Tipo.

(nda: ho preso la bambina per le trecce e le ho fatto malissimo perché ha osato dirmi che sua nonna le aveva detto che lei era la bambina più bella del mondo, convintissima, mentre lo sanno tutti che ero io la bambina più bella del mondo perché me l’aveva detto la mia, di nonna. La nonna migliore del mondo, ovviamente).

Fatto sta che in famiglia mi dicono sempre che sono una stronza, e lo ripetono anche ad altri per essere certi che tutti lo sappiano.
Negli anni ho capito che non avrei potuto fare niente per cambiare l’opinione altrui, almeno non in famiglia, e mi sono limitata a vivere la mia vita il più possibile per conto mio. Ho anche deciso che non ero né cattiva né stronza e che ero generosa. Si vive molto meglio coltivando una buona stima di sé, ed è molto più facile volersi bene quando smetti di frequentare chi ti dice che sei una stronza.
Di recente, molto più serena che l’opinione dei miei familiari non mi pesi più, ho provato con una punta di morbosità a chiedere degli esempi quando mi veniva detto o accennato:

“Ma perché mi dite sempre che sono stronza?”
“Perché è vero, sei un po’ stronza”
“Dammi un esempio, a te che ho fatto?”
“Ma così, sei centrata su te stessa”
“Si, ma ti ho mai fatto qualcosa di stronzo, qualcosa di male fatto apposta?”
“Hmmm… non so… no. Quello no. Sei egocentrica.”

La realtà è che non ho una grandissima visione degli altri, e tendo a non pensare alle altre persone con altruismo. Ma per niente, sono realisticamente sempre stata egocentrica. Ma è tradizione che io sia “quella stronza”. Impossibile fargli cambiare idea. Voi direte embe’, dai, è uguale. No, non è uguale, c’è differenza fra il fare male a qualcuno apposta e farglielo perché si dimentica un compleanno. Io ci tengo alle nuances.

Onestamente non saprei neanche come fare ad essere più altruista. Non mi viene, a volte mi forzo dicendomi “OK Veronica, adesso vai a cena in famiglia, fai uno sforzo e cerca di chiedere come stanno tutti e cosa fanno quelli che non conosci, perché ti devi interessare esi fa così”. Ma ci devo pensare, non mi viene mai spontaneo.

Ho provato a fare bei regali di Natale, a regalare viaggi, a fare cose che potessero far piacere, a rendermi disponibile per gestire cose sul web o servizi vari, ma non cambiano idea sulla mia natura. Non mi viene mai chiesto, in famiglia, come sto o cosa faccia. A volte, quando ci penso e mi organizzo mentalmente, chiedo con cautela un po’ di tutti per non far domande su gente che non lavora e allora sarebbe considerato stronzo mettere il coltello nella piaga dato che io sono su tutte le riviste, e poi provo a raccontare cosa faccio in quei giorni. Zero interesse, mi parlano sopra di altro. Converrete che è deludente. E i letterati mi dicono che i miei libri sono “così”, non te la facciamo fare una presentazione in libreria da noi perché insomma non esageriamo, il tuo non è un libro. Oppure “vabbe’ ma te sei una stronza”.
Molto bene.

Un’estate di qualche anno fa ero ospite a casa di mio padre. Per due sere ha dormito nella stanza degli ospiti che occupavo, con me, una ragazza che era li per un evento. Le avevo dato il mio letto e mi ero messa un materassino sul pavimento. Un pomeriggio ero in salotto e sento mio padre che va nella stanza dov’era la ragazza. Le dice, come per scusarsi: “Sai, Veronica è una stronza”. Secco.
La ragazza sta zitta e quando ci rivediamo mi guarda con pena.
Eppure mio padre non è un uomo cattivo, è un pezzo di pane. Onestamente non ho mai capito il bisogno di fare quel gesto.

Capirei, sai, se sei cleptomane e allora la gente lo deve sapere. Ci sta.
“Sai, Veronica ruba tutte le scarpe col tacco, non lasciarle in bella vista”.
Capirei.

Per anni ho fatto la vittima piangendo da sola in un angolino. Fare la vittima dà una sorta jouissance, di piacere nella sofferenza, come dicono i francesi, che ti porta sempre ad infilarti in situazioni dove soffrirai, per sentirti ancora depressa e goderne. È un meccanismo che hanno moltissime persone, ed è un casino uscirne. Non sa di preciso quando ne esci, lo constati anni dopo, quando all’improvviso vedi qualcuno farlo e capisci che tu lo facevi ma non lo fai più. Però sai che ti potrà capitare di nuovo, soprattutto se hai il ciclo. E allora cerchi di affrontare qualsiasi cosa con energia, storia di non cadere nel vittimismo.

Ora che sono grande non capisco però le ragioni nel non educare un figlio a non essere stronzo invece di dirglielo costantemente sperando, immagino, che corregga da solo. A che pro? Una quattrenne può capire che deve cambiare atteggiamento se non le si mostra come farlo? Dubito.
La delusione di un genitore che ti tradisce è difficile da cancellare. Ti si sgretola un castello di sabbia che avevi dentro e devi spazzare per terra prima che qualcuno veda tutta quella polvere. Quando ho finito mentalmente di spazzare via tutto, mi sono ripresa e ho fatto finta di nulla.
Qualche anno dopo gli ho chiesto perché avesse detto quelle cose a quella ragazza di passaggio e mi ha chiesto scusa, ma non ha saputo giustificare perché l’avesse fatto.

L’altro giorno in Puglia ho osservato per una ventina di minuti due bambini sui 7-8 anni allontanarsi in mare attaccati a un body surf finché ho capito che non ce la facevano a tornare. La madre era accanto a noi. Quando ho visto uno dei due bambini stirare la testa all’indietro ho capito che era stanco. Mi sono alzata e ho chiesto alla madre se mi lasciava andarli a prendere. Le ho detto he secondo me c’era troppa corrente e non ce la facevano a tornare. Mi ha detto si grazie vai. Ho preso un loro bodysurf di Hello Kitty (sorvoliamo) e mi sono avviata.

Ricordatemi così: 1,60 formosetta col costume anni cinquanta à pences che mi avvio col bodysurf rosa di Hello Kitty a salvare eroica due bambini che non stavano ancora affogando.
Fate partire la sigla.
Pamela Anderson scànsate che arriva la Spora.

È stato molto faticoso perché c’era una corrente fortissima. Ho chiesto ai bambini di darmi una mano “pedalando” con le gambe perché non ce la facevo ad uscire da quel nodo di correnti. Hdovuto farli uscire lato scogli perché la corrente era più clemente verso quella parte. Arrivata sugli scogli ho chiesto aiuto ad un signore che stava pescando.
La gente in queste situazioni non fa niente, guardano paralizzati quindi bisogna interpellarli personalmente dicendo loro cosa fare. Gli ho detto chiaramente “Signore per favore prenda il bimbo per le braccia e lo tiri su”.
Al momento di prendere il secondo bambino mi fa: “No, è troppo ciccio, no lo piglio”
Miiiiiiii, gli ho detto: “Vada subito a cercare qualcun altro e fatelo in due!”
Nel frattempo tenevo il bimbo stretto perché le onde ci sbattevano contro gli scogli.
Arriva un altro signore, faccio afferrare il bimbo dalle due braccia, uno a testa, e lo spingo su per le chiappe.
Una volta su, i bambini volevano i due bodysurf che erano rimasti in acqua. Il colmo. Mi tuffo e li riporto. Capitemi, ero in piena modalità “oggi sono Pamela”.
Nel frattempo arriva la mamma che finalmente aveva capito che non era stata una bella situazione, e comincia a sgridarli perché avevano sbagliato e che non si fa. Urla atroci. I due bimbi guardavano per terra, uno dei due aveva perso una ciabatta e ce l’aveva con me. L’ho fulminato con lo sguardo, lui e la sua ciabatta.

A me mi hanno tirata su le braccia del mio fidanzato. Lui era li, per me. L’ho amato fortissimo in quel momento.

A quel punto ho cominciato a ragionare. Ho riflettuto perché venti secondi prima, appena ripreso fiato, avevo cominciato a chiedere ai bambini cos’era successo e se l’avevano capito che con la corrente non si scherza. Non ho potuto finire. È subentrata la madre e, parafrasando il Papa, chi sono io per mettermi al posto della madre? Nessuno, sono stata zitta e mi sono defilata quatta quatta.

NDA: No, la mamma non mi ha ringraziata, ha solo urlato ai bimbi MA L’AVETE RINGRAZIATA LA SIGNOOOOOORAAAAA? La Signora, ossia io. Mi fa sempre effetto che mi chiamino Signora, ma ho 38 anni.

Mentre andavo via verso il mio asciugamano senza manco un grazie ero in MOOD finale stagione 1 di Dexter. Sono del parere che sia cosa buona e giusta ringraziarsi da sole. Fatelo, fa benissimo, è una figata :-)

Ero andata a prenderli prima che andassero nel panico. Ho voluto farlo subito perché sapevo di non essere in grado di tirare fuori dall’acqua due bambini spaventati e in quella spiaggia non c’era nessuno in grado di farlo meglio di me (il che è tutto un dire perché non sono allenata). Tirare fuori qualcuno che affoga è mestiere e tecnica e io non sono bagnina, so solo nuotare bene. Non ce l’avrei mai fatta se la situazione degenerava.

Ho capito che la mamma era spaventatissima e li sgridava perché non sapeva come reagire. Sarà servito a qualcosa? Avrano capito che si fa attenzione alla corrente? Non ne sono certa.
Io mi sentivo bene, mi sentivo forte e mi sentivo realizzata perché avevo fatto la cosa giusta. Fare la cosa giusta per evitare il peggio e riuscirci è come una droga.

Tutta questa Missione dell’Associazione per aiutare altre donne a sentirsi più sicure deriva da una sofferenza personale, un’insicurezza cronica che ogni tanto, specie se ho il ciclo come oggi, deborda. Avrò sempre bisogno di fare qualcosa per qualcuno per non sentirmi stronza dentro, stronza per default, stronza perché così hanno mi sempre detto e basta.

È molto più facile portare avanti la Missione di Stiletto Academy e di questo blog che recuperare dei rapporti familiari degenerati. Non ho voglia di mettermici, mi fa fatica.
E qui entrate in ballo voi. Si, voi.

Ogni giorno ricevo una mail o un messaggio di facebook che mi dice grazie. Da poco ho cominciato a salvarli in una cartella per leggerli quando mi sento una stronza. È questa la cosa allucinante, bellissima: mi scrivete in tantissime e io ogni volta ci piango. Grazie davvero, a voi. Io dico sempre che la rete è donare e donarsi, perché solo donando si riceve, e io ho ricevuto tanttissimo da chi mi segue e me lo fa sapere. non sapete quanto facciate anche voi per me.

Adesso parte la sigla di Grey’s Anatomy:

per-spora-1
***

per-spora-2

Quando hai una famiglia problematica cerchi di fartene una tutta tua parallela, è una questione di sopravvivenza. Avere delle persone a cui fa piacere una tua telefonata o uscire a cena con te o che ti chiedono come ti è andata in radio è un tesoro. Ed è bello sentire ceh vuoi sapere come stanno, che fanno. Non è lo stesso di una famiglia, ovvio, ma crei dei legami che ti danno calore e certezze. Le chiavi di casa mia le hanno sempre avute un sacco di amici. Se qualcuno ha un problema cerco di aiutare come mi è possibile. Di solito mi è molto facile con i soldi. I soldi fanno sempre comodo a chi ha delle grane.

Quando vedo passare foto su instagram con frasi sulla felicità e le cose buone che regala la vita e i ringraziamenti al cielo o similia, mi viene da dire mavaffa. Io nell’insplagenda ci ho messo le maledizioni a fine giornata, mica i rigraziamenti all’universo. A volte invidio profondamente le persone che sono davvero buone e vedono il buono ovunque. Io no davvero.

Una volta sola, qualche mese fa, mi è capitato di sentire un bisogno sincero di ringraziare per quel che stavo vivendo, per quel preciso istante in cui posavo i piatti sul tavolo a fine giornata. È stata una sensazione bellissima e l’ho provata in un momento molto basico di sopravvivenza giorno per giorno.

Mi piace la precarietà perché ti fa mettere a fuoco cosa conti veramente e ti spogli del superfluo.
E il superfluo a volte è pesantissimo.



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Vado a vivere in un furgoncino della Volkswagen: ecco la realtà

Quando 3 anni fa dichiarai a me stessa questa frase, ci credevo veramente.
E ci credo ancora che ho realizzato il mio sogno, ma la realtà è il risultato ragionato di un sogno che diventa prima progetto e infine si tramuta in fatti, decisioni, oggetti e scelte difficili. E la vita non è mai come l’avevi sognata, a volte è prepotente.

Ecco quindi come sono andate veramente le cose.
Questa storia si chiama “La ragazza del furgone” e la devo presentare a un editore figo. Se non la pubblicano lo faccio da sola. Transatlàntica verrà dopo.

La premessa è sempre quel sogno del “mollo tutto e mi metto in strada, dove è la vera Libertà”. “Vado a vivere in un furgoncino” è un evergreen.

La premessa è il pensiero di molte persone che si ripete di generazione in generazione e che, al massimo, si trova espletato nel noleggio di un camper per le vacanze o, alla peggio, guardando un film per viverla par procuration come dicono i francesi. E va bene anche così, perché i sogni possono avverarsi aprendo le pagine di un libro e percorrendo un’avventura con la mente.

Il “mollo tutto e mi compro un furgoncino della Volkswagen” è un proposito molto hipster, molto nobile, molto crisi dei 40, molto “mi sono rotta/o” e non voglio più alzarmi la mattina per andare in ufficio. È pertanto anche molto puerile, me ne rendo conto. Di una naïvetée talmente assurda che per che metterlo in atto bisogna essere molto maturi.
È un pensiero che hanno milioni di persone ogni giorno in tutti i continenti.
Il furgoncino della Volkswagen tira un casino.

Ma, fra il dire e il fare, c’è di mezzo non il mare ma una marea di cazzate.

Westfalia


Cominciamo dall’inizio.

Per prima cosa devi essere convinta dentro, devi essere arrivata al punto di rottura.
Hai bisogno di un cambiamento e decidi di fare un viaggio on the road. Non è necessario andare a vivere on the road, anche due settimane fanno il loro dovere.

Io sono una tizia molto estrema, molto idealista e molto pragmatica, allora ho deciso di andarci a vivere perché non volevo più pagare il mutuo di casa mia. E non volevo più pagarlo perché mi volevo dimettere da un lavoro che non mi piaceva.

Bene. Non benissimo ma bene, aveva un senso.

Per prima cosa mi sono messa a cercare un Westfalia su Google. Quel che capisci dopo pochi click è che il furgoncino dei surfisti si chiama Westfalia, perché ha gli arredi a camper. E allora lo gugoli a più non posso. Costano sui 12mila euro, e anche 30 se sono davvero vecchi e messi bene. Ne trovo uno a 7mila, rosso. Chiamo il proprietario e ci parlo.
È a benzina e non gli puoi mettere l’impianto a gas. Ci penso. Guardo i miei risparmi e ci penso ancora.
Mi vedete arrivare, vero? Un catorcio vecchio a benzina beve tantissimo.
Che va bene sognare, ma io faccio anche i conti.

E poi parlai con mio padre:

siparietto (la protagonista si chiama Eva perché mi piace un sacco quel nome)

– Pronti!
– Ciao Pa’
– Come va?
– Mi sono licenziata.
– …
– Ho lasciato il lavoro, non ne potevo più. Vado a vivere in un furgoncino della Volkswagen.

– …

– Pa’…?
– Ma mi prendi per il culo, Eva?
– Senti, è la mia vita, ho molti risparmi e voglio fare qualcosa che mi piaccia veramente.

Me l’aspettavo. Eccome se me l’aspettavo. Anche se, sotto sotto, avrei voluto un po’ di entusiamo. Dell’incoraggiamento. Ero appena uscita da un incubo di tre anni e il tip tap dell’euforia era posseduto a sprazzi da stacchetti di paura. Avevo mio padre al telefono davanti ad una delle decisioni più importanti della mia vita. Avevo bisogno di comprensione, volevo che mi dicesse che sarebbe andato tutto bene. Lui che per guadagnarsi da vivere faceva il camionista doveva dirlo a me, che avevo appena lasciato uno stipendio fisso da tremila euro con vista sulla Tour Eiffel.
Come no.

In quell’istante avrei anche socchiuso le orecchie per annebbiare un rantolo di’ipocrisia genitoriale.
Ma niente.

– Ma tutti quegli anni di università e master non ti andavano bene? Che c’è, ti sei laureata per sport? Suvvia, non puoi essere obiettiva. Hai 35 anni, un lavoro serio. Cerca di ragionare.
– È fatta, babbo, sto già cercando il furgoncino.
– Ma non è possibile! Sei diventata matta? Così, dall’oggi al domani senza parlarne con me? Ma stai bene?
– Uffa, Pa’, sono adulta.
-…
– Ho risparmiato, ce la faccio.
-…
Certi silenzi descrivono la sinusoide del ragionamento in corso.
Inspira, respira. Pausa.

Lui mi conosce. Lui lo sa.
Lo sa da tempi immemori, ne ha avuto la conferma quel giorno in cui mi telefonò sul primo cellulare che mi aveva preso alla Coop. Chiamò per chiedere come stavo e risposi, candida “sono a Fiumicino, sto andando tre settimane in Cina con lo zaino”.
All’epoca avevo 23 anni. Anni dopo mi confessò che era rimasto congelato, inerme.
Paralizzato dalla paura.
Non seppe reagire, non volle trasmettere l’agorafobia del genitore che deve lasciarti andare. Fu molto bravo, disse solo
“Stai attenta, chiama quando arrivi, dacci notizie”

Lui adesso lo sa e a un certo punto capitolerà. Come sempre, vincerò perché lo metto davanti ai fatti compiuti. Un silenzio dissipatore prima di dar spazio alle cose serie. Quelle cose che ci accomunano, i nostri giochi, la nostra complicità progettuale. Si toglie quell’incomodo cappello da genitore serio che non ha mai saputo indossare con la necessaria autorità imposta dai codici sociali, quelle cose per cui certe frasi a un certo punto le devi dire perché si. Perché altrimenti che cazzo di padre sei.

Infila la sua voce da “compadre” e passiamo al cuore della telefonata. In questo momento, libero dai doveri politicamente corretti, cambia tono e s’incazza per davvero.

– Picci, per favore, non hai capito nulla. Il furgoncino della Wolkswagen non è Diesel e non gli puoi mettere l’impianto a gas per via del tipo di raffreddamento. Beve come un animale e manco te che sei piccina ci staresti in piedi dentro. Prenditi un vero camper e smettila di rompere i coglioni con queste idee, via! Si cerca insieme, dai.

La mela non casca mai lontana dall’albero.

lucio autostrada

Ecco come il furgone Lucio si è fatto breccia nella mia vita: un portavalori del 87 trovato a Bordeaux.

Ma quel giorno ancora non lo sapevo. Non sapevo che non sarebbe stato un Westfalia e soprattutto non avrei mai immaginato che mi stavo imbarcando in una storia al di fuori di ogni nozione di sicurezza.

Stavo per fare, come dicono gli anglosassoni, la cosa più anti-italiana che avessi potuto concepire: lasciare la mia comfort zone.

“Eva, ma da quando sei in Francia l’hai presa la patente?”
“No.”

TO BE CONTINUED



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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on the road

Siamo in strada da due settimane.
Dalla Toscana alla Puglia, con una tappa in Calabria.

Cosa vuol dire essere in Tour vivendo on the road a bordo di un furgone?

Quando mi chiedono dove abito, non so mai cosa rispondere. Io sono a tutti gli effetti nomade. Non ho un appartamento, le mie cose sono tutte sul furgone. Si, ho regalato e venduto moltissimi vestiti e ahimé scarpe e devo continuare perché adesso siamo in due e Lucio il furgone seppur grosso, non è una reggia. Non ho mai finito di fare cassetti e armadi. Un delirio, ci son anche tutti gli allestimenti per gli eventi ossia red carpet, roll up, scatole varie. E of course la Vespa Lucilla del 68 nel suo apposito vano dietro.
Siamo gente seria, ci abbiamo la vespina Lucilla.

Com’è vivere in un furgone camperato?
Non è facile. Alterniamo la vita nomade durante i weekend, negli hotel 5 stelle Best Western, partner dello Stiletto Tour. È sempre un sogno varcare la soglia della stanza, scoprire la SPA, ordinare una pizza in camera e rilassarsi a letto avvolti in un accappatoio sempre nuovo e morbidissimo.

Pizza in camera.

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

È un contrasto che mi piace, perché viaggiare è bellissimo. Il paesaggio che scorre è una scoperta continua. Ma farsi due mesi su un camper anche no. Resta il fatto che vivere on the road è da fare una volta nella vita. L’unica cosa che mi manca sono degli shortini di jeans tipo Daisy di Hazzard, e le cosce che vanno avec. Sai, tipo per lavargli i vetri, fa tanto anni 80 e mi gaserebbe un casino.

Ma sto vaneggiando. Lucio ha dei vetri enormi e va a 90 massimo. Il paesaggio lo vediamo alla stragrande, ho scoperto le foto panoramiche dall’iphone 6. Vi romperò l’instagram con i trittici panoramici, sapevatelo.

Mare e campagna sulla Taranto-Cosenza #vidaitaliana #StilettoTour #LucioOnTheRoad Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

   

Finitooooooo? Apena scesi da Lucio che @heredicalo mi si è innamorato di Taranto 📷 💕 #vidaitaliana #StilettoTour

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Quando ci fermiamo in viaggio dormiamo a bordo. In quei momenti io mi immagino sempre, sai, come la pubblicità del Nescafè con lei avvolta nella copertina che sitringe la tazza rossa davanti alla scogliera dentro il furgone. Lucio ha un letto col materasso fatto su misura e delle lenzuola. Ha anche un WC chimico portatile in caso foste curiosi. Si: anche noi facciamo la pipì.

Il letto era stato progettato e realizzato dalla sottoscritta e soltanto per la sottoscritta alta 1,60. Non prevedevo compagni all’epoca. Il mio fidanzato è più lungo del letto, il che non è una meraviglia se ci pensate. Ma dormiamo entrambi in posizione fetale e ce la caviamo. Per le prodezze a bordo di Lucio vi lascio leggere la divertentissima recensione e test di prestazioni a bordo di Lucio fatta dal mio amico Michele.

Ma non è tutto rose e fiori. A volte non ci lasciano parchegiare Lucio in certe spiagge per andare a fare il bagno in mare. Vedono una tizia coi capelli rosa, un tizio alto e scuro e un furgone camperato del 1987. Ci manca soltanto il cane e siamo a posto! E infatti il nostro cane arriverà. Felipe ci manca tantissimo. Be’, l’effetto punkabbestia è un attimo, se non sta attenta a come ti vesti. O se Lucio è un po’ sporco. Dobbiamo fare sempre i fighetti.

A me piace tantissimo quando ci fermiamo a far gasolio e prendere un caffè. Mi piacciono le piccole aree di servizio i Puglia e Calabria, ognuna diversa, non i soliti Autogrill pompati di prodotti e labirinti obbligati.

puglia-wc

Dalla Puglia per ora è tutto, se siete a Bari questo sabato vi aspettiamo al That’s All in Corso Vittorio Emanuele 35 alle 17.

Cercando giornalista disperatamente
Oggi è uscito un bellissimo articolo sul Post di Bergamo, scritto per forza da qualcuno che mi legge, e da molto. Problema: non c’è il nome e a me piace citare sempre chi l’ha scritto nella nostra sezione PRESS. Quindi se mi leggi, cara/o, per favore scrivimi! Grazie mille per l’articolo, è bellissimo.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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