l’elefante

L’altra sera tornavo a casa con la mia migliore amica ed il suo bimbo, a piedi. Eravamo andate a casa sua a prendere le felpe dei bambini, perché si sarebbero trattenuti anche per cena dopo l’asado del mio compleanno. Abbiamo deciso di andare e tornare a piedi, la serata era splendida. Scendi la collina, rimonta la collina, e poi tornare.
Storia di smaltire l’asado, i chinchulines, il Cabernet Sauvignon e i sensi di colpa verso i nostri culi di pre-quarantenni.

By the way, la mia torta di compleanno è stata una vera figata: un chinchulìn.
Torta che è stata battezzata -fra lo stupore di tutti i miei amici carnivori fino al midollo- come la nuova, folgorante “Chinchutorta”.  Credo che ho lanciato una diabolica tendenza, dato che nel dopo pranzo ho sentito discorsi di costruzioni mirabolanti con tanto di candeline e pupazzetti.

tortachinchulin
Il chinchulin è il primo tratto di budella dei vitelli, pieno di latte che quando lo cuoci diventa formaggino. Se lo assaggi impazzisci di piacere, se pensi a cosa sia non lo assaggi nemmeno. Io, avendolo assaggiato da piccola, sono vaccinata e me lo godo ogni volta che posso. A me piacciono quelli non “ripuliti” dal grasso, che li fa sembrare il residuo di una matita spuntata. Ed è così che li ordino al macellaio: “Non prendermeli a treccia, voglio la spuntatura di matita”. Il grasso gli dà quel che di buono e salatino in più che adoro.

Ma torniamo alla passeggiatina digestiva.
Rimontando l’ultima salita fino a casa svoltiamo un angolo dove c’è una casa in ristrutturazione, ed è li che lo vedo.
Dapprima era una macchia scura e pelosa, che si muoveva appena. Vedo due occhi quasi arancioni. Dei peli neri riccioluti.
Una massa di peli riccioluti e neri, brillavano.

Ondeggiavano.

Nelle regioni rurali, anche se sei in zone residenziali, ci sono spesso degli animali sciolti: cavalli, vacche, qualche pecora.
Decine di cani randagi.

La macchia scura alza la testa nera e mi guarda: non era una vacca.
Una testa enorme, larga e possente. Una gobba.
Ci penso e mi dico: possibile che in Argentina usino i buoi?
Non aveva corna, osservo sotto le gambe di dietro cercando di aguzzare la vista al buio senza luna e capisco: non mammelle rosa ma due enormi coglioni neri ciondoloni e il ciuffo di peli del pisello.

U N    T O R O

Un toro di millemila quintali pascolava nel giardino del vicino splendidamente al buio, all’ora dell’aperitivo.
L’ho osservato estasiata nella sua lentezza. Brucava indisturbato, furiosamente fuori contesto.
Una sorta di divinità fosforescente grazie alla mia sorpresa.

Mi sono spaventata perché gli animali sciolti creano incidenti mortali, e poi il toro non so, ogni tanto alzava la testa e mi guardava come per dire: “Oh, ciccia, lasciami stare che ti carico”.
Mi sono ivi cagata addosso come suggerito nel manuale delle bionde.

Ho fatto la guardia alla strada, spaventata mentre la mia amica passava col bambino, e ho bussato ad un’altra casa per chiedere cosa si fa di solito con queste apparizioni. Che mica siamo in India, neh.
I ragazzi hanno chiamato la polizia. Il giorno dopo mi hanno detto che la polizia gli ha detto che probabilmente al loro arrivo, il toro se ne sarebbe già andato. E che poi loro mica caricano tori, bisognava trovare il padrone.
Insomma nulla. E in effetti dopo poco il toro se ne era andato, end of the story.

Avevo guardato le orecchie e non aveva identificazione, e soltanto qualche ora dopo l’episodio mi sono ricordata che in Argentina gli animali vengono marchiati a fuoco sulle chiappe col “logo” del campo del proprietario. Sono cose brutali da vedere dal vivo ma davvero fighe, inutile fare l’ipocrita. Non avevo visto le chiappe, però.
Era una cosa grossa così: praticamente alto quanto me, che faccio 1,62.

toro
Per giorni sono rimasta con l’immagine del toro beato che pascola fra le ville, come un racconto dell’assurdo, come avvertimento fugace di una natura onnipotente che incombe su tutti e non ascolti mai. Un elefante invisibile nero su nero.

………..

“Dopo il matrimonio abbiamo pensato bene di prenotarci un taxi, eravamo distrutti dall’alcol. Sai, con la nuova legge zero tolleranza, ti mettono dentro per un solo bicchierino di sidro e andare li per non bere era fuori discussione”

“E quella sera eravamo sfatti, hahaha!”

“Vi avevo portato un sacco di mascherine e cotillons, ma non mi hanno lasciata rientrare nella machina per prenderli. Che palle”

Così cominciano a raccontare il loro incidente una coppia di amici, a cena.
Io, gelata.
Loro, bevendo.

“Il tassista ha evitato il primo cavallo, ma il secondo ci è piombato addosso, ha schiacciato tutto il tettuccio del passeggero”

Tira fuori il cellulare e mi fa vedere la macchina: un ammasso di latta schiacciata. Non capivo come fossero usciti illesi tutti e tre.

“Meno male l’autista era di quelli che guidano sdraiati col sedile tutto reclinato, sai quelli pigri? Il tettuccio gli è arrivato a un centimetro dal naso, pazzesco”

“Si, se fossimo stati fra di noi, ci sarebbe stato qualcuno al posto del passeggero davanti, e li non ci sarebbe stata speranza. Ma guarda te però che spendi trecento pesos per non farti fare la multa e poi ti fai buttare giù da un cavallo! Non si può stare tranquilli”

cotillon

Gli incidenti con cavalli, per strada, sono all’ordine del giorno. Se gugolate “accidente caballo” vedrete delle cose atroci. Non fatelo se avete lo stomaco debole.
A me stupisce la “naturalità” dei racconti di chi se li è visti catapultati davanti, come un destino inevitabile al di fuori del controllo dell’Uomo. Eppure le bestie non sono selvagge, appartengono a persone che hanno dei campi in zona e li lasciano pascolare in giro. Sento queste storie da quando sono nata e le cose non cambiano mai. Mai. “Ah, si, il tale è morto in un incidente con un cavallo” “A, ma senti che sfiga!”.

“Sfiga”.

Il cavallo non era marchiato, spesso non lo sono. Se non è marchiato, la polizia non trova il proprietario responsabile per pagare i danni all’incidentato. Il tassista quel giorno ha perso il lavoro. Avrebbe potuto perdere anche la vita, e stessa cosa i miei amici.

Una mia compagna di scuola aveva avuto un incidente con un aratro abbandonato nel bel mezzo di una curva, era morta la sua migliore amica e lei aveva moltissime cicatrici. Succedono cose inspiegabili, qui. La gente mentre ti racconta un po’ ride, dicendo: “Ah, adesso mi restano tre vite dopo i due botti di quest’anno!”
La gente conta le vite perse durante gli incidenti ai quali sopravvivono.

Qui, in provincia, si muore spessissimo per strada. Fa parte di una certa fatalità accettata collettivamente senza obiezioni.
Una volta ho sentito di un puma che atraversando la strada ha sfondato il motore alla macchina di un tizio. Il tizio, incazzato nero, è sceso e ha caricato il puma nel baule/ Arrivato a casa se l’è mangiato asado: “A me dispiace per i puma ma cazzo, mi ha sfondato la macchina sto bastardo!”

Le Statali, lungo i paesi, hanno i dossi e pare che dopo che li hanno installati ci siano meno morti. Ma fra un paese e l’altro, fra gente ubriaca, gente che non sa guidare e animali sciolti, rischi grosso.

Certi tenutari di discoteche fanno accordi con la polizia locale perché non si appostino con l’etilometro alla prima curva dopo l’uscita, altrimenti i ragazzotti non consumano più e loro fanno poca cassa al bar.
Di recente è morto un ragazzo molto ricco, era ubriaco in macchina dopo essere andato a ballare con gli amici.

Il ragazzo usciva dalla discoteca di suo padre.
L’elefante ha strani modi di farti capire che tu non vali un cazzo.



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Dio della 3G, se ci sei, batti un’altra tacca

Qui sulla Sierra non prende molto bene l’internet. Diciamo che non prende proprio.
Ho una SIM e una connessione via USB per l’air, ma niet.
E io che credevo poter guardare Game of Thrones in streaming: aiutatemi a ridere.
Ogni tanto vanno i social allora posto qualcosina su Instagram, ma non posso connettermi con l’air per postare. Va a sprazzi.

Adesso mi manca eccome la mia saponetta della TIM che va e non va. Il “non va” della TIM in Italia sarebbe un lusso, qui.
Nei miei vari viaggi degli ultimi anni non ho mai avuto una connessione peggiore che in Italia, devo dire. L’Italia piglia malino, c’è poca copertura e poche antenne. In Tailandia, invece, 3G anche nella giungla, in Giappone stupefacente persino sullo shinkansen a 300km/h. Adesso mi sto ricredendo.

L’Argentina è un po’ come Napoli, permettetemi il paragone senza incazzarvi, qui c’è casino e la gente non ha coscienza sociale, buttano un sacco di spazzatura per terra e le case sono tutte sgaruppate. Se hai internet con una SIM ricaricabile, la connessione è più lenta (apposta) che se hai l’abbonamento. Questo è razzismo, signori miei, e io sono incazzata nera. Non posso verificare i percorsi dei tassì su Gmaps come facio di solito, per esempio. Sono inviperita.

Le prime due settimane ho postato poco perché non ne avevo voglia, ero occupata a fare tutt’altro e sono stata bene. Erano anni che non rimanevo sconnessa per giorni.
Adesso mi piacerebbe postare ogni tanto, e lo sapete che cosa mi tocca fare?

< < SCENDERE IN PAESE > >

Precisamente nel baretto della stazione di servizio YPF. Che ha un baretto e il famigerato wi-fi.
SANTO WI FI
Sono proprio qui adesso.

estacion
La cosa sconcertante è il caffè. E questo vale per tutta l’Argentina, bar italiani inclusi. In valigia infatti mi sono portata la moka e il frullino del cappuccino, per bere decente a casa. Ma il caffè al bar è deprimente, annacquato e bruciato. Cattivo anche col latte.

Adesso vengo quasi ogni pomeriggio e prendo uno yogurt da bere fragola e kiwi e mi connetto.
Al muro c’è la TV con dei programmi stile Maria ma con delle veline che discutono perché fanno causa al chirurgo che gli ha rifatto male il culo. Cose di un certo rilievo, se permettete.
A-do-ro.

gomero

Oggi sono qui con mio figlio Felipe, il cane del mio fidanzato.
Di solito i cani non possono entrare da nessuna parte, ma Felipe è beneaccetto e si mette seduto ai miei piedi. Ogni tanto chiede una coccolina e torna giù. Per strada, mentre scendiamo la collina di casa, ogni tanto eszcono altri cani. Cani grossi. Felipe mi guarda terrorizzato e mi chiede di prenderlo in braccio, giuro, alza le zampine e miagola disperato “Mamma, upa!”. Si avvicina e mi mette le zampe sulla pancia. Allora lo prendo in collo alla meno peggio, attraversiamo la zona di rischio, e poi scalpita per scendere. Mi guarda con quegli occhioloni come per dirmi grazie scodinzolando e premendo per lasciarci dieto quel brutto episodio.

Ebbene si: ho adottato un cane.



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I miei stivali da cavallo spagnoli

Sono anni che li porto, dall’estate del 2006. Presi al mercato di bestiame vicino Santander, in Spagna, mi ero dovuta contentare di un 38 che persino con le solette mi sta un po’ largo perché non li facevano sotto il 38, era roba d’omini. Mi sono detta pazienza perano troppo belli e non me ne pento. Onestamente non si vede che mi avanzano un po’ in punta.
Li ho visti indossare ai ragazzi che si occupano di vacche e cavalli tutti i giorni. Non sono stivali da fighetti ma da lavoro, ecco perché li volevo tanto.

D’inverno li uso moltissimo, curati con la cera di pino o quel che capita di grasso, una o due volte l’anno. Mentirei se dicessi che li uso per andare a cavallo, li porto d’inverno sui pantaloni, per stare in campagna o al mare. Adesso in Argentina li userò anche per montare, ma sono episodi sporadici.

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Per la giacca biker di pelle testa di moro, mi avete chiesto pure quello: è del 2005, credo, presa da Kookai a 200€. La adoro, la uso continuamente da… wow, quasi 10 anni!

La cosa più difficile, con pezzi di cuoio così rigidi, è ammorbidirli perché assumano un’aria usata e umana. Da nuovi sono troppo fighetti e pettinati.
Ci ho messo un paio d’anni per rendere gli stivali e la giacca usati e vissuti, adesso li adoro.
Son di quelle cose che durano tutta la vita, se li mantieni con cura.
Con la giacca e gli stivali puoi indossare qualsiasi cosa e il look è figo: jeans e golfino, gonna e dolcevita, vestito di lana svasato e sciarpa.

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In questi giorni in Argentina mi avete chiesto in molti dove li ho presi e quanto costino. Io non me lo ricordavo, anche se avevo una vaga idea sul “per niente cari” ma mi aspettavo che fossero comunque saliti verso i 250-300€. Così ho cominciato a cercare “botas de jinete” su Google e tadaaaaan: adesso li vendono online e dal 35 in su. Sono proprio loro!

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Ci sono molti modelli, tutti sugli 80-90€.
Già: meno di un centone per un paio di stivali che ti durano per tutta la vita. Forse con la spedizione costa altri 50, ma ne vale ancora la pena. Magari associatevi in gruppo.

Confesso aver riflettutto molto (tipo un pomeriggio, fra una cosa e l’altra) se svelarvi o no l’ecommerce, per paura poi di vedere una recrudescenza di stivali uguali ai miei su tutti i social. E lo sapete quanto io odi avere vestiti commerciali che hanno tutti. Sono una pollastra vintage.

E vabbe’, ciancio alle bande, sono belli e meritano, quindi ecco l’ecommerce: Botos Valverde. Hanno anche un modello un po’ più femminile che dicono l’abbia indossato Kate d’Inghilterra (balle, è diverso) e pure quest’altro molto comodo con la suola a carroarmato. Insomma roba figa, merita ad occhi chiusi. Fossi in loro li venderei al triplo, ma tant’è, magari qualche negozio italiano fa la furbata e li importa.
Voi beccatevi il mini prezzo originale e adoratemi forevah. Grazie.

trattore

Enjoy, babes!

PS: se prendete un 37 e vi sta stretto ve lo cambio per il mio 38. Anche se mi rode dover rilavorare sull’effetto vissuto.

Aggiornamento
per fare l’acquisto online SENZA p. IVA

Quando il sito chiede VAT/IVA/NIF/CIF, basta inserire il proprio codice fiscale e aumenta del 21% d’IVA.  :-) Pare che le spese di spedizione ammontino a 23€. Enjoy!



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#Transatlantica

Questo post l’avevo scritto il giorno dopo il mio arrivo a Buenos Aires. Non avevo avuto modo di postarlo, quindi eccolo in ritardo.

Un boeing 747 al decollo è pesante. Il mastodonte ingrana una corsa faticosa e assordante lungo la pista, le cappelliere tremano plasticose e i neonati piangono il cambio di pressione. Il momento del distacco dal suolo è un silenzio improvviso, la vibrazione del carrello cessa senza fare storie e tu guardi fuori.

Una volta librato in aria è una balena che dorme, una portaerei. Un’isola.

takeoff

Di solito prendo un sonnifero perché si dorme male. I voli verso il Sudamerica sono pieni di bambini. Pieni che ti dici ma quanto figliano laggiù? Al mio fianco avevo un bimbo di dieci anni, parlava perfettamente inglese e castellano. Mi ha raccontato come la sua famiglia si fosse trasferita in Olanda per il lavoro in agronomia del padre. Era molto educato e parlava un bell’inglese. Gli altri tre fratellini erano seduti più in la, accanto alla madre. Si abbracciavano, si baciavano, erano carini. Mi hanno stupita positivamente perché io da piccola facevo a botte da orbi con mia sorella.

All’altro fianco avevo seduta una signora argentina che lavora in Svezia in cose di computer che non ha voluto approfondire pensando che non avrei capito. Non era interessata a chiacchierare e l’ho lasciata tranquilla. Io parlo sempre con gli sconosciuti, hanno vite pazzesche. Devo dire, però, che da quando lavoro con Stiletto Academy vinco facile in stranezza e mi dispiace perché sono sempre curiosa di chiacchierare con gente che ha vite intense. Il bambino attacca a giocare con l’ipad a delle cose troppo veloci per i miei occhi. La computerologa guarda un film.

E scopro che mi sono scordata i sonniferi.

grandeb

Scorro i film a disposizione e trovo La Grande Bellezza. Non l’avevo ancora visto, vai a capire il perché.

L’ho guardato nella notte altantica, la carlinga al buio, le ginocchia piegate verso il petto perché non so voi, ma in aereo dire “sedile reclinabile” è un eufemismo. La sciarpona nera a mantello.
A me “La grande bellezza” è piaciuto, e ci sono tre frasi che mi hanno colpito.

La prima la sanno tutti:
“Sono stufo di fare cose che non mi va di fare”

Certo, non sempre è possibile permettersi il lusso di abbandonare un lavoro che non ci piace. Non sempre è possibile o comprensibile o persino immaginabile abbandonare una relazione che ci deteriora da dentro. Credo che la prima volta che decidi di liberarti di una delle pietre che ti porti addosso, dentro uno zainetto come mi dice sempre mio padre, be’, quando molli la prima zavorra e senti la leggerezza, li lo capisci. Dopo è più facile immaginare le altre, trovarle e decidere di farla finita. Io ho preso il via e devo dire che, anche se pare una mega stronzata da frase di facebook raccatta-like, più sorridi e più sei felice. La cosa complicata è il primo distacco, avere il coraggio e l’incoscienza di farlo.

Cosmo

La seconda è della Santa:
Sa perché mangio sempre radici?”
“No…
Perché le radici sono importanti

Per un’emigrante come me è un argomento difficile. È sempre difficile, ad ogni età e per motivi diversi. A me è successo in modo violento e repentino, il mio mondo si è ribaltato in dieci giorni.

Mi è capitato durante quella parentesi eccitante e infelice dell’adolescenza perché cominci a capire che il tuo corpo bambino ti sta abbandonando, quando le certezze e sicurezza sono ai minimi storici, quando l’adulto che comincia ad affiorare dal tuo grande naso che spunta ti sembra un alieno mangiacarne che si sostituirà a te senza che gli altri se ne rendano conto. E succede per davvero.

Arrivi in un altro paese che pur hai mangiato, sentito, e persino amato in un certo senso, grazie a tua nonna, ma che in realtà era un ideale che non esiste. Non credevo che esistesse la povertà, in Europa. Ci sono rimasta malissimo. Non capivo tutto questo fervore per il cibo, poi. Per noi il cibo era nutrimento, non piacere. Almeno non sempre.

Ti catapultano in un mondo nuovo e tu cerchi ad ogni costo di ributtare radici, e piano piano ce la fai. Ma cosa sono le radici? Cos’è il concetto di casa? Ieri sono entrata a facebook dal computer di mia madre, e ho letto un piccolo messaggio di mio padre per lei. Di me diceva: “Veronica non ha il concetto di casa, non le interessa. Lei è una cittadina del mondo, sta bene dove c’è calduccio”.

Forse mio padre ha ragione. Il concetto di casa ti deve venire da dentro, e la cosa più vicina ad una casa che io abbia è un furgone arredato. Un furgone è fatto per spostarsi (Freud, se ci senti, batti un colpetto).

A un certo punto nella vita, immagino, devi volere avere il tuo posto, la tua base, la tua radice. Quando hai radici doppie attraversate da un Atlantico che è più profondo di quel che credi, la cosa si fa un attimino più complessa. Ieri sono atterrata dall’altra parte. Giovedì torno al mio paesino sulla Sierra e vedremo quanto tirano, queste radici. Ho portato le scarpe comode per camminare, visiterò tutte le case nelle quali ho vissuto, i boschi, gli alberi, le strade sterrate. Andrò nella mia scuola, nei posti che hanno significato qualcosa in quegli anni che mi hanno vista crescere.

Chissà quali negozi e negozianti sono ancora al loro posto. La gente incontrandomi mi racconterà i morti e le tragedie che scandiscono il passare degli anni come sassolini contachilometri.

sierra

La terza frase che mi è piaciuta:
Dunque, che questo romanzo abbia inizio

È bello il percorso del protagonista per capire che finalmente era pronto. E tu te ne freghi se il suo romanzo parlerà della decandenza mostrata nel film, della sua vita, della vita in generale o dell’amore. E te ne freghi perché capisci che qualsiasi cosa scriva, sarà scritta bene. Ed è quella l’unica cosa che conti veramente.

Non so se Transatlàntica sarà un romanzo, dato che è il primo vero libro che scrivo, e magari l’ultimo. Non sono una letterata e non ho la più pallida idea se io sia all’altezza, ma è il mio romanzo e ogni giorno spinge di più per venir fuori, con piccole punte che sono scene forti come il naso adolescente che tradisce il cambiamento, e non lo puoi fermare.
In fin dei conti scrivere è avere il bisogno impellente di raccontare una storia per liberarsene, perché ti fa scoppiare la testa.

Transatlàntica è prepotente e mi piace proprio per questo.



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Vida argentina #1

Certi giorni si vede la Sierra, dietro le colline del lago.
La casa ha le finestre basse apposta, per vedere il panorama seduti sul divano.
La stanza da letto è dall’altra parte.
La casa resta chiusa la maggior parte dell’anno, è umida e fredda.

Abbiamo acceso delle stufe, il camino è chiuso da vent’anni.
Dopo qualche giorno abbiamo portato il vecchio letto in ferro battuto inglese dalla stanza ad un lato del salotto, per vedere l’alba e svegliarci con la luce e la vista.

casasierra

Ho passato qualche giorno a Buenos Aires riprendendomi dal jetlag, e sono subito partita per la Sierra. Di notte, in bus. L’aereo atterra a Cordoba e fra una cosa e l’altra perdi la giornata. Gli autobus argentini sono organizzati come la prima classe degli aerei, col lettino reclinabile, ma in versione rurale ossia che puzzano che ti dici “meglio che poggi la testa sul foulard”. A bordo c’era una puzza orrenda e dico puzza apposta: puzza di profumo cheap spruzzato sulle imbottiture per coprire chissà quali odori. Ho dormito male.

L’alba è spuntata con una luna finissima all’orizzonte di quei campi infiniti, attraversando la Pampa verso le montagne.

Alla “Terminal de omnibus” mi aspettava un uomo della mia età. Non ci vedevamo dalla prima liceo, dove eravamo molto amici. Ma erano mesi che ci scrivevamo tutti i giorni e ci vedevamo continuamente su skype. Vi avevo raccontato qualcosa qui, ricordate? Lui.
Se mi seguite su Instagram l’avrete visto spuntare in questi giorni, col suo cane Felipe.
Potrei dire molte cose sull’argomento ma anche no. Quindi no.

calo

Ma ha aperto un profilo Instagram anche lui, quindi lo potete stalkerare a dovere.
È grande e vaccinato e no, non si chiama Oberyn Martell anche se è identico ;-)

Mi piace, Villa Lea. Era la casa estiva di mia nonna, ci passava le estati per non essere invadente a casa nostra (hai presente le suocere, no?). Lea era il secondo nome di mia nonna, ma lo odiava. Il primo nome, però, non ci stava bene. Quindi Lea. Credo che non sarebbe molto contenta, ma a noi Lea piace molto. L’abbiamo battezzata da poco, bisognerebbe ordinare il nome in ferro battuto da mettere sul muretto, come si fa da queste parti.
È una bella sensazione avere ancora un posto, mi fa sentire a casa. Ai muri ci sono delle foto mie con mia sorella, da piccole, e cominciano ad arrivare libri e oggetti della moglie di mio padre e i suoi figli, mi piace molto.

I giorni scorrono fra passeggiate nei luoghi della mia infanzia col cane che ci scodinzola intorno, e cene dove ci alterniamo fra paste mie e carni sue, ognuno con la propria cultura culinaria. Ogni tanto un asado con amici, delle raviolate, cene a ristorante dove ristorante è da considerare all’americana ossia hamburger, lomito, pizza. Fast food rurale, insomma.
La prima colazione è ancora un mix che non riusciamo a conciliare bene: cappuccino approvato a pieni voti, ma con criollos e dulce de leche. Certe volte direttamente il mate. Lui non sa cosa sia la Nutella. Scoprirà molte cose, atterrando in Toscana.

Il mate mi era mancato, e se non l’avete mai provato è difficile da spiegare.
E il dulce de leche mi ha fatto prendere più di tre chili. C’ho un culo che porta via, sognore mie. Meno male che il culo qua è un’istituzione. Dovrò fare qualcosa al rispetto prima del rientro a settembre perché altrimenti non entro più nel vestito rosso degli eventi, me la sento.

dulce

Il mio paesino d’infanzia è su un lago artificiale creato per una centrale idroelettrica ad inizi del ‘900 con due enormi dighe in cemento armato. Poi è arrivata la Centrale, quella nucleare, che usa il lago per il raffreddamento. Adesso è un paesino turistico, per via del lago balneabile e del paesaggio.
Il paese si snocciola lungo la statale n°5, sono tutte casette e qualche commercio. Da qualche anno sono di moda le “cabañas”, dei bungalow per turisti. È pieno di annunci di cabañas lungo la statale, che indicano delle strade bianche che s’inerpicano solitarie sulle colline, per andare lassù dove si vede tutto.

Anche a Villa Lea ci arrivi per una salita improbabile. Quando hanno disegnato queste poche strade e diviso i lotti, non hanno tenuto conto delle curve di livello e certune sembrano dei toboggan. A Villa Lea ci devi arrivare facendo il giro largo, da dietro, perché la sua strada è tipo a 45°.

Ho rivisto vecchi amici, coi loro figli, e mi è sembrato così naturale che era come se non fossero passati vent’anni. Il più piccolo dei tre maschi della mia migliore amica è una canaglia. Boccoli biondi, naso mocciocoso e quei “Zoz mala!” perché non vuole darmi un bacio e mi fa venire le lacrimucce. Mi sono detta che uno stronzetto così dev’essere mio figlioccio, non c’è storia. E ovviamente con una cerimonia fuori dalla chiesa, una di quelle cose fra me e lui dove c’è di mezzo tanta cioccolata al latte.

L’inverno Argentino, quello sotto la Sierra, è molto strano. Ci sono giorni con 8 gradi e altri con 30. Ma una cosa non cambia: la luce. A mezzogiorno e fino alle cinque, c’è un sole che spacca le pietre e tu puoi uscire col golfino. Per dire che mi metto la protezione SPF50 comunque, non mi faccio fregare.
Camminare per il lungolago è molto bello, è una strada bianca che serpenteggia costeggiando calette e spiagge, penisole di pietre e pinete, porticcioli. Da piccola lo facevo in bici e col mio primo motorino, avevo otto anni.

stivali

L’inverno è secco e silenzioso. Brullo. D’estate è tutto verde e pieno di motoscafi, jetski, bambini, jeep, pickup rimpinzate di ragazzi che bevono birra Quilmes, gente in moto senza casco con le Havaianas, cocacole da 3 litri con bottiglia a rendere, gelati alla fragola fluorescenti. Profumo di asado ovunque.

L’inverno invece è nostro.

La connessione non è delle migliori, qui, ma non è per quello che scrivo poco. Scrivo poco perché non ho molto da dire ma va tutto bene. Ringrazio la preoccupazione di chi mi infama nei commenti perché non scrivo: relax, è agosto e sono in ferie pure io.

Buona estate a voi, buon inverno a noi.



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Mal di gambe e gambe pesanti: come funziona Circuvein?

Prendo Circuvein da quasi tre mesi e i risultati li sento ogni giorno. In molte mi avete scritto sia sui social che per mail, chiedendo “Oh Spo’, ma Circuvein funziona davvero?” oppure “Ho questo sintomo e quest’altro, faccio questo lavoro etc., che dici, lo prendo?”. Io rispondo a tutte a seconda dei casi, ma non sono né un flebologo né un esperto di Circuvein. Sono una felice utilizzatrice e la testimonial italiana ufficiale per il 2014. Rispondo e scrivo in quanto tale, ok?

StilettoAcademy-33

Quello che a voi manca è la spiegazione tecnica che fa l’esperta Circuvein durante gli eventi #BellezzaInGamba, e mi piacerebbe spiegarvelo in gallinese perché non è solo una compressa che magicamente “sgonfia le gambe”. In linea generale, se qualcuno ci spiega come funzionano le cose, noi affrontiamo qualsiasi percorso con la giusta consapevolezza. Non è lo stesso sentirsi dire: “Prendi ste compresse che poi sentirai le gambe più leggere” che arrivare da sole a: “So come agisce dall’interno e ho deciso di prenderle”.

la fotoCircuvein è un integratore nutricosmetico nato per combattere i segni dei danni di una cattiva circolazione. Non è un medicinale e in quanto non medicinale non “cura” i problemi gravi, che richiedono invece un flebologo.
Per capire di cosa stiamo parlando, dietro Circuvein di Innéov ci sono la Nestlé e L’Oréal. La linea Innéov è la responsabile della figaggine di molte donne, e la mia pelle, i miei capelli e le mie gambe ve lo possono confermare scodinzolando. Io credo negli integratori perché agiscono dall’interno, la nutricosmetica è il futuro. Preparatevi donzelle perché l’investimento vale la candela.

Cominciamo dall’inizio: perché sentiamo le gambe gonfie e pesanti?

Come racconto da ben 4 anni durante i miei corsi e nei miei libri, le gambe pesanti hanno molte cause, ma la matrice della cosa sono le vene dilatate. Essendo dilatate per x ragioni, il sangue fatica a risalire perché non c’è abbastanza pressione. Avete presente quando annaffiate le piante con la pompa d’acqua e non ne esce molta? Se stringete l’uscita del tubo con un dito, l’acqua esce più forte. In realtà state diminuendo la sezione del tubo, quindi in quel modo aumenta la pressione anche se la quantità d’acqua resta la stessa. Con le vene è la stessa cosa. Se le vene si allargano, il sangue scorre più lento e fatica a risalire. E il nostro corpo ne subisce le conseguenze.

Il nostro corpo comunica con noi e ci dice sempre se c’è qualcosa che non va. E come fa a parlarci? Col dolore. Lui tira il campanello d’allarme e non si ferma finché non lo ascolti e cerchi una soluzione. Il mal di gambe e le gambe pesanti, oltre ai fattori personali, possono essere aggravati dal troppo tempo in piedi, dalla vita sedentaria sedute, gambe incrociate, abiti stretti e viaggi in aereo.

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Quali sono i sintomi?

I sintomi possono anche essere bruciore, pizzicore, edema per il ristagno del sangue. Quando la circolazione rallenta, il sangue stagna e crea un sacco di complicazioni.

Ecco perché è importante capire che il mal di gambe o la pesantezza non sono soltanto un gonfiore temporaneo che risolviamo mettendo le gambe sotto l’acqua fredda o tirandole su. Bisogna proteggere e rinforzare la parete delle vene. E Circuvein lo fa.

Quando abbiamo mal di gambe, la prima cosa che facciamo e tirarle su, oppure passarci l’acqua fredda per « sgonfiarle ». Entrambe le cose danno sollievo, ma il tirarle su è un palliativo : mentre sono su, il sangue torna verso il cuore perché invertiamo la forza di gravità, ma una volta in piedi siamo punto e daccapo perché le vene mica si restringono e il problema persiste. Il male torna.
L’acqua fredda ci restringe in effetti le venuzze esterne, il microcircolo. Ma non agisce in profondità perché il freddo non ci arriva. Quindi il sollievo anche li è un placebo. Il massaggio, invece, se fatto bene, stringe i muscoli che a loro volta stringono le vene, riportandole alla loro sezione normale. Io, però, non mi faccio mai i massaggi da sola. Troppa fatica e poco tempo, e bisogna saperli fare.
Quindi ? Quindi Circuvein.

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Com’è composto?

Ho letto gli ingredienti e ho scoperto che Circuvein ha dentro i bioflavonoidi, quelli estratti dai semi d’uva che sono ancora più concentrati che altrove in natura. I bioflavonoidi si trovano in molti alimenti rossi, come barbabietole, mirtilli, melograno, ribes, etc. Vengono dei succhi buonissimi.

Quindi non è che “sgonfia” e “drena” e via. Rinforza pure.
Ecco perché mi sono spariti i puntini rossi, l’effetto squamette e l’edema. Sento le gambe molto più snelle e leggere.

Eco come funziona per invertire il circolo vizioso della cattiva circolazione
Drena, ristabilisce la cisrolazione venosa, protegge, rinforza le pareti delle vene per evitare la fuoriuscita di globuli rossi e la perdita di liquidi che creano i malefici e orridi capillari e l’edema che è la coscia fredda e bluastra.
Per capire se avete l’edema toccatevi la coscia sopra il ginocchio e vedete se non è troppo rossa o bluastra. Se si, agite.

La prossima volta vi parlerò della camminata con e senza tacchi, e di come camminare sia importantissimo per aiutare la circolazione.
Iosono in Argentina, al mio 3° mese di Circuvein e ho delle gambette favolose.
Potete scaricare le 12 regole di Stiletto Academy for Circuvein qui.
Buona estate donzelle!

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Ezeiza

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Sono arrivata in Argentina, sono le sette del mattino e mia madre è in ritardo.
Fra bionde ci si capisce, e infatti non trovo il suo numero di cellulare.

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Mi sembra tutto molto pittoresco.
State tunnati :-)

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Io, intanto, attacco con le specialità locali: dulce de leche à gogo, che meraviglia!

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After extensions

Ho tolto le extension da una settimana. Credevo che mi sarei sentita più leggera ma no. Dopo averli scalati erano piacevolissimi, mi mancano molto.

Domani parto per Buenos Aires.
Sono dal parrucchiere al mare dai miei, se Fabbri lo viene a sapere gli viene una crisi di forfora. Non ditelo a Fabbri. Che tanto è in vacanza quindi c’avrei anche la scusa “Non c ‘eri e io ho avuto un’impellente voglia di caramello”. Ecco.

Sono dal parrucchiere al mare dai miei perché mi è salita voglia di riccioli color caramello.

Questa sono io adesso:

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La salute generale del capello post-extension è buona, l’unica differenza col prima è che sono allungati. Con le Great Lengths non perdi i tuoi capelli perché la resina alla cheratina si dilata insieme a loro e non li spezza. Infatti appena rientro dall’Argentina le rimetto, non vedo l’ora! I capelli lunghi sono tutt’un’altra storia. Ciao.

Non le ho messe adesso perché hanno bisogno di una manutenzione certosina, e sulla Sierra avrò altro da fare. In valigia ho gli stivali da cavallo spagnoli, per capirci.

Quando sono passata dal parrucchiere per prendere appuntamento, stamani, c’erano delle vecchiette coi bigodini fini della permanente, troppo fighe. Ora sono le sei e c’è gente più giovane, peccato.

Appena finiscono e mi pettinano coi riccioloni vi posto una foto :-)
Per ora sono così:

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-4 giorni al viaggio in aereo

Manca poco alla partenza, sono eccitatissima!
Mi aspetta un volo intercontinentale di 17 ore e trenta, con uno scalo ad Amsterdam. Viaggio, come sempre, con AirFrance-KLM.
Da domani prenderò Circuvein doppio la mattina, per prepararmi, perché a bordo la circolazione soffre moltissimo.

Ci sono cose da fare prima, durante e dopo un volo long courrier.
Eccole:

PRIMA DEL VOLO, da vere premeditatrici

- Circuvein raddoppiato per i 3 giorni precedenti

- Procurarsi un sonnifero dolce chiedendo aiuto alla farmacista. Io lo prendo per dormire serena senza interruzioni, dato che dormire sedute in un posto angusto non è facile. Rischiate di passare la notte a guardare tutti i film e serie disponibili, per poi atterrare con la faccia da zombi. No bene.

A bordo fa fresco per via dei condizionatori, io viaggio cosi:

- legging misto cachemire molto morbido
- indosso le scarpe più voluminose per ottimizzare posto in valigia (per questo viaggio saranno gli stivaloni da cavallo) che scambio subito con dei calzinoni morbidosi per stare comoda a bordo. Gli stivali finiscono sotto il sedile e li rimetto dopo l’atterraggio.

Il top va a strati fini:

- canotta di seta
- marinière di cotone morbido
- golfino di cachemire a lupetto rigorosamente alla rovescia per evitare gli orridi pallini
- sciarpona di cachemire. Il col roulé mi protegge la gola, sono sensibile.
- trench imbottito lungo che metto nella cappelliera
- cappello nero a tesa larga al posto dell’ombrello, piegato nello zainetto.

Bagaglio a mano:
- Zainetto koala staccato dallo zainone in stiva con tutti gli aggeggi tecnologici più lo stiletto killer carissimo per non affrontare una crisi di forfora in caso di perdita del bagaglio in stiva. And you know what I mean.

Beauty e bagaglio da cabina giusto per affrontare il volo, ossia:
- siero idratante (sto usando SkinCeuticals che non ha bisogno di frigo)
- crema idratante
-spazzolino e mini dentifricio
-Circuvein doppio per la 1° colazione
- salviette di bebé e cotone in fogli più minitubetto di acqua micellare per sciacquare i residui di crema e siero prima di riapplicarlo. Il siero bisogna rimetterlo ogni 6 ore, religiosamente. Mettetevi una sveglia e non fate i capricci.
- Trucchi per avere l’aria presentabile all’atterraggio.

 

DURANTE IL VOLO

- Camminare, stirare le gambe e tirare su i piedi per allungare i tendini d’Achille.  La circolazione si attiva appoggiando forte i talloni, quindi fatevi un paio di vasche di carlinga a mo’ di generalessa. Se vi guardano male fregatevene altamente, voi arriverete a destinazione con le cavigline di fata, loro no.
Bere acqua ve lo devo dire?  Per il Giappone ho bevuto saké con una coppia di pensionati coi quali parlavo a segni, divertentissimo. Mi è andata bene lo stesso ma insomma, l’acqua sarebbe meglio di qualsiasi altro liquido anche succo perché a base di concentrato e meh, diciamo le cose come stanno.

Quando suona la sveglia per il siero, prendete il mini beauty, lavatevi faccia e collo con salviette detergenti più una passatina di cotone con l’acqua micellare per sciacquare, e riapplicate il siero fino al décolleté. Lasciate asciugare un minuto dato che a bordo fa prima, e applicate l’idratante notte per sigillare.

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DOPO IL VOLO

Prima di atterrare c’è la fase “restauro” e “ritorno fra i vivi”.
Mettete la sveglia più di un’ora prima dell’atterraggio. La cosa migliore è chiedere alle hostess a che ora accendono le luci, in modo da evitare la mega fila nei bagni per la pipì.

Sveglia e:
- pipì
- lavarsi le mani (non la faccia, l’acqua dei gavoni è bruttona)
- ritorno a sedere e sciacquo faccia con salviette + micellare, ivi siero e idratante GIORNO
- trucco
- pettinata, sistemata ai capelli o cappellino strategico (un basco è l‘ideale, lo fa sempre Charlize Theron, copiamola tutti)
- Togli calzinone, metti stivale sopra il legging pigiamoso, che sparirà sotto il trench ben stretto in vita dalla cintura

Una volta scese e arrivate a destinazione:

- doccetta fredda sulle gambe
- doccia calda per rilassare i muscoli di tutto il corpo
- ri-getto freddo su gambe
- pasto senza sale
- tanta acqua
- Riprendere il ciclo Circuvein con una sola compressa

Argentina arrivo!



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bollicine

“Una luz cegadora, un disparo de nieve”
“È una luce accecante, uno sparo di neve”
Silvio Rodriguez, Ojalà

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Una volta ho scritto che la vita è ciò che decidi di farne.
C’è chi vive sempre preoccupato di cosa penserà la gente prima ancora di pensaare cosa pensi di sé stessa, chi vive con meno paura di altri e chi, come me, vive nell’inaudita incoscienza. Divina incoscienza.

Sabato sono scesa dal treno, tornando da Roma in Toscana, ad Albinia.
Volevo conoscere la Veronica Gentili perché mi ispirava abbestia. È venuta a prendermi alla stazione e mi ha portata, insieme al suo fidanzato, a mangiare i crudi con le bollicine rosé in un posto fantastico. Abbiamo parlato e ci siamo innamorate.

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La vita la decidi te, la respiri te, la mordi te. Nessuno sarà li con te quand’è il momento di dire basta, quand’è il momento di scendere da un treno, quando devi ricominciare da capo. Quando sei chiusa in un sarcofago.

Non si arriva all’incoscienza per caso. L’incoscienza, l’ossigeno, li raggiungi solo dopo che hai toccato il fondo.
Dopo che hai visto.
Almeno per me è stato così.
Prima lavoravo in un ufficio e pagavo le rate della palestra nella quale non andavo perché mi deprimevo solo all’idea di pensare al mio corpo agitarsi senza motivo in un macchinario nel piano interrrato di un edificio parigino, come un hamster.

Ma la vita è prepotente. La vita è prepotente il giorno che un tecnico ti stringe un corpetto di plastica al petto dopo averti iniettato un liquido di constrasto. Il giorno che ti sdrai su una barella che scorre dentro un sarcofago che si chiude, le cuffie ben posizionate sulle orecchie e una pulsantiera antipanico in mano in mezzo agli sguardi distaccati e professionalmente annoiati degli addetti.
Prova microfono, prova cuffie.
Tutto bene, parte la musica per attutire il rumore.

E il TAAAAC! TAAAAAAC! TAAAAAAAAC!
Li capisci che non ci sono cazzi.

L’assenza totale di controllo, i minuti decisivi che decreteranno, alla fine, se ce la farai o meno.
A prescindere dalla tua voglia di farcela, perché di quello, alle cellule tumorali, non gliene può fregare di meno. E neanche a tuo marito. Semplicemente perché il tuo corpo sei tu. La tua mente, che tu lo voglia o meno, s’è beccata quel corpo li. Certi giorni ti piace perché c’hai un culo della madonna, certi altri ti dici mavaffanculo non potevo averci il culo piatto ma l’utero sano?
No, non puoi decidere.
La vita e la natura, per una serie di concatenazioni pazzesche, hanno fatto si che tu abbia dei tumori.
E ìssati.

Che cosa fai durante una TAC per verificare la presenza di metastasi?
Piangi, ciccia, che vuoi che ti dica? Piangi come una cretina.
Piangi anche prima, mentre cercano invano di trovare una vena nel tuo braccio. Piangi mentre sono costretti ad infilarti il catetere sul dorso della mano, piangi a goccioloni sordi mentre stringono il corsetto che ti terrà ferme le costole mentre respiri.

Il corpo e la mente umana sono macchine incredibili.
La mente trova sempre la via, lo spiraglio, lo stratagemma.
La mente va più veloce della psiche.

A cosa pensi, mentre sfilano le sezioni di raggi nella TAC?
Pensi un sacco di cose e sei lucida come non mai.

Per prima cosa ti dici: se finisce a puttane io voglio la parrucca più figa dell’Universo e vaffanculo. Capelli veri, taglio uberfigo, zero sfiga.
La seconda cosa è: appena finisce sta storia, perché oooh se finisce e non m’inculi, be’, appena finisce sta storia io mi faccio un bel corso di pilotaggio. Vuoi volare perché volare è la cosa più vicina al paradiso e la vita e lala morte allo stesso tempo.
La terza cosa sono l’amore e il sesso. Tu pensi, banalmente, che non hai trombato abbastanza. Non si fai mai l’amore abbastanza. E devi risolvere subito. Lo pensi li dentro mentre i tac vanno avanti e devi respirare piano. La morte e l’abbandono del sesso sono la nostra sublimazione di corpi e menti insieme. Non c’è niente is più potente e ti arrendi all’evidenza.
E poi devi viaggiare, è incredibile come ti vengano in mente fotorgafie di posti assurdi che vorresti respirare e che chissà per quale motivo non hai visto perché eri presa nel tamtam di merda di routine di ogni giorno a fare gossip alla macchinetta del caffé di mmerda di quell’ufficio dimmerda che ci vai solo per pagare il mutuo di un appartamento nel quale arrivi la sera per dormire. Ma che vita di merda facevi? Te lo chiedi e non sai darti una risposta. A quel punto tu e il tuo cervello decretate che il conto in banca, i bonus e le quattordicesime devono servire a viaggiare e mangiare street food e respirare aria in posti allucinanti.
E vaffanculo tutti quanti.

Ed è quello che ho fatto e faccio appena posso.

Il corpo è una macchina incredibile.
La mente è un computer velocissimo.
Ma la psiche… La psiche è quella che ti fa svoltare qualsiasi situazione soggiogando gli altri due.
La psiche è la mia preferita.

Io ho avuto il culo di confrontarmi a tutte queste paure all’età di trent’anni e mezzo, e in soli quindici minuti. C’è chi non ha la fortuna di trovarsi al bancone dei conti così presto e poi in vecchiaia si dice cazzo ma che cos’ho fatto nella vita?
Adesso che ne ho quasi trentotto, finalmente posso dire che sono felice.
Sono a metà percorso, praticamente. Mi ci è voluta mezza vita, con tante vite in mezzo.

L’unico consiglio che ho, oltre al pap test annuale, è di fermarvi un attimo e pensare se siete felici, di capire se potete far di meglio per voi stesse e di lottare per una vita che vi faccia sorridere. Perché in Europa è possibile, non ci sono crisi che tengano. Ve lo dice una che è cresciuta nella Sierra argentina senza riscaldamento, senza acqua calda e soprattutto senza piastra per i capelli.

(e tutto quello che vedete lo devo al churrasco)

Foto: selfie dell’evento Stiletto Academy a Bologna, attorniata da vere galline <3



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