/ / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / / /







il valore dell’identità

Ogni essere umano ha un nome, è il primo tratto identitario che ci distingue dagli altri, la prima domanda che si fa ad un altro essere: “Come ti chiami?” “Ciao, io sono Veronica, tu?”

Il proprio nome è importante, ma a volte ci viene dato un nome che non ci piace, allora adottiamo dei nomignoli, o sono direttamente gli altri a darcelo per i casi della vita, fin da piccoli. Il mio fidanzato non si chiama Calo, si chiama Carlos. Ma lui è Calo per tutti, punto.

Quando facevo le elementari, un anno eravamo 3 Veronica in classe. È stato brutto perché non mi sentivo più me stessa, la maestra ci chiamava per cognome e non c’è niente di più brutto e denigrante che di essere chiamate per cognome.

Ma la cosa più brutta è quando non ti chiamano né per cognome né per nome. Pensateci. Il valore dell’identità  il nostro primo diritto.

A me succedeva col mio ex marito, non so perché ma non riusciva a chiamarmi per nome, non l’ha mai fatto. I primi anni si rivolgeva a me con degli “hey”. Avrei dovuto rifletterci, a pensarci adesso, che c’era qualcosa che non andava. Insomma dopo tanti pianti e ribellioni, mi ha creato un soprannome. Ma il mio nome mai, mi sentivo malissimo.
Ogni volta che qualcuno pronunciava il mio nome altrove, io mi emozionavo tantissimo.

Poi è arrivato il blog. All’inizio del mio primo blog, era il 2005, non usava dire nome e cognome, bisognava avere un “nick”. E la proto-Spora si aggirava per la rete con un nome un po’ così. È stato nel 2010 che ho fatto vedere faccia e mi sono rpesentata col mio nome. Con l’imminenza degli eventi non sarebbe stato più possibile nascondersi, allora ho fatto un coming out.

Da quel momento ero di nuovo io tutta intera, dentro e fuori.

Quando sono cominciate ad arrivare gli inviti in TV per ospitate o interviste, avrei voluto che affiggessero il mio lavoro, Stiletto Academy. Ma no. Nome e cognome proprio perché devono, ma il resto no senno ti fanno la pubblicità.

Fatemi capire… mi chiamate per parlare di scarpe e portamento o similia, addirittura per fare tutorial di tacchi (Detto Fatto rai2) ma non volete affiggere le mie credenziali?
“Eh, non possiamo…”
Manco Stiletto Coach?
“Eh, no, assomiglia troppo a Stiletto Academy, meglio di no. Mettiamo insegnante di portamento se vuole” (UnoMattina).

Oggi ero da @Unomattina a parlare di donne piccione. E poi un tizio ha detto che le ballerine sono di moda: MA IO VI VEDO!

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

In quel momento ho deciso che non ci vado più se deve essere così. La TV non è Dio, e non me ne frega niente che la gente mi ascolti e mi veda se poi non può arrivare alla nostra Associazione.

Io sono io, e ho la mia identità. E non permetterò mai più che venga calpestata, ignorata, nascosta.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


nomadi: le piccole cose

La vita nomade non è né più bella né più brutta della vita sedentaria.

È diversa ed è una bella prova.

Hai allo stesso tempo più libertà e più limitazioni.
Riguardo alle limitazioni, ho fatto delle riflessioni neanche troppo profonde. Son cose abbastanza note e che fanno molto filosofia da due soldi, ma quando le vivi ti dici occhéi, tutte le stronzate sul valore delle piccole cose erano vere. E sei li li a due passi dal postare frasi motivazionali tamarrissime.

Non cedi perché hai una morale. E più di settemila follower su Twitter.

Per quanto riguarda le limitazioni, quindi, sono fatte dalle piccole cose alle quali non diamo mai importanza perché son cose sempre presenti. Per esempio che non hai tutte le comodità di una casa. Avere una casa è di un conforto inaudito, e lo capisci quando non ce l’hai più.
Il frigo, raga. Il frigo di Lucio non va ed è stata una tragedia.
La doccia!
L’ufficio. Lucio ha un tavolo che si trasforma in letto.
L’ufficio potrebbe anche essere qual tavolo, ma anche no. E infatti no, lavoravo seduta al posto del copilota.

polignano

E poi però godi come un babbuino delle cose che non sono comuni nella vita di una parigina fighetta. Uno: sei sempre in giro, e vivi l’on the road come in un film: dall’autogrill al fare pausa benzina al lavare il furgone.
Due: la natura solo per te, fuori dai panini, le famiglie coi bimbi (carini, eh, ma anche no), la gente che sta al cellulare, le persone che parlano di problemi che si creano apposta per poterne parlare.
Quest’estate ci siamo svegliati davanti a paesaggi da sogno, immersi nella natura. Bellissimo. Nescafè, tuffo in mare, pipì, sole e accendo il mac.
La perfezione.

Però un van non è né un camper serio, né tantomeno un appartamento.
In molti mi hanno chiesto: ma come lo ricarichi l’iphone?
Be’, Lucio ha un impianto elettrico da 12 volts con trasformatore, quindi si può caricare tutto, ma un device alla volta. Hà! Un device alla volta non è facile da gestire quando hai due PC, due smartphone, cam, reflex digitale, saponetta wifi e via dicendo.

Ma ce la si fa.
S’impara a gestire tutto, soprattutto le priorità.
E le cazzate non le vedi più, non ti rompono più, non sono più d’attualità.
Spariscono un sacco di menate.

Dopo una settimana non senti più l’appiccicume del sale sulla pelle.
Dopo due settimane quel letto è la cosa più bella del mondo, anche se è lungo 1,80m e Calo è più alto.
(per la cronaca: lui dorme in diagonale e adesso che siamo rientrati ha detto che smonta tutti gli interni di Lucio e si ricostruisce un letto come vuole lui)

Abbiamo imparato a convivere in spazi stretti, in situazioni difficili, e abbiamo alternato la vita libera e spartana del furgone con le suites Best Western 5 stelle. È stato un bellissimo esercizio di vita, il lusso era tutt’a un tratto un lusso diverso. Era il lusso di una doccia calda, di un letto Queen size, di un televisore con le partite in Argentina. Il lusso di una birra fredda a letto in accappatoio.
E, allo stesso tempo, c’era una vocina che usciva fioca dal frigobar, dietro il prosecchino figo ci diceva: la vita è là fuori! Il mare è là fuori! Portatemi via raga!

Di nuovo #ontheroad, nella “torridaggine” pugliese #calosporaway #vidaitaliana #Lucio

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

#OnTheRoad again in Salento #vidaitaliana #StilettoTour

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

   

Golden hour, l’ora magica #vidaitaliana feat La laque Couture #YSL n°29 doré orfèvre #Puglia #TorreIncina Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

Mare e campagna sulla Taranto-Cosenza #vidaitaliana #StilettoTour #LucioOnTheRoad

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Da pioggia stile tornado a baretti che manco a Big Sur #calosporaway #ontheroad Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

Il paesaggio scorre sempre diverso nei vetri di Lucio. La libertà di svegliarsi davant alle scogliere vergini fuori Polignano è una cosa straordinaria. Lasciare la comfort zone fa paura, ma noi umani abbiamo una capacità di adattamento eccezionale.

Un passo, una piccola decisione che è come una morte e subito dopo che l’hai fatto ti senti libera di un peso pazzesco e il mondo ti si apre davanti.

Provaci.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Le donne sui tacchi sono troie?

Oggi è uscito un paginone su un Quotidiano pugliese con un’intervista molto bella sull’ultima data dello Stiletto Tour. Il nostro Ufficio Stampa manda sempre delle foto per illustrare gli articoli, ma questo giornale ha deciso di metterne altre.
La nostra Associazione promuve femminilità e autostima proprio perché le donne indossino i tacchi senza remore anche al lavoro. Perché non si sentano meno “serie” o meno “professionali” se si vogliono vestire più femminili. Meno “facili”, meno “poco di buono”. 
Perché portare i tacchi non ci trasforma in nient’altro che in quello che siamo già, e Stiletto Academy insegna a farlo con consapevolezza, ironia, autostima ed energia. 

Per fortuna siamo tante, e siamo diversissime le une dalle altre. E ci comportiamo diversamente e con cognizione di causa in base al contesto e l’occasione, scegliendo come agire con intelligenza, anche lascivamente, anche da panterone, anche da stronze. O meno.

E così come esistono uomini stronzi, esistono donne “facili”, per scelta ponderata. Ma ridurre il tacco solo a quello è aberrante. Ridurre la Missione di Stiletto Academy a quella foto è offensivo.
Finché dei giornali continueranno ad affibbiarci quest’immagine lasciva associata ai tacchi, il lavoro da fare resta tanto. E continueremo a farlo. Io continuerò a parlare a 2500 donne all’anno e sempre di più, dal vivo, nei video, sulle nostre reti social, nelle interviste sulla stampa e su questo mio blog personale. Continuerò a farlo perché è dannatamente importante.
Bell’articolo, giornalista carinissima e competente, allegra, coinvolta (grazie Azzurra!!!). La persona al giornale che ha eliminato le nostre foto e scelto queste, invece, è sensazionalista e noi non abbiamo bisogno di questo.

Chi ha scelto questa foto l’ha fatto apposta? No. Il problema è l’inconsapevolezza. È la grandissima confusione che fa pensare a un giornale di promuovere un evento cone tacchi = figa sexy. Il problema è la “normalità di questo pensiero.

  

Se c’era da scegliere una sola, grande foto in evidenza, doveva avere una faccia. Ridurre la Donna a un paio di calze a rete in posa lasciva è denigrante. Come Presidenta di Stiletto Academy Associazione non mi stancherò mai e poi mai di difendere l’immagine positiva e femminile della Donna con i tacchi. Perché la donna coi tacchi non è una troia per antonOmasia. Non è solo sesso.
Alcune donne mi hanno detto 

“Ma dai, non è niente di grave”

Si invece, è molto grave. 

Bisogna ancora spiegare la differenza? Si, bisogna ancora spiegare il concetto dei nostri eventi, della nostra Missione. 
Oggi è un giorno triste. 

Oggi dovrò iniziare l’ultimo evento della stagione spiegando questo concetto basilare ma sempre frainteso.

E lo farò con tutta la mia energia costruttiva, perché noi Donne siamo molto di più di un par di gambe in calze a rete su un divano. E tutte faranno il loro tacchesimo felici e sorridenti, lascive, timide o divertenti. Ma per scelta, non perché è l’unica immagine che devono dare di sé.
Condividete per favore, ce n’è bisogno. Ho postato questa riflessione sulla pagina ufficiale Stiletto Academy, fatelo da li!
Grazie a tutte e a tutti per sostenerci a veicolare un messaggio positivo della femminilità.
“Se non ci provi, non lo scoprirai mai”

E se non ti batti per i tuoi diritti non sarai mai libera.

Veronica Benini

La Presidenta di Stiletto Academy



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Com’è nata Stiletto Academy? da passione a lavoro HOW TO

Come ti è venuta l’idea di Stiletto Academy?
È una domanda che mi fanno quasi ogni giorno.

All’inizio non sapevo bene come rispondere, era sempre una domanda scomoda perché non mi ero voluta analizzare fino in fondo, ossia che l’avevo fatto per condividere un percorso che era stato utile a me in un momento orribile. I tacchi sono stati il rifugio che mi ha fatto fare la pace con la mia femminilità dopo che sono diventata sterile con l’asportazione dei tumori al collo dell’utero.

Non è che una ammetta facilmente un percorso simile. Non è neanche bello dire sai io non posso avere figli. La gente ci rimane un po’ male, non sa cosa dirti e si sente a disagio. Non è, diciamo, un argomento di conversazione privato. Mi è decisamente (è paradossale) molto più facile parlarne qui sul blog che non dal vivo con amici o conoscenti. In famiglia invece non mi credono, dicono che sono balle e ogni tanto mi rompono ancora le ovaie con frecciatine sui figli. Ho smesso di frequentare chi lo faceva, mi sembrava offensivo e poco sensibile nei miei confronti. Bye, andate a ferire qualcun altro.

Insomma, io cosa rispondo alla domanda Come ti è venuta l’idea di Stiletto Academy? 
La fanno giornalisti e gente che scopre per la prima vota quello che faccio.
Sconosciuti con una reale curiosità che non capiscono come possa venire in mente un circo simile.
Se sono sconosciuti è molto più facile dire la verità, se li conosco dico “eeeh, è una storia lunga”.

da passione a lavoro HOW TO

Intanto dico che l’idea non è nata a tavolino. Almeno non solo a tavolino.
Ho pianificato il primo evento con tanto di power point e un programma di teoria e pratica che sono tutt’oggi il mio workshop. Negli anni le foto si sono tramutate nelle illustrazioni di Sara per Tacco 12, ma gli argomenti sono sempre quelli.
Ma non mi sono alzata una mattina dicendo “OK, adesso progetto un workshop epr insegnare a camminare sui tacchi”.
Più che Come ti è venuta l’idea di Stiletto Academy?, quando me lo chiedono, io parlo di evoluzione da passione a idea, e da idea a progetto.
Parlo di un percorso.

E se parliamo di percorso, ci sono sicuramente dei passi obbligati che potete applicare anche voi per il vostro sogno.

Una delle mail classiche che ricevo e che non so davvero come rispondere a parte che con un grandissimo schiaffo di realtà, è quando mi chiedono come ho fatto a scrivere e pubblicare dei libri. Sono la persona meno indicata per rispondere perché:

A) non sono una scrittrice
B) ho pubblicato dei libri grazie al mio blog e il mio lavoro, non perché io sia un fenomeno
C) Non sono stata “scoperta” grazie ad un fantomatico romanzo che è capitato fra le mani di un editore. Per niente. L’editore cercava di far pubblicare una storia su un tema originale e ha trovato il mio blog e la Stiletto Academy e si è detto toh, questa potrebbe essere interessante, parliamoci.

Ed eccoci qua.

Se tu hai una passione e la vuoi trasformare in progetto e poi in lavoro, devi andare per gradi e pianificare tutte le fasi. Se vuoi farlo meglio di me, che ci ho messo 8 anni perché ho seguito un’evoluzione dolce e naturale, allora mettiti a tavolino e studia gli altri. Soprattutto le americane.

Il grandissimo problema, per chi ha una passione e vorrebbe farne un lavoro (mangiarci, insomma), è che spesso quella passione non è direttamente monetizzabile ma ci vuole una strategia di tipo Kansas City Shuffle, oppure a matrioska, oppure in serie o in parallelo come i circuiti elettrici. Spesso abbiamo un’idea che ci pare originale mentre invece ce ne sono altre trentasettemila tizie che già lo fanno e dovete attuare una strategia interna ad una nicchia per emergere. Oppure l’idea è monetizzabile ma pochissimo e dovrete inventarvi un’integrazione parassita o simbiotica.

Insomma, non è che perché vi piace fare i cupcakes decorati a mano e che ci mettete un botto di tempo dobbiate abbandonare l’idea perché sapete che non potrete viverci (chi compra cucpaces a 12€ l’uno tutti i giorni? Non molte persone, ma si può fare anche altro e offrire quei cupcakes in un altro modo). C’è sempre il modo di inventarsi qualcosa per adattare una passione ad un business model viabile. Attenzione: non parlo di business plan ma business model ossia come fate a fare i soldi, non come pianificarne i dettagli e tutti i conti. Parlo, per continuare con la pasticceria, di vendere cucpakes per soldi, oppure vendere corsi per fare cupcakes decorati, per soldi.

Sto riflettendo a queste cose in un percorso “da passione a lavoro HOW TO” da farvi fare perché è la mail che più mi spedite “Ciao Spora io ho questa passione e ti volevo chiedere come fare” e siete diventate cosi tante che non ho più il tempo per rispondere analizzando con obiettività e la dovuta attenzione il caso di ognuna. A volte mi metto a rispondere con messaggi vocali di whatsapp perché mi fa fatica scrivere un concetto con le implicazioni dirette e indirette (btw: tu ragazza di lettere di Siena che ti sei fatta aiutare per un intero pomeriggio e ti ho dato l’idea di fare quel documentario e non mi mollavi più, dove cippa sei finita che non mi hai detto manco se ci hai provato o se ce l’hai fatta?).
Se pensavate di coinvolgermi personalmente nella vostra vita, farmi sputare un sacco di idee e consigli e poi non dirmi più che avete fatto né darmi notizie, fate male. Sono umana, pensate un po’, e mi interessa sapere come vi è andata.

Io rispondo a tutte, anche quando è probabilmente un troll che si vuole divertire. Certa gente ha proprio voglia di prendermi in giro ma siccome non ne ho mai la certezza al 100%, se una mi scrive dicendomi che ha voglia di uccidere il suo ex sul serio, io cerco di indirizzarla verso letture che le siano effettivamente utili anche se l’autore mi sta antipatico, e soprattutto verso i servizi sociali di assistenza del Comune.

VeronicaBenini

Casi rari a parte, spesso ci divertiamo molto. Ma è un lavorone farlo una ad una e spesso interagiamo per un paio di mail e poi non ricevo manco un grazie o un “ehi, alla fine l’ho fatto, guarda”. Oppure non so, un ciao sono viva. Quindi mi sono detta OK, mo’ vi preparo un percorso a step così lo fate e ci sentiamo un paio di volte su skype così c’è la parte personalizzata e diventate indipendenti sullo sviluppo dell’idea e il modo per monetizzarla (diretto o indiretto).

Il 2016 è l’anno del salto, per me, e voglio che l’annata che va dai 39 ai 40 sia decisiva.

Dato che mi scrivete spesso per raccontarmi e chiedermi consigli su scelte di cambio vita e lavoro, ho deciso di offrire un percorso che so che posso sostenere per esservi utile. Sto parlando di un percorso a pagamento perché se volete il mio tempo e le mie idee, in questo modo potrete averli con tutta la mia attenzione e non a singhiozzo via mail mentre cambio treno.

Prima devo finire tutte le versioni dell’insplagenda. Poi lo Stiletto Coach Handbook per Italia, Corea e US. Soltanto dopo mi butterò su un percorso di 30 giorni con video e dispense da leggere più forse degli hangout di gruppo perché li ho sperimentati con le Stiletto Coach e sono molto utili. Insomma, mi faccio un piano e lo metto a punto per chi è li-li che si sta rompendo del lavoro che fa e ha una passione che ha bisogno di essere canalizzata verso un’idea più concreta, per poi essere progettata e pianificata con altri consulenti o coach. Non so quando sarà pronto, non ne ho idea. Lo voglio fare bene quindi chissà.

Di solito chi ha avuto qualcosa gratis non è propenso a pagarla, ma le persone evolvono e se mi scrivete in così tante per raccontarmi la vostra vita e le vostre idee con delle mail lunghissime, vuol dire che vi interessa molto il mio parere e volete una risposta da me. Il fatto che siate in molte mi fa capire che non sono pazza e posso farlo. E, più che un parere, la maggior parte del tempo avete bisogno di una coach che vi motivi per mettere nero su bianco le cose che contano veramente per iniziare ad organizzare la vostra idea in fasce, più un po’ di frusta perché a volte vi accanite su ideali non monetizzabili così come li immaginate. Tipo vivere di un blog. Ci sono persone che lo fanno, ma se ce la fanno è perché sono avantissimo mentre se voi mi scrivete per schiarirvi le idee, non appartenete chiaramente di quella categoria di gente veramente avanti di cui nemmeno io faccio parte perché sono davvero in pochi a fare tanti soldi solo da un blog (e di solito ci vuole anche un bello staff). Parliamo della Ferragni o di Salvatore Aranzulla, mica pizza e fichi.

Benvenute nell’era del coaching online per schiarire le idee e cavare ragni dai buchi.
Ciao, mi chiamo Veronica e insegno alle donne a camminare. Con i tacchi, e nella vita.

Ci vediamo a settembre, intanto fate il pieno di libri, blog americani di gente che fa qualcosa che vi piacerebbe fare o è in qualche modo simile alla vostra passione e strafogtevi di Pinterest :-)

PS: io rispondo sempre alle mail e continuerò a farlo, ma in certi casi, da ora in poi, vi indirizzerò ai miei percorsi di coaching pro.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


confessioni di una stronza

Sono sempre stata più propensa ai fanculi che ad un approccio buonistico della vita.
Anche in rete.
Immagino che il proprio modo di vivere dipenda da come si è vissuto.
A vivere si impara vivendo.

Fin da quando ho memoria mi è sempre stato detto che ero stronza ed egoista.
Non so con quale principio degli adulti possano pretendere che un bambino capisca che deve cambiare atteggiamento col monito bambinamente astratto “sei stronza ed egoista” piuttosto che per esempio “dovresti prestare il tuo triciclo alla bambina dei nostri amici perché sarebbe carino che potesse farci un giro anche lei. Lei te lo presterebbe il suo, se tu fossi a casa sua”.
Tipo.

(nda: ho preso la bambina per le trecce e le ho fatto malissimo perché ha osato dirmi che sua nonna le aveva detto che lei era la bambina più bella del mondo, convintissima, mentre lo sanno tutti che ero io la bambina più bella del mondo perché me l’aveva detto la mia, di nonna. La nonna migliore del mondo, ovviamente).

Fatto sta che in famiglia mi dicono sempre che sono una stronza, e lo ripetono anche ad altri per essere certi che tutti lo sappiano.
Negli anni ho capito che non avrei potuto fare niente per cambiare l’opinione altrui, almeno non in famiglia, e mi sono limitata a vivere la mia vita il più possibile per conto mio. Ho anche deciso che non ero né cattiva né stronza e che ero generosa. Si vive molto meglio coltivando una buona stima di sé, ed è molto più facile volersi bene quando smetti di frequentare chi ti dice che sei una stronza.
Di recente, molto più serena che l’opinione dei miei familiari non mi pesi più, ho provato con una punta di morbosità a chiedere degli esempi quando mi veniva detto o accennato:

“Ma perché mi dite sempre che sono stronza?”
“Perché è vero, sei un po’ stronza”
“Dammi un esempio, a te che ho fatto?”
“Ma così, sei centrata su te stessa”
“Si, ma ti ho mai fatto qualcosa di stronzo, qualcosa di male fatto apposta?”
“Hmmm… non so… no. Quello no. Sei egocentrica.”

La realtà è che non ho una grandissima visione degli altri, e tendo a non pensare alle altre persone con altruismo. Ma per niente, sono realisticamente sempre stata egocentrica. Ma è tradizione che io sia “quella stronza”. Impossibile fargli cambiare idea. Voi direte embe’, dai, è uguale. No, non è uguale, c’è differenza fra il fare male a qualcuno apposta e farglielo perché si dimentica un compleanno. Io ci tengo alle nuances.

Onestamente non saprei neanche come fare ad essere più altruista. Non mi viene, a volte mi forzo dicendomi “OK Veronica, adesso vai a cena in famiglia, fai uno sforzo e cerca di chiedere come stanno tutti e cosa fanno quelli che non conosci, perché ti devi interessare esi fa così”. Ma ci devo pensare, non mi viene mai spontaneo.

Ho provato a fare bei regali di Natale, a regalare viaggi, a fare cose che potessero far piacere, a rendermi disponibile per gestire cose sul web o servizi vari, ma non cambiano idea sulla mia natura. Non mi viene mai chiesto, in famiglia, come sto o cosa faccia. A volte, quando ci penso e mi organizzo mentalmente, chiedo con cautela un po’ di tutti per non far domande su gente che non lavora e allora sarebbe considerato stronzo mettere il coltello nella piaga dato che io sono su tutte le riviste, e poi provo a raccontare cosa faccio in quei giorni. Zero interesse, mi parlano sopra di altro. Converrete che è deludente. E i letterati mi dicono che i miei libri sono “così”, non te la facciamo fare una presentazione in libreria da noi perché insomma non esageriamo, il tuo non è un libro. Oppure “vabbe’ ma te sei una stronza”.
Molto bene.

Un’estate di qualche anno fa ero ospite a casa di mio padre. Per due sere ha dormito nella stanza degli ospiti che occupavo, con me, una ragazza che era li per un evento. Le avevo dato il mio letto e mi ero messa un materassino sul pavimento. Un pomeriggio ero in salotto e sento mio padre che va nella stanza dov’era la ragazza. Le dice, come per scusarsi: “Sai, Veronica è una stronza”. Secco.
La ragazza sta zitta e quando ci rivediamo mi guarda con pena.
Eppure mio padre non è un uomo cattivo, è un pezzo di pane. Onestamente non ho mai capito il bisogno di fare quel gesto.

Capirei, sai, se sei cleptomane e allora la gente lo deve sapere. Ci sta.
“Sai, Veronica ruba tutte le scarpe col tacco, non lasciarle in bella vista”.
Capirei.

Per anni ho fatto la vittima piangendo da sola in un angolino. Fare la vittima dà una sorta jouissance, di piacere nella sofferenza, come dicono i francesi, che ti porta sempre ad infilarti in situazioni dove soffrirai, per sentirti ancora depressa e goderne. È un meccanismo che hanno moltissime persone, ed è un casino uscirne. Non sa di preciso quando ne esci, lo constati anni dopo, quando all’improvviso vedi qualcuno farlo e capisci che tu lo facevi ma non lo fai più. Però sai che ti potrà capitare di nuovo, soprattutto se hai il ciclo. E allora cerchi di affrontare qualsiasi cosa con energia, storia di non cadere nel vittimismo.

Ora che sono grande non capisco però le ragioni nel non educare un figlio a non essere stronzo invece di dirglielo costantemente sperando, immagino, che corregga da solo. A che pro? Una quattrenne può capire che deve cambiare atteggiamento se non le si mostra come farlo? Dubito.
La delusione di un genitore che ti tradisce è difficile da cancellare. Ti si sgretola un castello di sabbia che avevi dentro e devi spazzare per terra prima che qualcuno veda tutta quella polvere. Quando ho finito mentalmente di spazzare via tutto, mi sono ripresa e ho fatto finta di nulla.
Qualche anno dopo gli ho chiesto perché avesse detto quelle cose a quella ragazza di passaggio e mi ha chiesto scusa, ma non ha saputo giustificare perché l’avesse fatto.

L’altro giorno in Puglia ho osservato per una ventina di minuti due bambini sui 7-8 anni allontanarsi in mare attaccati a un body surf finché ho capito che non ce la facevano a tornare. La madre era accanto a noi. Quando ho visto uno dei due bambini stirare la testa all’indietro ho capito che era stanco. Mi sono alzata e ho chiesto alla madre se mi lasciava andarli a prendere. Le ho detto he secondo me c’era troppa corrente e non ce la facevano a tornare. Mi ha detto si grazie vai. Ho preso un loro bodysurf di Hello Kitty (sorvoliamo) e mi sono avviata.

Ricordatemi così: 1,60 formosetta col costume anni cinquanta à pences che mi avvio col bodysurf rosa di Hello Kitty a salvare eroica due bambini che non stavano ancora affogando.
Fate partire la sigla.
Pamela Anderson scànsate che arriva la Spora.

È stato molto faticoso perché c’era una corrente fortissima. Ho chiesto ai bambini di darmi una mano “pedalando” con le gambe perché non ce la facevo ad uscire da quel nodo di correnti. Hdovuto farli uscire lato scogli perché la corrente era più clemente verso quella parte. Arrivata sugli scogli ho chiesto aiuto ad un signore che stava pescando.
La gente in queste situazioni non fa niente, guardano paralizzati quindi bisogna interpellarli personalmente dicendo loro cosa fare. Gli ho detto chiaramente “Signore per favore prenda il bimbo per le braccia e lo tiri su”.
Al momento di prendere il secondo bambino mi fa: “No, è troppo ciccio, no lo piglio”
Miiiiiiii, gli ho detto: “Vada subito a cercare qualcun altro e fatelo in due!”
Nel frattempo tenevo il bimbo stretto perché le onde ci sbattevano contro gli scogli.
Arriva un altro signore, faccio afferrare il bimbo dalle due braccia, uno a testa, e lo spingo su per le chiappe.
Una volta su, i bambini volevano i due bodysurf che erano rimasti in acqua. Il colmo. Mi tuffo e li riporto. Capitemi, ero in piena modalità “oggi sono Pamela”.
Nel frattempo arriva la mamma che finalmente aveva capito che non era stata una bella situazione, e comincia a sgridarli perché avevano sbagliato e che non si fa. Urla atroci. I due bimbi guardavano per terra, uno dei due aveva perso una ciabatta e ce l’aveva con me. L’ho fulminato con lo sguardo, lui e la sua ciabatta.

A me mi hanno tirata su le braccia del mio fidanzato. Lui era li, per me. L’ho amato fortissimo in quel momento.

A quel punto ho cominciato a ragionare. Ho riflettuto perché venti secondi prima, appena ripreso fiato, avevo cominciato a chiedere ai bambini cos’era successo e se l’avevano capito che con la corrente non si scherza. Non ho potuto finire. È subentrata la madre e, parafrasando il Papa, chi sono io per mettermi al posto della madre? Nessuno, sono stata zitta e mi sono defilata quatta quatta.

NDA: No, la mamma non mi ha ringraziata, ha solo urlato ai bimbi MA L’AVETE RINGRAZIATA LA SIGNOOOOOORAAAAA? La Signora, ossia io. Mi fa sempre effetto che mi chiamino Signora, ma ho 38 anni.

Mentre andavo via verso il mio asciugamano senza manco un grazie ero in MOOD finale stagione 1 di Dexter. Sono del parere che sia cosa buona e giusta ringraziarsi da sole. Fatelo, fa benissimo, è una figata :-)

Ero andata a prenderli prima che andassero nel panico. Ho voluto farlo subito perché sapevo di non essere in grado di tirare fuori dall’acqua due bambini spaventati e in quella spiaggia non c’era nessuno in grado di farlo meglio di me (il che è tutto un dire perché non sono allenata). Tirare fuori qualcuno che affoga è mestiere e tecnica e io non sono bagnina, so solo nuotare bene. Non ce l’avrei mai fatta se la situazione degenerava.

Ho capito che la mamma era spaventatissima e li sgridava perché non sapeva come reagire. Sarà servito a qualcosa? Avrano capito che si fa attenzione alla corrente? Non ne sono certa.
Io mi sentivo bene, mi sentivo forte e mi sentivo realizzata perché avevo fatto la cosa giusta. Fare la cosa giusta per evitare il peggio e riuscirci è come una droga.

Tutta questa Missione dell’Associazione per aiutare altre donne a sentirsi più sicure deriva da una sofferenza personale, un’insicurezza cronica che ogni tanto, specie se ho il ciclo come oggi, deborda. Avrò sempre bisogno di fare qualcosa per qualcuno per non sentirmi stronza dentro, stronza per default, stronza perché così hanno mi sempre detto e basta.

È molto più facile portare avanti la Missione di Stiletto Academy e di questo blog che recuperare dei rapporti familiari degenerati. Non ho voglia di mettermici, mi fa fatica.
E qui entrate in ballo voi. Si, voi.

Ogni giorno ricevo una mail o un messaggio di facebook che mi dice grazie. Da poco ho cominciato a salvarli in una cartella per leggerli quando mi sento una stronza. È questa la cosa allucinante, bellissima: mi scrivete in tantissime e io ogni volta ci piango. Grazie davvero, a voi. Io dico sempre che la rete è donare e donarsi, perché solo donando si riceve, e io ho ricevuto tanttissimo da chi mi segue e me lo fa sapere. non sapete quanto facciate anche voi per me.

Adesso parte la sigla di Grey’s Anatomy:

per-spora-1
***

per-spora-2

Quando hai una famiglia problematica cerchi di fartene una tutta tua parallela, è una questione di sopravvivenza. Avere delle persone a cui fa piacere una tua telefonata o uscire a cena con te o che ti chiedono come ti è andata in radio è un tesoro. Ed è bello sentire ceh vuoi sapere come stanno, che fanno. Non è lo stesso di una famiglia, ovvio, ma crei dei legami che ti danno calore e certezze. Le chiavi di casa mia le hanno sempre avute un sacco di amici. Se qualcuno ha un problema cerco di aiutare come mi è possibile. Di solito mi è molto facile con i soldi. I soldi fanno sempre comodo a chi ha delle grane.

Quando vedo passare foto su instagram con frasi sulla felicità e le cose buone che regala la vita e i ringraziamenti al cielo o similia, mi viene da dire mavaffa. Io nell’insplagenda ci ho messo le maledizioni a fine giornata, mica i rigraziamenti all’universo. A volte invidio profondamente le persone che sono davvero buone e vedono il buono ovunque. Io no davvero.

Una volta sola, qualche mese fa, mi è capitato di sentire un bisogno sincero di ringraziare per quel che stavo vivendo, per quel preciso istante in cui posavo i piatti sul tavolo a fine giornata. È stata una sensazione bellissima e l’ho provata in un momento molto basico di sopravvivenza giorno per giorno.

Mi piace la precarietà perché ti fa mettere a fuoco cosa conti veramente e ti spogli del superfluo.
E il superfluo a volte è pesantissimo.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


Vado a vivere in un furgoncino della Volkswagen: ecco la realtà

Quando 3 anni fa dichiarai a me stessa questa frase, ci credevo veramente.
E ci credo ancora che ho realizzato il mio sogno, ma la realtà è il risultato ragionato di un sogno che diventa prima progetto e infine si tramuta in fatti, decisioni, oggetti e scelte difficili. E la vita non è mai come l’avevi sognata, a volte è prepotente.

Ecco quindi come sono andate veramente le cose.
Questa storia si chiama “La ragazza del furgone” e la devo presentare a un editore figo. Se non la pubblicano lo faccio da sola. Transatlàntica verrà dopo.

La premessa è sempre quel sogno del “mollo tutto e mi metto in strada, dove è la vera Libertà”. “Vado a vivere in un furgoncino” è un evergreen.

La premessa è il pensiero di molte persone che si ripete di generazione in generazione e che, al massimo, si trova espletato nel noleggio di un camper per le vacanze o, alla peggio, guardando un film per viverla par procuration come dicono i francesi. E va bene anche così, perché i sogni possono avverarsi aprendo le pagine di un libro e percorrendo un’avventura con la mente.

Il “mollo tutto e mi compro un furgoncino della Volkswagen” è un proposito molto hipster, molto nobile, molto crisi dei 40, molto “mi sono rotta/o” e non voglio più alzarmi la mattina per andare in ufficio. È pertanto anche molto puerile, me ne rendo conto. Di una naïvetée talmente assurda che per che metterlo in atto bisogna essere molto maturi.
È un pensiero che hanno milioni di persone ogni giorno in tutti i continenti.
Il furgoncino della Volkswagen tira un casino.

Ma, fra il dire e il fare, c’è di mezzo non il mare ma una marea di cazzate.

Westfalia


Cominciamo dall’inizio.

Per prima cosa devi essere convinta dentro, devi essere arrivata al punto di rottura.
Hai bisogno di un cambiamento e decidi di fare un viaggio on the road. Non è necessario andare a vivere on the road, anche due settimane fanno il loro dovere.

Io sono una tizia molto estrema, molto idealista e molto pragmatica, allora ho deciso di andarci a vivere perché non volevo più pagare il mutuo di casa mia. E non volevo più pagarlo perché mi volevo dimettere da un lavoro che non mi piaceva.

Bene. Non benissimo ma bene, aveva un senso.

Per prima cosa mi sono messa a cercare un Westfalia su Google. Quel che capisci dopo pochi click è che il furgoncino dei surfisti si chiama Westfalia, perché ha gli arredi a camper. E allora lo gugoli a più non posso. Costano sui 12mila euro, e anche 30 se sono davvero vecchi e messi bene. Ne trovo uno a 7mila, rosso. Chiamo il proprietario e ci parlo.
È a benzina e non gli puoi mettere l’impianto a gas. Ci penso. Guardo i miei risparmi e ci penso ancora.
Mi vedete arrivare, vero? Un catorcio vecchio a benzina beve tantissimo.
Che va bene sognare, ma io faccio anche i conti.

E poi parlai con mio padre:

siparietto (la protagonista si chiama Eva perché mi piace un sacco quel nome)

– Pronti!
– Ciao Pa’
– Come va?
– Mi sono licenziata.
– …
– Ho lasciato il lavoro, non ne potevo più. Vado a vivere in un furgoncino della Volkswagen.

– …

– Pa’…?
– Ma mi prendi per il culo, Eva?
– Senti, è la mia vita, ho molti risparmi e voglio fare qualcosa che mi piaccia veramente.

Me l’aspettavo. Eccome se me l’aspettavo. Anche se, sotto sotto, avrei voluto un po’ di entusiamo. Dell’incoraggiamento. Ero appena uscita da un incubo di tre anni e il tip tap dell’euforia era posseduto a sprazzi da stacchetti di paura. Avevo mio padre al telefono davanti ad una delle decisioni più importanti della mia vita. Avevo bisogno di comprensione, volevo che mi dicesse che sarebbe andato tutto bene. Lui che per guadagnarsi da vivere faceva il camionista doveva dirlo a me, che avevo appena lasciato uno stipendio fisso da tremila euro con vista sulla Tour Eiffel.
Come no.

In quell’istante avrei anche socchiuso le orecchie per annebbiare un rantolo di’ipocrisia genitoriale.
Ma niente.

– Ma tutti quegli anni di università e master non ti andavano bene? Che c’è, ti sei laureata per sport? Suvvia, non puoi essere obiettiva. Hai 35 anni, un lavoro serio. Cerca di ragionare.
– È fatta, babbo, sto già cercando il furgoncino.
– Ma non è possibile! Sei diventata matta? Così, dall’oggi al domani senza parlarne con me? Ma stai bene?
– Uffa, Pa’, sono adulta.
-…
– Ho risparmiato, ce la faccio.
-…
Certi silenzi descrivono la sinusoide del ragionamento in corso.
Inspira, respira. Pausa.

Lui mi conosce. Lui lo sa.
Lo sa da tempi immemori, ne ha avuto la conferma quel giorno in cui mi telefonò sul primo cellulare che mi aveva preso alla Coop. Chiamò per chiedere come stavo e risposi, candida “sono a Fiumicino, sto andando tre settimane in Cina con lo zaino”.
All’epoca avevo 23 anni. Anni dopo i confessò che era rimasto congelato, inerme.
Paralizzato dalla paura.
Non seppe reagire, non volle trasmettere l’agorafobia del genitore che deve lasciarti andare. Fu molto bravo, disse solo
“Stai attenta, chiama quando arrivi, dacci notizie”

Lui adesso lo sa e a un certo punto capitolerà. Come sempre, vincerò perché lo metto davanti ai fatti compiuti. Un silenzio dissipatore prima di dar spazio alle cose serie. Quelle cose che ci accomunano, i nostri giochi, la nostra complicità progettuale. Si toglie quell’incomodo cappello da genitore serio che non ha mai saputo indossare con la necessaria autorità imposta dai codici sociali, quelle cose per cui certe frasi a un certo punto le devi dire perché si. Perché altrimenti che cazzo di padre sei.

Infila la sua voce da “compadre” e passiamo al cuore della telefonata. In questo momento, libero dai doveri politicamente corretti, cambia tono e s’incazza per davvero.

– Picci, per favore, non hai capito nulla. Il furgoncino della Wolkswagen non è Diesel e non gli puoi mettere l’impianto a gas per via del tipo di raffreddamento. Beve come un animale e manco te che sei piccina ci staresti in piedi dentro. Prenditi un vero camper e smettila di rompere i coglioni con queste idee, via! Si cerca insieme, dai.

La mela non casca mai lontana dall’albero.

lucio autostrada

Ecco come il furgone Lucio si è fatto breccia nella mia vita: un portavalori del 87 trovato a Bordeaux.

Ma quel giorno ancora non lo sapevo. Non sapevo che non sarebbe stato un Westfalia e soprattutto non avrei mai immaginato che mi stavo imbarcando in una storia al di fuori di ogni nozione di sicurezza.

Stavo per fare, come dicono gli anglosassoni, la cosa più anti-italiana che avessi potuto concepire: lasciare la mia comfort zone.

“Eva, ma da quando sei in Francia l’hai presa la patente?”
“No.”

TO BE CONTINUED



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


on the road

Siamo in strada da due settimane.
Dalla Toscana alla Puglia, con una tappa in Calabria.

Cosa vuol dire essere in Tour vivendo on the road a bordo di un furgone?

Quando mi chiedono dove abito, non so mai cosa rispondere. Io sono a tutti gli effetti nomade. Non ho un appartamento, le mie cose sono tutte sul furgone. Si, ho regalato e venduto moltissimi vestiti e ahimé scarpe e devo continuare perché adesso siamo in due e Lucio il furgone seppur grosso, non è una reggia. Non ho mai finito di fare cassetti e armadi. Un delirio, ci son anche tutti gli allestimenti per gli eventi ossia red carpet, roll up, scatole varie. E of course la Vespa Lucilla del 68 nel suo apposito vano dietro.
Siamo gente seria, ci abbiamo la vespina Lucilla.

Com’è vivere in un furgone camperato?
Non è facile. Alterniamo la vita nomade durante i weekend, negli hotel 5 stelle Best Western, partner dello Stiletto Tour. È sempre un sogno varcare la soglia della stanza, scoprire la SPA, ordinare una pizza in camera e rilassarsi a letto avvolti in un accappatoio sempre nuovo e morbidissimo.

Pizza in camera.

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

 

È un contrasto che mi piace, perché viaggiare è bellissimo. Il paesaggio che scorre è una scoperta continua. Ma farsi due mesi su un camper anche no. Resta il fatto che vivere on the road è da fare una volta nella vita. L’unica cosa che mi manca sono degli shortini di jeans tipo Daisy di Hazzard, e le cosce che vanno avec. Sai, tipo per lavargli i vetri, fa tanto anni 80 e mi gaserebbe un casino.

Ma sto vaneggiando. Lucio ha dei vetri enormi e va a 90 massimo. Il paesaggio lo vediamo alla stragrande, ho scoperto le foto panoramiche dall’iphone 6. Vi romperò l’instagram con i trittici panoramici, sapevatelo.

Mare e campagna sulla Taranto-Cosenza #vidaitaliana #StilettoTour #LucioOnTheRoad Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

   

Finitooooooo? Apena scesi da Lucio che @heredicalo mi si è innamorato di Taranto 📷 💕 #vidaitaliana #StilettoTour

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Quando ci fermiamo in viaggio dormiamo a bordo. In quei momenti io mi immagino sempre, sai, come la pubblicità del Nescafè con lei avvolta nella copertina che sitringe la tazza rossa davanti alla scogliera dentro il furgone. Lucio ha un letto col materasso fatto su misura e delle lenzuola. Ha anche un WC chimico portatile in caso foste curiosi. Si: anche noi facciamo la pipì.

Il letto era stato progettato e realizzato dalla sottoscritta e soltanto per la sottoscritta alta 1,60. Non prevedevo compagni all’epoca. Il mio fidanzato è più lungo del letto, il che non è una meraviglia se ci pensate. Ma dormiamo entrambi in posizione fetale e ce la caviamo. Per le prodezze a bordo di Lucio vi lascio leggere la divertentissima recensione e test di prestazioni a bordo di Lucio fatta dal mio amico Michele.

Ma non è tutto rose e fiori. A volte non ci lasciano parchegiare Lucio in certe spiagge per andare a fare il bagno in mare. Vedono una tizia coi capelli rosa, un tizio alto e scuro e un furgone camperato del 1987. Ci manca soltanto il cane e siamo a posto! E infatti il nostro cane arriverà. Felipe ci manca tantissimo. Be’, l’effetto punkabbestia è un attimo, se non sta attenta a come ti vesti. O se Lucio è un po’ sporco. Dobbiamo fare sempre i fighetti.

A me piace tantissimo quando ci fermiamo a far gasolio e prendere un caffè. Mi piacciono le piccole aree di servizio i Puglia e Calabria, ognuna diversa, non i soliti Autogrill pompati di prodotti e labirinti obbligati.

puglia-wc

Dalla Puglia per ora è tutto, se siete a Bari questo sabato vi aspettiamo al That’s All in Corso Vittorio Emanuele 35 alle 17.

Cercando giornalista disperatamente
Oggi è uscito un bellissimo articolo sul Post di Bergamo, scritto per forza da qualcuno che mi legge, e da molto. Problema: non c’è il nome e a me piace citare sempre chi l’ha scritto nella nostra sezione PRESS. Quindi se mi leggi, cara/o, per favore scrivimi! Grazie mille per l’articolo, è bellissimo.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


La vie en pink: come tingersi i capelli di rosa

Se stai cercando info su Google perché ti è balenata la malsana idea di farti i capelli color pastello, questo è il posto giusto per farti capire se sei veramente pronta o se è solo un capriccio pinterestiano da accantonare e tornare alla mora ragione.

Questa è la breve storia della mia vita da quando ho i capelli rosa. Leggi e potresti imparare anche dai miei errori, capendo cosa comporti veramente avere i capelli color minipony SEMPRE. Anche quando vai in Banca, anche quando arriva il controllore del treno, anche quando ti fermano al posto di blocco. Il minipony sarà sempre con te, il minipony non è solo un colore di capelli: il minipony è uno stile di vita.

Il minipony rappresenta un impegno costante.

Qualche mese fa mi sono fatta i capelli rose gold. Li volevo da morire, da quando cercavo tagli adatti al platino su Pinterest. Perché prima di voler esere rose gold, io volevo essere platino. Il platino sta bene a tutte, basta farsi decolorare i capelli da dei parrucchieri pro. Se si è fatta bonda Beyoncé, possiamo farcela anche noi. Questo è stato il mio motto per anni. Beyoncé: grazie per i testi delle tue canzoni, grazie di batterti per la nuova femmminilità, grazie di esistere.

Il percorso intimo verso il platino, però, ha molte fasi. Sono poche le donne che si alzano un mattino, vanno dal parrucchiere e gli dicono con nonchalance: “Chéri, oggi platino per favore”. No. Non succede così. Manco Kim Kardashian ha fatto così. Noi vediamo sempre il mega-wow del risultato, ma in realtà ci sono settimane se non mesi di preparazione. Soprattutto mentale.

Ciao io sono da @dressyoucan ciao #stilettotour Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Per essere platino bisogna diventare prima bionde dentro. O accettare che lo si è sempre state, in barba a chi ti farà le battutine. Una bionda ha un Master in resistenza alle battute sessiste e qualunquiste. Una bionda se le fa scivolare addosso e risponde con un cenno del capo come per dire “Si, si tesoro, ce l’hai enooorme”. E va avanti infischiandosene altamente o così ti farà credere, perché noi bionde siamo sensibili a certe battute ma non ci piace che si veda. Dopo mesi di ricerca intima sul perché si vuol diventare bionde, sul “Ma mi starà bene?”, mesi di “Ma se poi sembro una battona?”, mesi di “Mi prenderanno tutti in giro” alternati al “Sarò uno schianto!” “Col platino potrò indossare tale e tale vestito, e il rossetto rosso che volevo!” e via dicendo, si arriva a un fatidico mattino dove ti svegli e la transizione è fatta. Non sei più mora/castana/rossa. No: tu sei bionda. Bionda platino inside.  

 

Ciao Farrah ;-) Taglio e piega by @ricciocapriccio_roma: come tagliano il mosso o riccio loro, nessuno!

 

Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Sei bionda platino dentro e devi fare il tuo coming out. La cosa non può aspettare un giorno in più. Arriva il momento di prendere appuntamento col parrucchiere. In molte abbiamo fatto il primo passo da sole, sai, nella vergogna del super, scegliendo nuances che promettono il biondo nordico freddo e glaciale in una sola posa perché noi, nel momento stesso in cui abbiamo fatto il nostro esordio mentale, abbiamo dichiarato di volere il platino subito, in mezz’oretta con quelle bustine automatiche comodamente nel nostro bagno. BALLE. Il platino richiede due decolorazioni fatte in modo super-profescional, se non tre. I decoloristi mischiano le polverine a seconda del capello che hai per evitare il temibile effetto arancione e monitorano costantemente la decolorazione ogni cinque minuti. Il “temibile effetto arancione” è quella cosa che succede alla maggior parte delle donne perché il capello vira ed è subito viados. Noi non vogliamo l’arancione. Noi vogliamo il platino. Io sono stata arancione tantissime volte, sono una sopravvissuta. Una volta a Parigi sono andata in ufficio col cappello di lana e non l’ho tolto per tutto il giorno perché ero arancione. Arancio fluo. Se vuoi imparare dai miei errori, prenota dal parrucchiere ma non uno qualsiasi. Devi prendere appuntamento con un parrucco esperto in decolorazione e non è detto che tutti ti facciano diventare platino. Non è per niente vero, a me alcuni sinceri hanno detto di no per la deriva arancione, e altri incoscienti o ignoranti mi hanno fatta arancione in un battibaleno “Ma stai beniiiiissimoooooo”! Stronzi. Sono anni, davvero, ma che dico: decenni che volevo essere platino e non ci ero mai riuscita. Persino le mie amiche (si dico a voi Snob e Cinica) mi dicevano di lasciar perdere, che il platino non era per me. Ma come fa una che è platino inside a lasciar perdere il suo naturale platinout? Impossibile. Ho perseverato.

Ci ho provato, ho fallito e sono caduta molte volte nell’arancio della vergogna. Ma mi son sempre rialzata (con e senza capellino di lana) finché non ce l’ho fatta, e adesso tutte a dirmi “Oh ma stai da dio”. Eh. Io lo sapevo, voi ignave no. Come si arriva al vero platino? Caso Spora (aka la maggior parte delle donne, dai ammettetelo siam passate tutte dal kit effetto nordico): Dopo una fase un po’ arancione autoinflitta e un’esperienza terrificante da un parrucchiere milanese che mi ha leopardata e mi ha pure segato i capelli, sono finalmente approdata da Riccio Capriccio a Roma. Ebbene si, abito soprattutto a Milano ma vado dal parrucchiere a Roma. Lo sottolineo per farvi capire quanto sia difficile trovare della gente esperta in decolorazione e in colorazione toni pastello. Da RiccioCapriccio fanno tutto ecobio, by the way. Non chiedetemi come, ma è tutto ecobio. Una volta che diventi platino inizia una nuova vita. Le soddisfazioni sono davvero tante, ti senti proprio gasatissima e figa all’ennesima potenza. Anni e anni di marketing televisivo, riviste porno e dive hollywoodiane hanno reso il platino un simbolo di bonaggine a prescindere. Ma quando decidi di passare al pastello, raggiungi dei livelli mai immaginati prima, e il bello –o brutto, a seconda di quanto sia pieno il bicchiere- lo scopri solo vivendo. I capelli colorati pastello sono delicatissimi. A) il pastello chiaro dura pochissimo (va via in 4 shampoo) B) le radici crescono velocissime e anche se sei castana chiara, sono maledettissimamente scure, che sotto il platino sembrano nere. Nere. = sei sempre dal parrucco -> spendi un patrimonio

Lasciando da parte la decolorazione che non può essere fatta da sole perché passare dal castano al platino non è uno scherzo, potete occuparvi delle “riprese” color pastello da sole a casa. Ed è già tantissimo, eviti il parrucco ogni settimana e ci vai solo ogni ventuno giorni. Si: ventuno giorni esatti per tenere a bada le radici, signore mie. L’unica donna al mondo a non aver mai e dico mai mostrato un accenno di ricrescita è Gwen Stefani. Infatti io sono fermamente convinta che sia albina e si tinga invece le sopracciglia. Non si spiega, il mistero della ricrescita di Gwen non si spiega. Mi tartassa da anni.

…ed è subito #MULTIPASS! #pinkhair #thinkpink @ricciocapriccio_roma 💕 Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Come si fa a far la manutenzione del color pastello da sole? Ecco il tutorial di Barbara, colorista di RiccioCapriccio: Prendi la crema colorata Davines o altre marche del colore che vuoi ottenere –costa sui 30€-, la mischi con del balsamo o una maschera per capelli per attenuare il colore di base in pastello. Nel mio caso, il rosso-fucsia in rosa big babol. Vai di cucchiaino e ciotolina finché non viene il rosino/turchesino/verdolino pallido che vuoi. Non è lo stesso metterlo “puro” e lasciarlo poco in posa perché rischi il fluo “Pompo nelle casse” per direttissima. Il pompo nelle casse a me piace un casino, ma non ho il carattere per sostenere una vita all’insegna del fluo. Gnaa fo. Quindi diluisci il colore con la maschera bianca per ottenere il pastello minipony dei tuoi sogni. Applica con i guanti perché macchia le unghie. Proteggiti le mani, lo sanno tutte ma fallo veramente.

Manutintura #TeamJem da @ricciocapriccio_roma e prendo anche il colore per i ritocchi a casa! (casa è un eufemismo, lo sappiamo)   Una foto pubblicata da Veronica Benini / Spora (@spora) in data:

Super trucco: non spalmare il miscuglio rosa su tutta la testa uniformemente: MAI, farebbe effetto parruccone/piattume. Il color pastello deve “vibrare”, quindi fai delle mega-ciocche e lascia posare con la pellicola trasparente a mo’ di turbante per mezz’oretta.
Poi togli il turbante e rimetti il resto del miscuglio rosa su tutta la testa e rifai il turbante pellicola per altri 30 minuti.

Quando ti risciacqui devi fare attenzione a non lasciare scene del crimine splatter in doccia. È un rischio reale.

 

Il colore “scarica” in 3-4 shampoo. È una vita difficile. È una vita colorata.
Ma, soprattutto, è una vita in bagno. Pensate alla gente come me che vive i Tour e a volte ci tocca farlo negli hotel. Io domattina lo rifaccio a casa della cinica.
L’altro giorno ho voluto fare una variazione sul tema e, oltre al minipony a grandi ciocche, mi sono messa il fucsia “puro” solo sulle radici per fare un po’ il link con le lunghezze pastello, dato che si comincia a vedere la ricrescita scura e non posso passare da Riccio.

Ecco: le radici fucsia fluo non vanno bene. Per niente bene. Il colore intenso fa subito manga o punkabbestia. Non minipony scemo, non quell’effetto dolce da zucchero filato. Il colore rosa chiaro, invece, è più elegante a mio avviso. La prossima volta metterò il rosa chiaro sulle punte e cercherò di ottenere un rose gold sul resto. Il rose gold si fa lasciando delle ciocche “vergini” senza rosa. Il giallognolo del platino fa gold da sé e, insieme alle ciocchette rosa, il mix è oro pink super bellissimo ed elegantissimo.

 

Quando vi fate i capelli di tonalità “calde” ossia rossi, arancioni, rosa, potete ottenere dei bellissimi effetti col platino giallognolo di fondo. Ma se andate verso i celestini e verdi, ossia tonalità fredde, dovrete farvi prima la maschera viola anti-giallo. Io ce l’ho sia in maschera che in shampoo. Quel viola macchia tantissimo, usate i guanti.

 

Acconciatura
I capelli decolorati perdono vita, diventano paglia. Se hai i riccioli naturali, avrai meno riccioli e delle robe secche che si gonfiano. Se vivi di piastra, ti cadranno tutti quindi devi dirle addio almeno per l’utilizzo giornaliero. Non son compatibili, fidati.
Un grandissimo amico dei capelli decolorati e sfibrati è il silicone. Grandissime dosi di maschere e prodotti d’acconciatura al silicone. Il silicone crea una patina avvolgente intorno al capello ed è subito lucentezza, salute e bellezza. Abusane senza pietà. I capelli non faranno penetrare il silicone nel tuo cervello, ce ne freghiamo altamente di cosa va a fiire sulle lunghezze. Soprattutto se li hai uccisi con una decolorazione. Non esitono prodotti che “guariscono i capelli e le doppie punte. Esistono solo i siliconi e similia che li avviluppano.

Le radici e il cuoio capelluto, invece, sono sensibili e assorbono un po’. Per la capoccia usa uno shampoo detergente buono, di preferenza bio. Se è molto caro usalo solo per lavarti il cuoio capelluto e poi usa quello più siliconato per le lunghezze. Il balsamo non va mai messo sul cuoio capelluto ma solo su lunghezze, perché altrimenti tappa tutto. Esiste un prodotto super “detox” cuoio capelluto, è della Bio A + OE. Credo sia il 91. Lo lasci agire per 15 minuti e ti pulisce il cuoio come mai, è puro amore.

Se esci di casa col capello decolorato platino appena lavato da “asciugare al sole” sei morta. A meno che tu non abbia fatto il bagno in mare e il sale ti ricrea dei riccioli bellissimi, lascia perdere. Dovrai sempre acconciarti i capelli dopo il lavaggio. Io non ne ero abituata e adesso mi pesa ma lo devo fare, altrimenti sembro una pazza.

 

La vita di tutti i giorni coi capelli pastello: un impegno per il sociale

Se hai i capelli monipony non passi inosservata, scordatelo.
La gente ti sorride oppure ti guarda un po’ stranita. Le cinquenni ti amano e piangono perché li vogliono anche loro e le loro mamme ti ricambiano con sguardi pieni di odio. Evita di andare a prendere la nipotina all’asilo, fai quest’opera di bene.

I capelli colorati “strani” ossia di nuances non naturali, sono comuni in adolescenza, che è anche un periodo di ribellione oltre che di cambiamento. Puoi farti i capelli pastello proprio perché stai attraversando un periodo difficile, un periodo catartico e hai bisogno del minipony anzi dell’unicorno. Ma che dico: di Jem.
Ma se non sei pronta a fare i conti ogni singolo giorno con gli sguardi della gente, non farlo. Fatti piuttosto mettere delle ciocche di extension colorate per vedere come va.
È molto difficile farsi prendere sul serio con i capelli rosa, quindi se lavori in banca non so quanto sia una buona idea. A me personalmente non me ne importerebbe niente di avere una bancaria coi capelli turchini, anzi, ma la gente e la media delle persone non sei tu e non sono io: sono loro con i loro preconcetti anti-originalità. Facciamocene una ragione. Noi coi capelli pastello siamo gente “non normale”, gente sospettosa.
Uuuuh! Paurissima del capello rosa.

 

Quando hai i capelli color pastello devi essere sempre truccata. I toni pastello stanno meglio sulle pelli chiare quindi se hai deciso di diventare pastello adesso che arriva l’estate pensa che sarà meglio non abbronzarti e quindi scatta anche l’operazione SPF50. Un delirio, credimi. Quando non ti vuoi abbronzare, finisce sempre che ti abbronzi a pezzi ed è una tragedia: settimane di SPF50 buttate al vento da un braccio che prende il sole per due ore di autostrada o per una passeggiatina pomeridiana. Segni delle Birken sul dorso del piede. Ignominie.

L’operazione PSF50 è certosina, devi applicare lo spray (la crema è un casino, meglio lo spray trasparente) anche su orecchie, piedi e mani. Devi avere lo spray per il corpo e la cremina per il viso. Lo stick è un’ottimo alleato per il naso. Ricorda che il naso è il primo ad abbronzarsi. Il naso è un traditore di prim’ordine.

Il platino è più facile da gestire con l’abbronzatura, ma col pastello è brutto. Se non mi trucco col copri-occhiaie, per esempio, sembro una scappata di casa. Il top è con un po’ di fondotinta chiaro, per uniformare, e degli ombretti adatti à la situation. Anche le sopracciglia devono essere super-definite con la matita e devono rimanere scure, così ti danno carattere ed espressività. Io ho pure il Botox in fronte quindi me le disegno e rimangono li, immobili. Una mia amica mi ha scambiata per una bambolina l’altra sera, e non la smetteva di ridere. Devo smettere di indossare vestitini smeraldo à pois.

E parliamone, di vestitini: il capello pastello richiede una cura dettagliata in tutto il look.
Non ti puoi vestire con colori che non stanno bene col rosa dei capelli, perché è subito baraccone live. Anche lo stile deve essere in accordo con un progetto ben preciso. Non importa quale stile, ma scegline uno e fai ricerca su Pinterest per costurire degli outfit decenti. Pinterest salva milioni di donne ogni giorno nel mondo, e nessuno che gli dia il Premio Nobel. Il mondo è strano. E puttano.

Lo stile
Ho notato che sto bene vestita di rosso tinta unita, e se scelgo vestiti a fiorellini o similia, le fantasie devono essere molto piccole. Meglio roba anni 50 perché il look anni 50 è iper femminile, curato, fichetto. Non punkabbestia che non si lava, per capirsi. La tinta unita è sempre la miglior opzione perché non puoi complicare l’insieme.

 

Quindi: se non sei pronta a curarti nei minimi dettagli nel trucco, il look e la pelle, il capello minipony sarà solo un’aggiunta peggiorativa. Una roba da teenager in ribellione con puzza d’ascella e doc martens.
Se, invece, scegli colore e tonalità pazzeschi e li accordi ad uno stile magari non complicatissimo da diventarci matta ma che senti tuo e che ha un senso, avrai un look stupendo.

 

Capelli e personal branding
Io mi sono fatta platino perché ho dovuto farlo, mi sentivo così. Ho voluto il rosegold per un tocco di eccentricità. Ma ho scelto il rosa per motivi di branding. Proprio come ho scelto di indossare sempre il tubino rosso per gli eventi Stiletto Academy.
I capelli definiscono la nostra immagine. Le rockstar hanno quasi sempre dei capelli assurdi, sia nel taglio che nel colore, e servono a renderle indentificabili subito. La prova del nove è: se riesci a farne una caricatura veloce partendo dal capello, il branding è buono. Io quando parlo di branding e capelli in conferenza, nomino sempre Rod Stewart. Rod Stewart era i suoi capelli prima di tutto.

Oggigiorno parliamo di personal branding non solo per le persone famose ma per tutti. È utile a tutti comunicare meglio la propria immagine per essere riconoscibili per un certo ruolo in modo da migliorare il proprio posizionamento e lavorare solo con clienti o partner che siano in fase con i propri valori. Sono anni che cerco un taglio e colore originali, che mi definiscano, e adesso col rosa credo che ci sono vicina. Non sono certa che taglio e acconciatura siano giusti, ma il colore mi piace e lo sento mio. Credo che taglierò ancora e dovrò lasciare i riccioli per non morire di piastra, anche se a me piacerebbero molto lisci con ondulazioni larghe.
To be updated, si accettano suggerimenti.

Come si torna indietro?
Non si torna indietro dal pastello indenni. Chi smette col minipony passa al taglio cortissimo. Raramente ho visto gente coi capelli in uno stato decente per sopportare una ripigmentazione e successiva ricolorazione con un capello dall’aspetto finale decoroso.

What’s ripigmentazione? La ripigmentazione è la fase di capello rosso per la quale passiamo TUTTE, per poi farli castani o biondo scuro o quel che siamo in un secondo momento (circa due settimane). C’è chi rimane in fase ripigmentazione infatuata dall’effetto Julianne Moore. Devo dire che il rosso è molto bello e molto complesso, ti da un’aria sofisticata. Il problema dei rossi è che spessissimo si vede che sono finti quindi meh, la situazione fa il giro e diventi kitsch in due spazzolate.
Se hai i capelli molto lunghi e vuoi sentire il brivido del pastello, prova a farti le extension colorate oppure scegli una colorazione scura tipo il verde ottanio-petrolio della Snob. Mai il minipony.

Il minipony richiede il sacrificio ultimo di tutte le platinate che, se ci fai caso, da Marilyn in poi hanno tutte i capelli corti per avere un ricambio annuale dell’intera lunghezza.
Sei sicura di essere pronta?



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


lettera al padre

Non avrei mai pensato di uscire dalla vita di un genitore, ma mi è successo.
Con entrambi.
Strani i giri della vita, ci pensavo questa mattina.

La famiglia è per sempre e, si sa, sono relazioni difficili ma sono le uniche che sai che saranno li finché non muori. Puoi litigare a morte con un fratello ma sai benissimo che se gli succede qualcosa tu sarai li per prima anche se ti aveva mandata affanculo. Sempre, perché siamo fratelli. Perché è così e basta.

I legami tra fratelli sono profondissimi se ci sei cresciuta insieme.
Non ho mai creduto nelle fratellanze da famiglia allargata semplicemente perché manca quel collante che è la vita passata insieme sotto lo stesso tetto. Ho sempre avuto esperienze raccapriccianti di madri che prendevano le difese dei loro figli contro di me. È puerile ma tant’è, è sempre andata così.

Chiamala, se vuoi, sfiga.

A un certo punto avevo cominciato a scrivere le avventure della compagna di mio padre di quand’ero al liceo. Era tutto terribile come quando non mi comprava il libro di inglese e non voleva che usassi quelli di suo figlio che faceva la mia stessa classe perche “mamma ha detto me lo sciupi”. Erano storie tristissime per la loro bassezza, ma si rideva molto lo stesso. Io ci ho sempre riso un sacco.

Il primo genitore che ho perduto è stata lei. Ho finito di crescere senza la mia mamma, a partire dai 14 anni. I miei hanno divorziato e siamo andate a vivere col papà in Italia. Il tutto nel giro di dieci giorni, non ho molti ricordi.
Ho cambiato paese, cultura, scuola e lingua con un volo di 14 ore.
Puf!
Non sno tornata nel mio paesino finché non mi sono comprata da sola il primo biglietto svuotando il conto-risparmio che mi aveva aperto mia nonna a 17 anni.
È stato un ritorno amaro, era inverno. Non ho voluto soggiornare a casa di mia madre.

Quando siamo partite, mia madre è rimasta da sola col suo nuovo compagno e non è stato bello per lei, ha sofferto moltissimo. Noi bambini invece eravamo di gomma e abbiamo tirato avanti inventando mondi paralleli. Madri per sostituzione. Castelli di fango. Proprietà di resilienza empirica. Superpoteri.

Sono stati anni dove mia madre era sempre descritta come un mostro che abbandona le figlie dagli altri parenti, dove i professori a scuola mi dicevano che avevo una famiglia cattiva e che sarei finita male. Anni dove mi nascondevo in un misto di odio e vergogna seguendo la corrente del ripudio del ruolo materno per ignavia. Quelli “con le mamme che gli fanno i merendini e gli lavano i vestiti” erano delle pappe molli, per me. Era ovvio.
Mi sono sempre sentita un verme, sotto sotto, per questo ripudio. Mi sono sempre sentita un verme per non aver potuto dirle che non era colpa sua.

L’ho ritrovata da adulta di recente ed è stato soffice. Ho di nuovo una madre e abbiamo molto da fare insieme. È strano, ma è bello. Come quando devi uscire e ti perdi la metà del film e poi qualcuno te lo racconta, o vedi un pezzetto in TV in un momento dove hai altro da fare e non ti ricordi bene che cos’era successo prima. L’interesse per il film non è lo stesso, ma hai quella curiosità vecchia, che fa il solletico.

resiliente-forte-incosciente_3

In linea generale come donna ho avuto una vita diversa. Non oso dire difficile o dura perché le vite difficili e dure sono quelle dove te la passi davvero male, mentre a me mi hanno voluto sempre molto bene, in un modo o nell’altro. Come mi diceva sempre mia zia: “Tu non hai avuto la ciliegina sulla torta, ma c’è gente che non c’ha manco quella. Sei fortunata, noi ti vogliamo bene” . 

Babbo ha fatto di tutto per me e mia sorella, e anche mia mamma l’ha fatto mentre siamo state insieme. Ho avuto una bellissima infanzia.

Se invece mi chiedessero di tornare al liceo gli direi un bel SUCA. Mai più. Quando ero al liceo mio padre stava con una tizia cattivissima con me, e si inventava le cose per farmi perdere punti.

È stato bellissimo andarmene per l’università, ho ripreso me stessa e non avevo più paura di rientrare a casa la sera. Non avete idea del sollievo di essere lontana.
Sono sempre andata più lontana, fino a Parigi, finché non sono diventata indipendente al 100% economicamente. E non sono più tornata in Italia finché non ho trovato la mia via sugli stiletti.
Di recente ho perso mio padre. Ironia della sorte, anche lui è sempre vivo ma è come se non esistesse più. Ogni tanto lo incrocio ed entrambi facciamo finta di no vederci, se lui è con la moglie. È una sorta di pattern che si ripete ma questa volta ho tagliato io. Questa volta l’ho deciso perché non voglio più subire quel che ho subito in adolescenza.
Ora sono adulta e ho imparato a dire vaffanculo, è netto ma liberatorio.

C’è questa cosa infantile con le fidanzate che odiano i figli dell’altro. Gli danno le responsabilità della loro infelicità, gli urlano disperate che è tutta colpa loro, come se dando la colpa ad una terza persona i loro problemi sparissero. Ma non spariscono, si allargano. Non ho mai capito il senso di quella battaglia fidanzata vs. figli, ma i miei coetanei mi raccontano storie simili. Tutte identiche: i problemi delle mogli dei genitori sono causati dai figli dell’altro che vedono si e no una volta al mese. E i figli sono dei buoni a nulla, degli stronzi cattivi egoisti e finiranno sicuramente male. Soli, abbandonati, stronzi.
Ma suca, va.

Questa storia farebbe anche ridere, ma a me non fa ridere. Non ci scrivo più i raccontini buffi. A me fa molta pena perché è tutta energia sprecata. Mi fa pena perché ce l’avevo messa tutta.
Se mi dicessero “Guarda, ingoia tutta quella rabbia, fatti trattare come una stronza ma poi tuo padre sarà felice” allora ci penserei. Non so se lo farei ma ci penserei.
Ma non funziona così quindi il problema non si pone.

Quando sei adolescente non ti crede nessuno e perdi sempre. Cresci pensando che nessuno ti crederà mai finché un giorno qualcuno ti dice “Ma chi, lei? È fuori come un culo, lo sapevamo tutti” e tu ti senti meno stronza. T’incazzi perché nessuno ha preso le tue difese, ma almeno sai che non eri pazza. Ti cade lo zaino di pietre che avevi addosso e senti una verità leggera che ti svolazza intorno come delle piccolissime farfalle sulla superficie della pelle.

Da grande, invece, sai distinguere le cose.
E allora tagli corto. Da grande ti rompi i coglioni senza mezzi termini.

Se non puoi fare niente li lasci stare, e tu vivi la tua vita.
Perché dopo tutto delle mogli a noi figli ce ne frega relativamente. A noi importa dei nostri veri genitori, quelli che non ci direbbero mai che i loro problemi personali sono colpa nostra.

Il resto è contorno. Ma, vedi, quel contorno ve lo scegliete da soli. Se uno sceglie come compagna una che tratta male i suoi figli, ha fatto uno sbaglio. Se lo fa più di una volta, allora ha un problema e bisogna tirarsene fuori. Nessun figlio può risolvere i problemi di coppia del proprio genitore, è fuori luogo anche solo parlarne.

Fa male?
Si, fa male. Ma la vita è prepotente e nessuno si deve mai permettere di trattarti come un pezzo di merda. Perché tu sei una figlia, non un’amante, non una ex moglie, non una concorrente amorosa. L’amore per i figli esisterà sempre, mi pare evidente, ma non per questo è concorrenziale. Cavolo, è l’ABC della psicanalisi.

La vita è fatta di scelte, e io ho scelto di eliminare chi mi tratta male.

Ciao papà, ci rivedremo quando starai meglio. Ci rivedremo quando quando chi ti ama capirà che l’amore si moltiplica e non si divide, ci rivedremo quando tu rispetterai te stesso scegliendo chi ami la tua famiglia e non cerchi di tagliarla fuori a colpi di machete. Io ho scelto una persona che mi ama, mi rispetta, rispetta te e non ti direbbe mai niente di brutto. Pensaci, è la stessa cosa.

Io ti vorrò sempre bene e so che anche te me ne vuoi.
Ma, come dicevo: un vaffanculo è d’uopo in questi casi.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////


la prova costume: IN & OUT

Momento promozionale sui prossimi eventi Stiletto Academy a Sud, tutti gratuiti come sempre:

Domenica 21 Lecce, con aperitivo incluso
Domenica 28 a Rende
Sab 4 luglio Bari
Domenica 12 luglio Agrigento

Ci vediamo al mare?

++++++++++++++++++++++++++++++++

Un paio di settimane fa ho deciso di darmi una regolata con il cibo perché avevo pancia e alette. Ho ridotto drasticamente i carboidrati, gli zuccheri in generale, e ho mangiato con meno sale. Adesso la panzetta sta sparendo, quella “di troppo”, e ho il pancino come piace a me. Persi due chili e via.

In mezzo ho fatto ben due Riducella dalla Cinica che, come sempre, me li offre gratis perché io le ho fatto le vignette della pagina facebook per un anno. Adesso siamo amiche ed è tutt’un “Vieni che mi devi sistemare i testi del sito nuovo” “Si, che c’ho anche da farmi un Riducella perché stommorendo” “OK, poi aperitivo allo Smooth” “Vai!”.

Ora siamo amiche per la pelle. E per il Franciacorta.

La prova costume è una lagna. Se ci pensate, la maggior parte delle donne cerca di dimagrire solo per avere un miglior aspetto con il costume da bagno per quelle una-due settimane di ferie. Fine.
Sappiamo tutte che un corpo sano è meglio di un corpo stanco, martoriato, intossicato. Grazie.
Dovremmo fare attenzione al nostro corpo tutto l’anno, ma non lo facciamo. Arriva maggio ed è tutta una tragedia, chiami la Cinica e non ha un buco libero per un Riducella. Niente. Disperazione. Cellulite che spunta dappertutto. E costumini indosso a modelle magrissime e photoshoppate.

Morale per terra.

A parte i discorsi sull’immagine della donna attuale che non si accetta con le sue curve per una lunga serie di motivi legati soprattutto alle pubblicità, questa cosa della prova costume ci ha rotto perché la viviamo male, eppure anche se coscienti che le curve non sono il male, coscienti che doremmo muovere il culo tutto l’anno, be’, spendiamo ingenti somme di denaro in rimedi last minute.

Segue breve lista delle cose che facciamo nel maggio di fuoco (se non giugno) e che fungono e non fungono. Premetto che l’unico Centro Estetico che io frequenti al momento è quello dell’Estetista Cinica perché lei non mente. Altri Centri che ho frequentato mi spacciavano massaggi con creme anticellulite che non facevano una pippa. Soldi buttati.

Le cose IN per ridurre l’effetto della culotte de cheval (non la mandi via, scordatelo, ma almeno può avere un aspetto meno orrido)

  • Integratori drenanti: fatto l’anno scorso e aiutano molto, che siano pillole o estratti di piante da sciogliere nell’acqua. Non c’entrano niente con le cellule adipose, ma drenano intorno e aiutano a ridurre i volumi.
  • Riducella: fa perdere cm e cm di ritenzione idrica ma non manda via la cellulite. Consigliatissima per perdere centimetri e motivarsi per muovere il culo.
  • Cavitazione e raggi fotonici tipo Accent: schiantano le cellule adipose (non tutte, non sognate) e poi dreni la roba schifosa con icoone.
  • Icoone: macchinario coi rulli che aspira e rimodella. Non schianta le cellule adipose, ma le ridistribuisce lungo la coscia e aiuta a drenare. Funzia ma va fatto ogni settimana sennò perdi tutto l’effetto. Quando lo facevo regolarmente ero una figa.
  • Dieta: si, è la cosa che funge di più e va fatta anche se sei tutti i giorni dalla Cinica perché se magni meno sale e zucchero le cellule adipose si riducono di volume e hai meno buccia d’arancia.
  • Eliminare gli alimenti che gonfiano a seconda delle intolleranze anche leggere di ognuna: funge, provate a togliere il glutine o le farine bianche o i prodotti con i lieviti chimici e vedrete che la pancia è meno a pallone. Ovviamente sto generalizzando e ognuna dovrebbe far delle prove per capire quali alimenti la gonfiano e quali no. È un casino ma può rivelarsi un’ottima cosa. Eliminare i carboidrati per un po’ aiuta anche a combattere la Candida.
  • Muovere il culo, assolutamente si, inutile stare a dire. Io non lo muovo, ma se lo muovessi starei molto meglio.

Le cose in forse / prova

  • Lactoflorene Pancia Piatta: me l’hanno regalato quelli del frullino e lo sto per provare, poi vi dico. Sono fermenti lattici e servono a ristabilire la flora intestinale che si stravolge ogni due per tre. Io provo, non ne posso più di sembrare incinta.
  • acqua e limone tutte le mattine al risveglio per detox. Per ora tanti ruttini al limone hahaha! Poi vi dico.

Le cose OUT per la culotte de cheval:

  • Creme anticellulite: lisciano la pelle ma non mandano via la cellulite perché per legge non possono arrivare al derma. Il mondo è pieno di bugie, ahimé, non ho capito coem facciano a pubblicizzarle ma lo fanno. Come liscia-pelle però sono ottime, tipo l’effetto grattugia delle braccia, hai presente? Bomba!
  • Massaggi manuali drenanti: bisognerebbe farli quasi tutti i giorni, meglio i macchinari della Cinica.
  • Bere tanta acqua: cazzata mega galattica. L’acqua idrata la pelle e fa bene, ma non fa dimagrire né fa andare via la cellulite. E se ne bevi troppa si affaticano i reni. Due litri e basta.

Siccome la Fogazzi detta Estetista Cinica è una #FottutaProfessionista, sono usciti il suo sito Bellavera ed anche il Canale Youtube: è utile, super pro e divertentissimo. Ecco l’intro. Poi ne ha fatti altri due: fanghi a casa e luce pulsata.

Per non farsi mancare niente ha anche creato i kit SOS che sono usciti oggi. Io ho provato “Borse sotto gli occhi” e quel siero anti-blue è un portento. Essendo amiche, ho sempre assistito a tutte le fasi dall’idea al progetto e dal progetto alla realizzazione.

Ogni mercoledì manda in onda un video nuovo, guardate i primi tre e iscrivetevi: ne vale davvero la pena! Sta per uscire la Grande #SagaDellaCellulite e io non vedo l’ora.
Ecco il teaser


Link utili:

Riducella, Cavitazione, Icoone, Lactoflorene.
E, per par condicio: viva il gelato!



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////