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17 dritte per vivere e lavorare da fighe

I miei post che vengono letti e condivisi di più sono quelli dove racconto i miei progetti in corso.
Parlo sempre dei miei progetti come avventure, perché io li vivo come tali. Vivere e lavorare, per me, sono spesso la stessa cosa. C’è chi potrebbe pensare che sia una catastrofe confondere vita, passione e lavoro, ma per me sono un tutt’uno. Ecco perché lavoro da indipendente e ho creato la mia Accademia, Stiletto Academy.
Vivere e lavorare da fighe lo dico in senso buono: essere fighe significa sentirsi fighe. Per me sentirmi figa è alla base del mio benessere e della mia felicità.

Quei post sulle mie avventure generano anche moltissime mail personali, oltre ai commenti.

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Per ora ho il tempo e la testa per rispondere a tutti, e mi piace molto prendere anche solo due veri minuti per farlo. Rispondere alle mail prende anche un minuto solo, tpo mentre cambio treno o prendo un caffè al bar, ma è importante. Voi mi leggete quasi ogni giorno e vi prendete la briga di passare del tempo a scrivermi, quindi chi cazzo sono io per non rispondere? A volte chiedo il numero di cellulare per fare prima, perché mi fa fatica scrivere che so, consigli per un colloquio. Oppure, se sono all’estero, chiedo whatsapp e ci scambiamo una serie di messaggi vocali. Funge, è utilissimo.

Quando hai un blog molto seguito, le persone ti leggono perché gli fai allegria, gli racconti cose con un altro punto di vista e vedendo qualcuno di completamente folle, spesso prendono coraggio per fare, anche loro, scelte forti che volevano fare da tanto. Io non faccio altro che accelerare un pelo le decisioni che sono già germinate. Stop.
Questo è il succo della maggior parte delle mail che mi arrivano, ed è molto bello leggere storie di cambiamenti in positivo dove anche io ho apportato un granello di follia.
Quindi grazie di scrivermi per raccontarmelo, raga :-)

Spesso nei commenti mi scrivete “Ma come fai a fare cosi tante cose” “Ma come ti vengono cosi tante idee” “Ma perché non ti godi le vacanze a cazzeggiare invece di occuparti di -progetto X in corso?”

Perché per me è tutto divertimento e sfida.

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Quindi eccovi le 17 dritte per vivere e lavorare da fighe secondo Spora

1) Ispira. Se devi raccontare quello che fai, che sia utile e d’ispirazione per qualcun altro. L’auto-celebrazione è da insicuri. L’ho fatto per molti anni su questo blog e, peggio, nella vita reale, e poi mi sono resa conto che era arrogante e soprattutto non serviva a niente, solo a farmi passare per una sborona. Se condividi per essere utile, troverai anche chi sarà utile per te perché inizierai un dialogo costruttivo.

2) Decidi tu, non gli altri. Quel che ripeto sempre più spesso è che la vita è quel che decidi di farne. E lo decidi e lo fai tu, nessuno ti aiuterà, deve nascere da te. Se credi che devi cambiare qualcosa allora fallo, non stare a mangiarti le unghie. Che sia uscire a correre, iniziare un diario o cominciare a preparare CV, fallo ora, non aspettare ‘lunedì”. I “comincio lunedì” sono per le diete che ti fanno sentire sbagliata. IMHO.

3) Sii figa. Essere figa è sentirsi figa, non apparire figa. Per sentirsi fighe bisogna pensare a se stessi per prima cosa. Prima di stare bene con gli altri, che sia al lavoro o in coppia, lo dicono tutti hce devi essere molto clemente con te stessa. L’ego è visto sempre con diffidenza. Be': fregatene. Se non ti senti figa tu per prima perché dovrebbero crederci gli altri?
Se sei felice con te stessa e non rompi le palle a nessuno, allora sei a posto.

4) Non rompere le palle e sii adulta. (Ehm…) In 38 anni ho rotto le palle a moltissima gente e ogni tanto continuo a farlo, ma sto cercando di smettere. Sono diventata totalmente intollerante a chi mi rompe le palle senza motivo, però. Se non ti difendi da sola, non lo farà nessuno. E non c’è niente di più umiliante di qualcuno che ti fa perdere autostima: che vadano afanculo. Da piccola credevo che essere adulta sarebbe stato diverso, e invece vedo tutti gli adulti intorno a me fare sempre delle cazzate. Quindi la verità è che da grande sei come quando eri piccola, ma con la carta di credito. L’unica cosa da fare è cercare di capire quand’è che fai una cazzate o se rompi gli schemi a qualcuno, e correggere il tiro. Amen, sorella.

5) Fai cose che ti facciano sentire viva. In generale, nella vita, è meglio lavorare a qualcosa che ti faccia sentire viva. Io per sentirmi viva ho bisogno di fare tonnellate di roba. Ho capito che se mi piace una cosa, la prima domanda che devo farmi è: “Perché no?”.Se la cosa, seppur stramba, è fattibile e non rompe le palle a nessuno, non c’è niente che ti impedisca di farlo. O sbaglio? Se si tratta di lavoro, la cosa da capire è se sarà conveniente economicamente, se ci guadagnerai sopra. Ma molte cose si intraprendono perché alimentano altri meccanismi, quindi analizza pure quello. Il mio blog, per eempio, non mi fa guadagnare soldi. Ma se non ci fosse stato e non ci fosse ancora, io non guadagnerei con Stiletto Academy.

6) Sii capricciosa. Se un progetto o idea mi fanno fare i ballettini e gli applausini solo a pensarci, vuol dire che è il progetto giusto. Se, dopo aver analizzato che può avere successo ed essere mediamente conveniente, tanto vale farlo. E subito. Realizzare un capriccio ti fa sentire da dio. La mia recente bikery è un sogno come la casetta sull’albero. Lo farò per un mese e mezzo e dopo sarò più ricca di un’esperienza commerciale ma soprattutto umana: andando in giro a vendere parli con un sacco di gente.

7) Rischia valutando i rischi. A me personalmente piace fare, agire. Mi piace rischiare, mi piace confrontarmi con progetti per i quali non sono pronta, per i quali non sono perfetta. Mi piace puntare sempre in alto per mettermi alla prova. Riuscire in qualcosa di cui non ero sicura di farcela mi fa sentire viva, ecco che cos’è. Ma non mi imbarco in qualsiasi tipo di progetto se vedo che è un capriccio senza nessun tipo di ritorno (emotivo, economico, di immagine, seeding, esperienza). Valutate se il capriccio vale il rischio e decidete se buttarvi o meno.

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8) Lanciati. Bando alle ciance, se i rischi sono valutati, lanciati prima d’esser pronta, altrimenti non ti lancerai mai. Sir Richard Branson dice sempre “Successful people start before they feel ready”. Ed è sia un bene che un male, certe cose non le puoi fare se non sei veramente pronto e capacitato, per esempio il chirurgo. Ma se si tratta di imprese, spesso e volentieri è meglio partire e risolvere certi problemi on the go. E intanto sei già in pista.

9) Fatti li cazzi tua (cit. Razzi).

10) Capisci se sei fatta per intraprendere, con onestà. Le persone hanno caratteri diversi e approcci diversi col lavoro. Ognuno è più dotato di altri per una determinata mansione, che ci piaccia o meno. Ci sono quelle come me che si buttano e fanno un sacco di roba pur di sentirsi vive e ogni tanto viene fuori qualcosa qualcosa di potabile (vedi la Spora). Ci sono quelle che temono il rischio e lavorano nella pianificazione e fanno un grandissimo lavoro che a me serve sempre moltissimo perché odio molte parti della messa in opera. Ci sono quelle che seguono le strade già tracciate perché si sentono meglio se guidati. Poi ci sono quelli in bilico fra la decisione di restare come sono, e fare il salto per fare qualcosa che dia più senso alla loro vita. A loro quelli folli come me servono d’esempio perché semplicemente ci siamo già passati e possono vedere che non siamo morti. Alla fine, quando molli l’ufficio e ti lanci da sola, capisci che si, è difficile, ma non è poi impossibile. Se ti diverti non senti la fatica e diventi una figa.

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11) Fanculo gli haters. Ci sono le persone che non vivono come vorrebbero per X motivi e passano il lotro tempo guardando film e leggendo vite altrui per vivere “par procuration”, come dicono i francesi. Alcuni di questi criticano i “doers” ossia quelli che fanno, perché, sotto sotto, vorrebbero fare come loro ma non osano fare un passo. E allora si inalberano criticando come dovresti fare secondo loro. Perché se lo facessero loro, allora lo farebbero molto meglio di te. Tu digli “si si ora chiamiamo Team America”. Oppure “Mio cuggino mio cuggino”. Oppure niente.

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12) Fai pat pat ai #tatini. E non cagarli. Ai criticoni senza costruttività auguro soltanto di smettere di guardare cosa fanno gli altri e di lanciarsi nelle loro avventure. E lo dico positivamente, perché fare è molto più divertente che guardare. E si, si cade. E si, se non ci provi non lo scoprirai mai se ne eri capace. Cadere è meglio di non fare niente e stare a guardare e criticare gli altri mentre cadono, ciccini. Più che far sentire degli sfigati quelli che criticate, passate voi per dei vorrei ma non posso. Io ve lo dico, eh.

13) Fallisci. Cadere fa cagare. Io odio fare le cazzate, e le mie cazzate vanno su internet quindi mi becco sempre anche un bel po’ di figure di merda in technicolor. Ma dopo un po’ capisci che non muori e che c’è sempre, purtroppo, qualcosa che non avevi considerato e quindi è merito tuo. Diretta o indirettamente, c’entri tu perché sei tu che hai deciso di intraprendere. Ma se tu non avessi intrapreso un progetto saresti ancora seduta in ufficio ad aspettare l’aperitivo del venerdì sera. Vedi un po’ tu da che parte vuoi stare.

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14) Racconta il fallimento. È quel che io chiamo “operazione concime”. Questa l’ho tirata fuori ad una conf sul personal branding un paio di anni fa. C’era una slide grossa così con scritto “OPERAZIONE CONCIME”. La gente diceva “Ma che è?”. Durante quella conf c’era anche la slide “pompino”, ma sto divagando. Che cos’è l’Operazione Concime? Se fai una stronzata, tanto vale che sia tu stessa a raccontarla e dare la prima versione. Se lasci fare gossip agli altri, la verità verrà plasmata su una falsa riga, e con un’accezione negativa; Raccontare il proprio fallimento, da subito, fa male. Ma meglio che la tua merda la sparga tu dove vuoi e nel modo che più ritieni opportuno, piuttosto che lasciare fare agli haters. Operazione concime, raga.

15) Rialzati. E fallo vedere. Così come hai raccontato cos’è successo quando ti è andata male, aggiungi il capitolo finale del come hai fatto per risolvere, per ritirarti su, per riemergere. A questo punto il tuo fallimento sarà solo uno degli step del tuo percorso, e potrai dargli il suo giusto valore, ossia un inciampo che ti ha permesso di migliorare. Ola. Applausi. Figata a palate e haters in delirio.

16) Fai team con i tuoi competitor, fate cose insieme. Chi l’ha detto che devi fare la guerra a chi fa un progetto simile al tuo? Se avete lo stesso mercato, a volte è possibile fare delle cose insieme per diventare entrambi più forti posizionandovi su due tranches diverse. Il dialogo coi concorrenti è da gente figa, non da cagasotto. E la collaborazione vince sempre.

17) Diventa una pallottola. Cindy Gallop cita sempre Ndubuisi Ekekwe: “Se allinei le tue strategie a quelle dei tuoi competitor, una singola pallottola vi butterà giù tutti”. Io dico: diventa quella pallottola e falli neri tutti innovando veramente. Ci siamo rotti le palle delle idee “nuove” che in realtà sono acqua calda. Ma pensa che a volte basta un piccolo cambiamento per stravolgere una nicchia.

Cheers ;-)

Il video è di quel gegno di Casey Neistat, e le foto aparte il mio piede con la mia frase, sono di Sir Richard Branson, il mio idolo.



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Food bike: come scegliere la bici per 3Pecaditos

Fra le cose che mancano per partire con i 3Pecaditos, c’è la bici da ambulante.

La prima possibilità che ho avuto senza manco cercarla, è stata la bici di un amico di mio padre, che dovrei sistemare perché è buttata in fondo alla sua stalla. È nera e a triciclo anteriore con un bel canestro davanti. Sono cosi stupida che non ho preso foto. Brava Spo’. Dato che lui me la presta e basta, stavo valutando se non fosse invece il caso di comprarne direttamente una usata, cosìmi rimane.

Per prima cosa ho cercato ispirazione su Pinterest, per vedere come fanno gli altri ambulanti fighetti, a seconda di quel che vendono.
Ho trovato delle bici bellissime, vien voglia di montare un chiringuito folle. In molti paesi europei, e negli stati uniti, le food bike sono una bellissima realtà. In Italia la normativa è un casino. Peccato.

Bici da ambulante
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Poi sono andata sull’ebay argentino, Mercado Libre, per vedere cosa si trova.
Ed eccoci qua:

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Questa rossa quassù costa 280€ e mi fa voglia di addobbarla come questa turchese trovata su Pinterest:

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Ma è davvero enormissima e io sono una mezzapippa a pedalare. Questa turchese è di sicuro pesantissima, farei duecento metri e poi mi fermerei al bar a prednere qualcosa di fresco e non sarebbe molto pro. Devo essere realista. Snif!

Poi ho trovato a 390€ questa verde col motorino 47cc. Ho telefonato e il signore mi ha detto che lui fa kit del motore, e ogni tanto mette in vendita una bici per far vedere come vengono. Il kit costa 200€ e mi fa una gola che non vi dico!
Devo, però, capire come funge con l’assicurazione. Il motorino posso comprarlo in kit e poi montarlo sulla bici di mia scelta.

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A me sarebbe piaciuto davvero tanto prendere la bici rossa e metterle il motorino, ma non riempirei il cassone e rimarrebbe vuoto a metà. Fa brutto. Quella è fatta più per qualcuno che si muove per andare in un posto fisso e poi resta li tutto il tempo, tipo vendendo hot dog o cose così. Come il Taco Guy, non è un figo?

Perché se penso che devo pedalare per circa 9km, mi dico che con 32° non ce la farò mai.

Per farvi capire:
Questo è il mio paesino, che si estende lungo il lago. Ci sono molte spiagge dove va la gente a seconda dei gusti, e anche una zona con un complesso di Hotel molto grandi, con la piscina grossa. La piscina a me fa gola, è piena di turisti e dei ragazzi delal scuola estiva di nuoto. E però è lontanuccia.

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Col caldo delle 5 del pomeriggio MUOIO.

Ho pensato anche di cominciare con metà percorso, sui 4km, saltando tutta la parte del complesso di alberghi. La vedo già più fattibile. Me gusta di più.

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Su facebook avevo postato la bici rossa e la verde col motorino chiedendo cosa fare. Avete tifato soprattutto la rossa, e molti mi hanno detto di metterci il motorino sapendo che sono una pippa. Altri hanno detto no dai, il motorino non è eco, muovi il culo!
Ma già la bici da ambulante vecchia è molto pesante, figuriamoci carica con 100 o 150 pacchettini di Pecaditos.
Sto pensando serissimamente al motorello, raga.

Credo che comincerò con una bici normale da ambulante, senza motore, con canestro davanti e dietro per via del volume creato dai singoli pacchettini. Non ho ancora potuto quantificare il volume che occuperebbero, e questo non è un bene. Questa non è carissima e potrei aggiungere un portapacchi dietro, se casomai non entrassero davanti. Voglio anche mettere un tubetto verticale per incastrarci un ombrellone piccolo. E ho davvero pensato a trovare un ventilatorino magari connesso a dinamo, puntato sul petto. Sta cosa del caldo mi fa una paura tremenda.

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Questa nera costa 150€ più spedizione. Credo che saremo amiche anche se non vedo freni e a me il freno a pedale non piace per niente.
Con un modello coem questo devo far segare il tubo orizzontale superiore dopo l’attacco del supporto anteriore, e far scendere il tubo in diagonale per saldarlo in giunzione di quello sotto, perché ssendo nanetta non arrivo a terra coi piedi se mi fermo.

Questo è davvero un peccato perché il pannello tipico fra i due tubi sparisce, ma è la dura vita di noi zampe corte.



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come interagire con un manipolatore

I manipolatori sono un tema di conversazione orrendo.
A me è successo (che io ne abbia coscienza) tre volte nella vita.
Tutte e tre le volte ho sofferto molto perché ti portano a credere che la folle sia tu.

Mi sono informata e ho trovato tutto il necessario su wikibooks e poi nel blog di uno psicoterapeuta che casca a pennello, cito:

“I bugiardi patologici la prima cosa che fanno per poter ‘esercitare’ con maggior astuzia è quella di dichiararsi sostentori assoluti della sincerità e dei suoi valori. Si tratta di persone severamente malate, anche se appaiono normali in superficie, e il loro disurbo può provocare gravisime conseguenze a chi sta loro vicino.

Sono persone affette da DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’ le quali non hanno piena consapevolezza della loro malattia e credono che mentire sia giusto al fine di salvaguardare il proprio ego ed ottenere vantaggi, fino al punto di danneggiare gravemente gli altri con comportamenti spietatamente manipolatori, mendaci ed ipocriti. Mentono con una capacità attoriale da premio Oscar, tanto da apparire sinceri al più attento osservatore.

Nella scala dei disturbi psichiatrici i narcisisti-bugiardi vengono poco prima degli psicopatici, ovvero dei serial killer, o comunque di quelle persone disturbate che oltre a mentire e a praticare violenza morale senza alcuna pietà, commettono anche atti di estrema crudelta’ fisica.

I bugiardi patologici narcisisti non arrivano a ciò, ma con la loro violenza morale pregna di atteggiamenti e comportamenti ingannevoli, possono – senza farsi il minimo scrupolo – generare immani sofferenze nelle loro vittime e in alcuni casi possono giungere ad istigare al suicidio.”



Ho trovato anche degli esempio in questo blog, e anche in quest’altro. Leggere descrizioni ed esempi mi ha fatto uscire dai gangheri, ma sono scritti benissimo, ed è proprio così. A me son riusciti a farmi regalare il mio ipad a una persona che manco conoscevo, o a sentirmi in colpa per voler vedere una persona a cui voglio bene, o che sia normale trattarmi di merda dopo che ho fatto un bellissimo e costosissimo regalo e sentirmi dire che accettano il regalo “per farmi un favore”.

Son gente psicopatica ed è un casino della madonna perché sono molto bravi a manipolarti nella loro follia. Lavorano continuamente a tessere reti di distorsione della verità creando storie, complotti, tragedie. Cercano di farti apparire in errore, cambiano versione dei fatti, loro sono sempre perfetti e tu una povera stronza cattiva. E tutti fanno dei complotti contro di loro, sempre. Sono estenuanti.

La prima volta è stata una mia superiore al lavoro.
Io sono finita in depressione perché mi faceva mobbing a tutti gli effetti e alla fine, quando non ne potevo veramente più, ho chiesto in alto di dimettermi. Al che mi hanno detto ma no dai, ti cambiamo d’ufficio, lei è matta. Io ero stupita della leggerezza con la quale trattassero l’argomento, mi hanno detto “Aspettavamo di vedere quanto avresti resistito, hahaha”. Poi lei è stata licenziata perché ha scazzato con un suo superiore e si sono resi conto della gravità della cosa. I miei superiori si sono scusati con me e mi hanno chiesto perché non avessi raccontato i dettagli. Ho detto loro che credevo di essere folle e che non mi avrebbero creduto. Ero talmente in paranoia in quel periodo, che credevo di essere io la psicopatica.
Il fatto  che quando ti fanno mobbing tu diventi debole e non sai come difenderti. A me lei faceva pressione sulla mia infertilità non potendo criticarmi più sul professionale, dato che ero diventata maniaca di tutto per i controlli e le pressioni che esercitava. Mi telefonava alle dieci di sera per stressarmi sulla roba da fare, per esempio. Aveva cominciato avestirsi come me e chiedeva a tutti i colleghi se io non sembrassi più vecchia di lei. Voleva sedersi al mio posto in ufficio, che era banalmente in una scrivania stile segretaria davanti alla porta, perché secondo lei, cito: “La gente quando passa o entra vede te per prima e crede che tu sia il capo. Se vedono me per prima, allora vedranno che il capo sono io”.
Una pazza furiosa. Io rimanevo ineccepibile col lavoro e lei non poteva dire niente, la mia psicanalista all’epoca mi aveva detto di avvertirla di ogni mia mossa cosi paravo i colpi, e io cosi facevo.
Non potendo fare nulla per criticare o minare il mio lavoro, è passata a quel che mi faceva più male perché mi aveva sondata bene nella fase in cui eravamo “amiche” e sapeva che facevo le inseminazioni. Non vi dico la quantità di battute su gravidanze e figli e i “Vedrai quando sarai incinta…ah, vero, forse no”.
Ci ho messo molti mesi a recuperare, ed ero per fortuna in analisi.

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La seconda volta è stato un tizio col quale uscivo.
Quando me ne sono accorta l’ho mandato afanculo sonoramente. Lui stava facendo un corso di manipolazione e PNL quindi me ne sono accorta strada facendo perché non era molto bravo. Mi sono incazzata tantissimo, però. E vaffanculo.

La terza volta è ancora in corso, ma la vittima non sono io bensì un’amica e mi fa molta pena vedere cosa succede dall’esterno e che il manipolatore cerchi con tutte le sue forze di mettermi in mezzo, parlando male di me per allontanarci. E lo fa con molte persone vicine alla vittima per lo stesso motivo. Fa cagare come situazione, ma non essendo la mia vita me ne sono uscita. Bisogna pensare per sé e nessuno può fare niente per la vittima finché non prende coscienza per conto proprio. Spero ne esca presto e sarò li ad aspettarla quando se ne renderà conto.

La gente dopo un po’ li sgama e rimangono da soli quindi dopo un po’ il gioco finisce. Queste persone si creano il vuoto intorno, ecco perché a un certo punto devono traslocare o cambiare posto di lavoro.
Inutile avvertire la vittima: finché non se ne accorge con i propri occhi, manderà afanculo pure te, e il manipolatore inciderà anche in quello per buttarti merda addosso. Quindi non durate manco quella fatica, è assolutamente inutile.

Avere a che fare con un manipolatore è orribile e ti distrugge da dentro.
Non lo auguro a nessuno, ma purtroppo capita molto spesso a un sacco di gente.

Ecco come riconoscerli, anche se ci vorrebbe uno psicopterapeuta, psichiatra o psicologo:

Il narcisista manipola costantemente le persone con cui si relaziona e mostra un atteggiamento arrogante e sicuro che cela una bassa stima di sé. Per mantenere sempre vivo e grandioso il proprio io ricorrere ai seguenti meccanismi di difesa:

1) scissione: non riesce a valutare una persona in modo unitario e globale, composta sia da parti buone e cattive. Per il narcisista o è completamente buona o completamente cattiva. Ogni persona con cui si relaziona è considerata buona solo quando supporta la sua percezione di grandiosità e lo aiuta a sentirsi desiderato e unico, quando questo non avviene più, chi gli è vicino diventa cattivo

2) dissociazione: i narcisisti spesso ricordano gli eventi in modo distorto o li dimenticano quando questi non si allineano alla loro percezione di superiorità

3) razionalizzazione: negano sempre l’esistenza di problemi o difetti che li riguardano analizzando gli eventi in modo apparentemente logico ma distorcendo effettivamente la realtà

4) proiezione: il narcisista  tende a far sentire in colpa e ad accusare le persone vicine per comportamenti che è lui a mettere in atto ma di cui non si assume la responsabilità

5) negazione: nega l’evidenza dei fatti quando questi mettono in discussione la sua grandiosità

6) spostamento: afferma che non vi è nulla di sbagliato in lui e nei suoi comportamenti, attribuendo la casua del suo malessere sempre all’esterno.

Dal blog: “Ho sposato un narcisista

Altre dritte:

“Le vittime sono minate e fiaccate nei loro punti deboli e, di conseguenza, piombano in una spirale negativa dalla quale non escono senza traumi. Ogni relazione deve soddisfare regole e richieste rigidamente imposte.

L’indizio che ci fa capire se abbiamo a che fare con un manipolatore perverso è la sensazione di soffocamento, la presenza costante di critiche, insinuazioni, sarcasmo che hanno come scopo finale quello di distruggere l’autostima dell’altro fino all’incapacità di vivere. I manipolatori godono dell’umiliazione altrui e non vorrà mai mettersi in discussione, non accettano alcuna critica. Preferiscono criticare  e accusare piuttosto che confrontarsi in modo adulto e maturo con l’altro.
Fonte: Manipolatore perverso-narcisista

Il “gaslighting

“Il comportamento di gaslighting attraversa tre fasi fondamentali:

1) Incredulità: la vittima non crede a quello che sta accadendo nè a ciò che vorrebbe farle credere il suo “carnefice”

2) Difesa: la vittima inizia a difendersi con rabbia e a sostenere la sua posizione di persona sana e ben “piantata” nella realtà oggettiva

3) Depressione: la vittima si convince che il manipolatore ha ragione, getta le armi, si rassegna, diventa insicura e estremamente vulnerabile e dipendente.

Fonte: Intenzionalità

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Bello, vero?
Bellissimo.

Se avete a che fare con un manipolatore mandatelo afanculo e fate tabula rasa.
E andate a vedere uno psicoterapeuta per uscire dal vittimismo e dalla rabbia perché non è facile uscirne da soli e ti mangia da dentro tutto il giorno.

“Ciao, mi chiamo Spora e vedo uno psicoterapeuta via Skype”
“Ciaaaaao Spora!”



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problemi startup: non si finisce mai di imparare

3Pecaditos è nata da pochissimo. Ho fatto un business model molto semplice, una strategia disruptive, un branding legato ai colori e ai sogni delle persone con la bikery. Le startup o piccole imprese nascono tutti i giorni. Io sono alla mia terza esperienza. E non smetto di fare cazzate.
I problemi per una startup possono essere di molti tipi.
Questa volta avevo tutto giusto tranne una voce nella mia carta d’identità. Ahimé.

Divorziata?
Nooo.
Architetta?
Nooooo.
Neoresidente.
Auch!

Per essere operativa ho bisogno della Licenza da ambulante, quindi dopo aver testato la mia ricetta, sono andata al Comune ad informarmi sulla procedura. Tutto ok tranne un piccolo problemuccio: bisogna essere residenti da almeno 3 anni nel Comune.
Voi non immaginate la mia faccia. Non avete idea.
Penso ai 3000 pesos di forno nuovo, al mega casino per portare l’impastatrice KA e il frullatore d’acciaio Kenwood in aereo. Penso alla bici che sta per arrivare, alle decine di barattolini di paste coloranti che mi fanno allegria la mattina sullo scaffale mentre preparo il caffè.

PUF!

La signora del Comune mi dice NO tassativo. “Non puoi, tu hai appena preso la residenza, non puoi”.
Le chiedo altre vie e mi dice “Non puoi cercare di farci fessi”.
Le dico che non cerco di imbrogliare, che voglio solo conoscere altre vie, altre possibilità magari più complesse ma viabili per me, per esempio se posso aprire un’azienda.
“Quello si, ma devi affittare un locale commerciale”.
Un locale commerciale per due mesi, come no.
Easy, eh?
Vabbe’ che è fattibile perché ce ne sono, e poi non sono manco cari, ma aprire un locale con tutte le menate di arredo che comporta non è il mio obiettivo: io voglio andare dalla gente. Voglio muovermi, portare il prodotto verso il mercato, non aspettarlo in un buco come un ragno cercando di attirare i clienti con flyer e annunci nella radio locale. Per far quello non fo nulla, sai che noia.

Torno verso casa pensando a cosa fare e mi fermo all’Alimentari. Racconto la mia delusione alla signora che mi conosce da quando sono nata, e lei mi dice: “Aspetta che parlo io col Responsabile, è una persona ragionevole. E poi li vorrei distribuire anch’io, sono carini”.

Detto fatto, il responsabile Licenze e Bromatologia mi dice di andarlo a trovare l’indomani.
Io ci vado tutta speranzosa, con tanto di Pecaditos mela e lampone per fargli capire cos’ho intenzione di vendere, e lui mi spiega che posso avere un permesso provvisorio per tre anni perché stanno cercando di dare una mano a chi ha voglia di lavorare e che il ramo degli ambulanti ha bisogno d’aria fresca. Mi ha raccontato che c’è anche un’altra ragazza che venderà macedonia di frutta e siamo le uniche giovani. Ha parlato di una nuova tendenza che secondo lui è positiva per la zona. Sono contenta, spero incrociarla e scambiarci delle idee e i nostri prodotti :-)

Nel frattempo devo fare la stessa trafila che fanno tutti, e lui garantisce per me. Devo mettere il suo nome e la sua qualifica nelle etichette dei 3Pecaditos, cosa che farò più che volentieri una volta che avranno passato l’esame chimico e saranno dichiarati “atti al consumo umano”, e che lui sarà passato con una visita sorpresa a controllare la mia cucina-laboratorio. E devo farmi un controllo di salute con esame del sangue per il mio libretto sanitario d’ambulante.

Le regole sono fatte per essere rispettate. La mia startup è appena nata e già incontra dei freni perché non mi sono informata per benino prima di iniziare. Sono incappata in un errore da scemi. Sto zitta e cerco di ricordare, per la prossima volta, di andare prima di tutto a vedere la parte amministrativa.
La residenza obbligatoria e stabile la chiedono perché è nella politica comunale non ammettere ambulanti di altri posti, per evitare che i soldi vengano spesi altrove. Io gli ho detto “Ah, be’, tutti i pesos che farò coi Pecaditos li spenderò al videonoleggio e al super!” Rideva. Non ho l’intenzione di fare molti soldi né tantomeno di cambiarli in euro. Non ne varrebbe la pena.
Il mio caso può beneficiare di una Licenza Provvisoria. Uff!

I problemi maggiori che incontrano per otorgare le licenze sono i metodi di preparazione, il rispetto della qualità degli ingredienti e l’igiene nelle cucine. Abbiamo parlato a lungo e ha capito che non faccio scherzi e mi ha consigliato di sigillare i sacchetti di cellophan invece di mettere un adesivo, cosa che farò. Adesso sto cercando una di quelle macchinette tipo ghigliottina per fondere la plastica e intrappolare l’etichetta in taglia bigliettino da visita, stampato fronte-retro, fra due sigilli orizzontali.

E no, il ferro per i capelli non è un buon metodo!

ferro capelli

sealerEcco la macchinetta che comprerò. L’ho trovata online.

Con l’adesivo avrei voluto fare così: piegare due volte e chiudere con un tondino adesivo, ma no.

sticker

Mi tocca invece fare in questo modo: la sigillatrice a caldo.

cellophane
Al che, ho pensato di mettere tutte le info e logo in una stampa semplice di carta, double face: davanti logo e contatti, dietro ingredienti e scadenza che metterò con un timbro manuale. Il risultato per ora non mi convince molto, ma almeno rispetto le norme e l’etichetta rimane sempre pulita.

pack copy

Fare l’etichetta esterna come qui sotto richiede una seconda fase con la spillatrice o colla, e anche se viene effettivamente più carino non posso spendere cosi tanto in cartoncino né in tempo di imballaggio. Voi avete altre idee più carine?

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Immagini via Pinterest.com



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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La mia “Bikery” ovvero la bakery ambulante

Eccoci qua,il nome l’avevo pensato già settembre scorso, prima di partire. Non vedevo l’ora di raccontarvelo, la gente ride molto quando glielo dico.

3 Pecaditos
L’idea della “Bikery” osia la (bike + bakery) ambulante nasce dal fatto che i dolci d’estate non sono amici per niente, ti mandano all’aria la prova costume ma tu non puoi farci niente e li vuoi lo stesso. Ti senti terribilmente in colpa e poi ingrassi e ti guardi il culo e ti dici oddio adesso vado in giro col pareo e basta. Fo il bagno col burkini. Oppure vi armate di buoni propositi e vi dite nonono, io quest’anno solo frullatini di frutta e tisane detox.
Be’, sappiate che i frullati di frutta ingrassano, perché la frutta è molto zuccherosa quindi ingrasserete sentendovi meno stressate, tutto qua.
La mia prima idea era stata di vendere delle tisane detox con molti sapori e proprietà, in dei thermos nella bici, appunto perché si lamentano tutte quante dei dolci e del culo mentre s’ingozzano col mate. Il mio fidanzato mi ha guardata e mi ha detto: “Guarda, si lamentano ma la tisana non te la comprerà nessuno. Cosa vende in spiaggia? I pastelitos, che sono fritti con la marmellata solida dentro. Fai te”.
Verissimo, tu donna in spiaggia, alle 17 hai un picco glicemico e vuoi un dolce, non ce n’è. Vuoi i carboidrati, lo zucchero, la fruttina, le cremine.
E chi sono io per negarvi tutto ciò?
Nessuno.

Basandomi su questa contraddizione tutta femminile, mi sono detta che avrei potuto dare una mano alle donne scegliendo un nome che giustificasse lo sgarro: il peccato. Proverò a portarmi un Thermos con tisanina detox ghiacciata per vedere se la vogliono. Qua è pieno di erbette fighe, basta farsi un giro sui monti qui dietro, oppure andare sul sicuro in erboristeria o chiedere alle signore locali che raccolgono e spacciano a casa loro.
Ma torniamo al pecado…

Mi sarebbe piaciuto chiamarli direttamente “Pecaditos”, ma era tutto preso sui vari social, allora ho optato per il 3 davanti, dato che verranno spacciati in trio. Non volevo allungare il nome tipo con Mis Pecaditos, o Pecaditos de Azùcar, etc.

Ho passato gli ultimi 2 giorni a mettere a posto il logo, volevo fosse hipster come vanno adesso, che sembrano cose anni cinquanta con robe incrociate stile scudo d’armi. Ho passato molte ore su Pinterest e ci sono dei loghi fantastici a cui ispirarsi. Da li ho visto che incrociare due utensili da cucina faceva figo e ironico, quindi ho scelto la frusta e il lecca-pentole (visto, Chiara? <3).

Poi sono andata a cercare se esistesse il simbolo per antonomasia del peccato, ma non ho trovato nulla di eclatante su Google. Finché non ho pensato a un diavoletto, allora ho messo corna e coda alla X dei due utensili.
In più ci volevo incastrare la bici ma sarebbe diventato un bordello con tre registri diversi: cucina, diavolo e bici. I loghi con le bici sono bellissimi, ma non sono riuscita ad unire il tutto, allora la bici l’ho messa a mo’ di corona in cima come nei poster Keep Calm.

Per i colori ho scelto il turchesino vintage per un’aria retrò, e il corallo per le corna per un buon contrasto ma non troppo forte.
L’ho fatto anche senza fondo, sia bianco che nero perché stanno benissimo sulle foto.
La bici sarà turchesina con dei tocchi corallo. Ancora non è arrivata quindi non mi sono lanciata negli addobbi e preparativi.

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L’altro giorno è arrivato il forno a tre piani, dove possiamo cuocere 6 teglie contemporaneamente per un totale di 48 pacchettini da 3 pecaditos. Ho detto “possiamo” ma è un “armiamoci e partite”, dato che il cuoco sarà il mio fidanzato. Lui in passato ha lavorato anche da pasticcere quindi è più bravo di me e meno male.
L’organizzazione sarà: lui in produzione, imballiamo insieme e io parto con la bici. E con Felipe a seguito, che sta ingrassando.

I pecaditos hanno le uova, quindi io non potrò mangiarli per via della mia intolleranza, e in più pedalerò per 4 ore tutti i pomeriggi. Tornerò in Italia con le cosce di Pantani. Oppure prenderò una di quelle bici col motorino che vanno tanto di moda.

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Ho visto che avete messo like alla pagina fecebook dei 3Pecaditos e vi ringrazio, ma purtroppo serve a poco sia a voi che a me per valutare la portata marketing, dato che non arriveranno mai in Italia. Comunque grazie :-)

Questa domenica ho invitato un po’ di amici della zona per fargli assaggiare una covata di tre gusti. Voglio rifare il lampone, mela e il terzo non lo so, forse menta e cioccolato? O cioccolato con ripieno di banana?
Ogni giorno ci saranno 3 gusti diversi, e possiamo fare le combinazioni tipo Sacher (cioccolato+albicocca) o After eight (menta + cioccolato).
Ho stilato una lista di possibilità in base agli ingredienti reperibili e vi pubblico la tabella, vediamo se mi suggerite delle combinéiscion carine. Io sto lavorando su Excel per via dei prezzi, con i grammi/millilitri per covata, per tenere d’occhio il budget. Qui c’è un po’ di inflazione e le mercanzie aumentano spesso di prezzo, facendo si che una debba cambiare fornitori, oppure marche, per rimanere competitiva. Non è facile ma ce la faremo.

Per giocare si fa cosi: i tappini di torta hanno colorante ed estratto (primordialmente profumino, poco gusto), i ripieni devono avere la gelatina colorata e con sapore, più latte condensato e polpa di frutta, oppure per le gelatine non reperibili metto quella incolore e aggiungo colorante e più frutta. L’opzione marmellata non l’ho messa ma ovviamente è possibile, riducendola e addensandola con gelatina insapore.

Go!

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Estratto: liquidino concentrato di profumo e sapore, non so come si chiami in italiano, in spagnolo è “esencia”. Come l’estratto di vaniglia paro paro.
Coloranti: ho preso quelli in pasta, ècome una gelatina. Ce ne sono a bizzeffe.
Gelatine: qua ce ne sono tantissime, è colla di pesce con profumo, colore e sapore, si usa moltissimo come dessert e ce ne sono di moltissimi gusti.
Altro: ci sono delle marmellate solide niente male come la cotognata, che viene fatta anche con le patate dolci. Oppure i “postres” che sono tipo budini di vaniglia, cioccolato, dulce de leche, cocco, caffè, e secondo me posso usarli per fare le salsine, al posto delle gelatine. Poi la polpa di frutta venduta in scatola quindi molto zuccherata, in conserva.

I fiori d’arancio mi piacciono tantissimo, credo che farò i tappini con l’estratto e poi ci metto la cotognata.
La cosa è avere sempre tre colori diversi. La menta ad esempio la userò solo per i tappini, perché in salsa rischio l’effetto-dentifricio. Quindi menta e salsina choco.
Poi ho preso colorante celestino ed estratto di anice ma non so se andranno, mi hanno detto che qua l’anice non piace. Di solito qua ci fanno il gelato puffo per i bambini, ma è vaniglia con colorante. Idee?



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La commentatrice del mese: Alessia A.

Qualche giorno fa vi avevo detto che avrei fatto dei bollini su misura per le mie commentatrici preferite, quelle che sono con me ogni giorno. La prima è Alessia A.
Per fare un bollino ci vuole un aneddoto, e lei mi ha scritto questa mail bellissima:

STORIE SUI TACCHI

Il primo tacco che io ricordi è un kitten blu di mia madre.
Era un bel paio di scarpe di pelle blu, con l’interno color cipria, le usava per andare a ballare con papà.
Era pelle vera, sapevano di buono.
Le indossavo in camera e mi guardavo nello specchio dell’armadio.

“Io non metterò mai queste scarpe, sono scomode!”
Ci navigavo dentro, il tacco – esagero –  sarà stato un 7 perché per ballare il tango come faceva mia madre devi avere stabilità ma anche scivolare leggera…

Da adolescente scarpe da ginnastica, stivaletti, superga… Perché per prendere il bus che mi portava al liceo dovevo scarpinare.
Poi a 17 mi innamoro. Di lui e del primo stivale di pelle.
E poi di un sandalo a listino tacco 12, nero.
E di un paio clogs color cuoio che, ora che ci ripenso, era orrendo, ma allora “usava così”.

Vedo attorno a me come camminano le mie coetanee.
Gallinelle. Vestite firmate, truccate, pettinate per bene ma assolutamente sgraziate nel portamento.
Ho il mio bottino di scarpe ma come faccio a non somigliare alle galllinelle?

Come ho imparato a suonare la batteria? Con tanto esercizio, costante e metodico.
Così decido che se indosserò quelle piccole meraviglie dovrò farlo bene, dovrò essere la pro dei tacchi.
Ho solo 17 anni ma mi prendo decisamente sul serio, sono nel periodo baconiano: volere è potere, ripete la mia prof. di filosofia. E anche home faber suae fortunae. E chi sono io per dar torto ai grandi filosofi?
Corridoio di casa dei miei, 10 metri di runaway e in fondo lo specchio del mobile appendi-abiti.
La modella adesso sono io.

Inizio con gli stivali (livello easy), poi i clogs (upper-intermediate) e infine gli stiletti a listino (pro).
Lo specchio mi aiuta a correggere gli errori, a tenere la testa alta e dritta, come se un filo immaginario la tirasse verso l’alto, addominali leggermente contratti, una gamba dietro l’altra, fluidamente…
Lo specchio mi parla come faceva con la matrigna di Biancaneve: “Noooo, troppo rigida, pare che tu abbia mangiato una scopa! Abbassa le spalle, non incassare, ancheggia il minimo sindacale, non sculettare!”
Solo che io non mi arrabbio, mi faccio guidare.
Finalmente sono pronta per uscire, coi tacchi.
E a camminare come si deve. Bye bye gallinelle!

Da lì in poi è un susseguirsi di scarpine.
Le associo ai vari periodi della mia vita…se sono felice le compro, se sono triste idem.
Però quelle comprate nei periodi no sono solitamente vergognosamente costose…

Alcune scarpe mi ricordano serate meravigliose, altre una promozione, altre ancora una corsa rovinosa dietro una persona che sta per uscire dalla mia vita…
Ricordo perfettamente le scarpe che avevo la prima volta che ci siamo baciati. Quelle che indossavo quando abbiamo fatto l’amore e che lui mi ha sfilato piano, in silenzio, guardandomi negli occhi.
Gli stivali di camoscio che portavo la mattina che sono andata in ospedale a partorire e che la ginecologa voleva le prestassi a tutti i costi (“tanto in sala operatoria non ti servono, invece io finito il turno esco!”).

A volte gli acquisti sono stati compulsivi, esagerati, me ne rendo conto.
Eravamo in due, senza figli, lo stipendio era alto e io mi sentivo la Carrie Bradshaw della situazione.
Lui non era quello giusto perché, anziché farmi scendere un secondo dai twelve e tornare coi piedi sulla terra, mi fomentava.
“Non abbiamo bisogno di nessuno, siamo fantastici, spacchiamo il mondo!”
Mi ha allontanata dalla mia famiglia, vivevamo di apparenza, sentivo che c’era qualcosa di sbagliato ma un vestito nuovo o un gioiello accattivante parevano anestetizzare la mia coscienza.

Momentaneamente.

Poi conosco lui.
Ed è tutto diverso. Mi insegna a godere di un cielo stellato, di un caffé su una panchina guardando il lago, di una cena preparata da lui e non da uno chef stellato…
Una sera mi porta al mare.
Io sono ben truccata, ben pettinata e con un favoloso paio di Gucci ai piedi.
Siamo sulla promenade e lo vedo togliersi le scarpe e scendere sulla spiaggia. Mi guarda e sorride.
Si inginocchia ai miei piedi e mi toglie le scarpe.
“Queste stanotte non ti servono”
Quella notte, camminando senza scarpe, salda nella sua mano, con la piega e il trucco andati ho capito molte cose.
Che posso osare essere me stessa, senza orpelli, che ero il mio giudice più severo, che la vita non si riduce alla sola apparenza, che sono qualcosa di più di ciò che indosso, dello stipendio che porto a casa, dell’auto che guido…

E dopo quella notte, dopo che lui mi ha rimesso le Gucci, dopo che abbiamo fatto colazione all’autogrill…bhe, penso di aver imparato a camminare davvero bene, oltre che sui tacchi, anche fra le difficoltà della vita, leggera come una piuma ma forte come un assolo di batteria.

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Io ci ho sparato la lacrimuccia :O
Ecco il bollino, grazie Alessia!

WHAT ELSE



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Perche mi son portata il Kitchen Aid sulla Sierra?

Perché ho portato il #KitchenAid sulla Sierra?
Non sono unan fanatica della cucina, mangio sempre fuori e se faccio da mangiare è tipo ravioli che sono facilissimi. Allora perche pagare un bagaglio aggiuntivo e fare tutta sta trafila per portare un aggeggio di ben 13Kg nel bel mezzo dell’Argentina se non l’ho mai usato più di tanto?
Starò sulla Sierra tutta l’estate e mi son detta che ora o mai più. A marzo riparte Stiletto Academy col Tour 2015 e sono in piena organizzazione, ma non mi prende più di due ore al giorno. Il resto del tempo mi devo occupare e no, non ho voglia di fare la StiLetter. E si, scriverò il proposal della ragazza del furgone.

Ecco svelato il segreto: ho un nuovo progetto imprenditoriale di bocconcini dolci di tutti i gusti e colori, che venderò lungo le spiagge del lago con una bici-bakery molto girly dalle feste di Natale fino ai primi di febbraio. Vi avevo accennato la cosa qualche post fa, con la foto del KA e una bici da venditore ambulante, ricordate?

bici

Il concetto di base sono i macarons, ma solo come idea perché sono difficilissimi da fare e molto dispendiosi dato che sono fatti di meringa e polvere di mandorle. Non vanno bene per una food bike in ambiente rurale.

Che cosa sono i miei quadratini:
due tappini di pan di spagna con colorante e profumino, con in mezzo una salsettina spessa a base di gelatina, panna e polpa di frutta.

Come faccio i quadratini:
Mentre montano i bianchi nel KA, monto i rossi con molto zucchero con il frustino a mano, palettine di plastica strette. Metto colorante e profumino nei rossi e frullo bene, poi aggiungo il tutto ai bianchi e riaccendo il robot. Conitnuo aggiungendo latte e farina, tutto con la frustona del KA piano.
Cuocio 2 teglie per colore per otttenere due pan di spagna di 1cm di altezza, poi metto le “torte” una sopra l’altra a megapanino col ripieno in mezzo.
Lascio riposare in frigo per far solidificare il ripieno, poi li taglio in quadratini di 4x4cm.

Perche quadrati e non tondi o a guorigino?
Se faccio le formine mi tocca farle e poi riampire i paninetti ad uno ad uno. Se invece faccio il megapanino con i due pan di spagna da teglia e poi ritaglio i cuoricini o altre formine (carinissime, per carità), ho comunque molti scarti. I quadratini approfittano tutta la produzione. Questione di ottimizzazione ;-)

Come li presenterei:
Venduti per 3, di 3 gusti diversi che cambiano ogni giorno.
Non so se presentarli in bustine di cellophan con l’adesivo del brand, oppure scatoline di cartone brandizzate. Devo chiedere un preventivo in città. Credo però che farò con le bustine trasparenti, così si vedono i colorini, mi piace.

quadratini

Questa foto è il risultato della prima prova: lampone.

Ho capito che devo mettere molto più colore nell’impasto dei tappini perche li voglio furiosamente vitamina, e ho anche capitolato davanti al fatto che ci voglia un forno pro, che prenderò, dato che quando fai il pan di spagna colorato non ti puoi permettere che venga bene da un lato e dorato dall’altro, lo si vede nello strato inferiore in questa foto. Il dorato ammazza il colore, deve essere perfetto ovunque, senno vengono bruttissimi.

Per il ripieno ho messo polpa di fragole in conserva perche qui non si trova di lamponi. In un pentolino al fuoco ci ho messo della panna fresca, e poi a bollore la gelatina di lamponi che mi è parsa la soluzione ideale: densifica, dà colore, profumo e sapore. Alla fine ho aggiunto un po’ di fecola di mais per addensare ancora, perche avevo paura che il risultato fosse troppo gelatinoso.
Di solito per la “ganache” (ripieno) dei macarons, che sono la mia ispirazione, si usa il cioccolato bianco a prescindere dal gusto. Nel mio caso il cioccolato renderebbe la ricetta poco rentabile per i prezzi che la gente è abituata a pagare per lo street food da queste parti.

Per fare l’ambulante devo prendere un permesso speciale al Comune, e verranno a fare una visita bromatologica della mia cucina. Tipo i NAS ma per le imprese a conduzione familiare.

La bici:
Ho trovato una bici perfetta da ambulante a triciclo nella stalla dei cavalli di un amico di mio padre ed è messa molto bene, la rimettiamo a posto e poi decorerò con nastri turchesi e metterò un parasole a fiorellini, da aprire quando mi fermo. Voglio mettere una piccola lavagna per affiggere i gusti del giorno e dietro una canna da pesca con la bandierina col logo. E io ovvioh andrò in giro col cappello fucsia a tesa larga.
Credo che mi farò la magliettina.

Marketing: La cosa bella è che in Argentina è legale organizzare dei concorsi su facebook, quindi farò tante belle iniziative sulla pagina con regalini. Ho preso essenze di molti sapori: mela, mandarino, anice, limone, banana, menta, gelsomino.
Il nome è molto divertente, ma ve lo dirò quando sarà online la pagina facebook.

Percorso: mi hanno detto che gli ambulanti locali potrebbero non apprezzare una tizia fuori di testa con una bici stile circo che gli vende tutt’altro giocando con l’effetto-novità. Quindi andrò nei club privati dato che conosco tutti i proprietari, così almeno ho un pubblico che compra entusiasta. Ma proverò a farmi un giretto anche nelle parti pubbliche per vedere come butta, si sa mai.

Parola d’ordine: divertirsi e fare cose belline e puccy, sai di quelle che ti dici no vabbe’ una volta nella vita voglio avere una bakery! Questa è ambulante, ma adesso basta che dici “street food” e sei subito hipster. I food truck sono di modissima quindi penso che mi divertirò molto. E poi, soprattutto, con la bici rassodo le chiappe che non guasta.

Adesso tocca a voi: foodies della rete, avete suggerimenti per una donna di marketing super-basica (leggere negata) in cucina? Su facebook e Instagram ho avuto dei consigli interessanti, potete contribuire!
Grazie <3

Nota: il mio Kitchen Aid è blu metallizzato, l’ho avuto in regalo dall’agenzia marketing del brand per sbaglio più di un anno fa. Spero siano contenti che finalmente mi sono decisa ad usarlo!



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Quando arriva l’Editore con la E maiuscola e tu ti caghi sotto

C’è la gente che fa lo scrittore e studia ed è colta e scrive dannatamente bene come la Unasnob (anche se ancora non ha pubblicato nulla ed è inutile che io insista e la porti in Sperling e le giri tutte le mail degli altri, gnente, non vuole e io mi dispero e mi dico vabbe’ prima o poi lo farà), be’, ci sono gli scrittori fighi come Foster Wallace e quelli semi sconisciuti come la Brennan.

Ma quelli son gente colta, scrittori appunto.

Poi ci sono i commerciali come quella delle sfumature o Harry Potter o Fabio Volo che vendono tantissimo perché toccano le masse. Quelli non so come descriverli, ma fanno stare in piedi gli editori perché possano pubblicare roba pu figa. Quindi grazie anche a loro.

Poi ci siamo noi blogger che scriviamo piacevole.
Scriviamo dei post.

Ogni tanto, a noi blogger, ci fanno fare dei libri.
S’è visto per parecchia gente pubblicare dal blog, ma questo non vuol dire che diventiamo scrittori. Continuiamo ad essere blogger. Blogger che hanno pubblicato, stop.
È anche vero che gli scrittori, presi dal vortice delle vendite e dei social network e del marketing, si vedono spinti dai loro editori ad aprire un blog per entrare in contatto con i loro lettori e promuoversi come autori. E non è facile. Non è facile perché blogger e scrittore sono agli antilopi. Noi blogger siamo bravi a raccontare una storia in un post che tenga l’attenzione dei nostri lettori accesa per quei pochi minuti, ma poi facciamo fatica ad essere descrittivi in maratona.
Siamo centometristi.

Credo che uno scrittore vecchio stampo faccia la stessa fatica se non din più per adattarsi al rush spietato dei blog e faccia una fatica ancor più indescrivibile per capire come comunicare sui social, come gestire i troll e le crisi, come promuoversi con proficienza. In questo ambito il blogger ha una sorta di patentino in auto-promozione, che si è guadagnato con anni di esperienza e milioni di ore su Twitter. Infatti molti autori pagano un’assistente per pubblicare al loro posto sui social network, con risultati un po’ freddini, diciamolo.

Un bel giorno il blogger-autore, parlo di me, si dice sotto sotto chea me piaceva scrivere da piccola, scrivevo racconti che -HAHAHAHA- a mia mamma piacevano moltissimo e che gli amici di famiglia che erano nell’edizione dicevano si, dai, da grande fai lettere e poi ne riparliamo”.

Poi da grande ti fai i cazzi tuoi, ti occupi a vivere una vita, due vite, venti vite. Fai lavori come sguattera in una pizzeria, ragazza alla pari, modella in una scuola d’arte per figli di papà parcheggiati, professoressa universitaria, architetta di aeroporti, poi frustatrice di squadre di progetto di grattacieli. Poi vai fuori di testa e fai sta cosa sui tacchi e vai su tutte le riviste e vai a vivere in un furgone. La tua vita a 30 anni era già ricca di 2 divorzi (genitori e proprio), tumori, inseminazioni e ormoni, viaggi solitari in Cina, in Egitto, in Sudamerica ed eri un’immigrante provetta avendo vissuto la tua esistenza in tre paesi con lingue e culture diverse. Hai studiato, fatto dei master, lavorato, insegnato, subìto mobbing, hai seguito dei cantieri per lavoro e tuoi, hai comprato casa e pagato non sai quante migliaia di euro in tasse ed assicurazioni. E poi ti sei rotta le balle di tutto.

Di solito chi scrive è perché ha molta immaginazione ed è bravo ad inventare storie, o perché ha vissuto talmente tante vite che a un certo punto le deve sputare per far posto a quelle nuove che spingono.

La seconda che hai detto.

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Quando scrivi un blog e hai pubblicato con un editore figo vendendo discreta ma decorosamente, ossia sulle 7000 copie fra cartaceo ed ebook per lo stesso titolo, diventi d’appeal.
Mi spiego.
Anche l’editoria patisce la crisi. Gli editori devono trovare autori che vendano per non affogare.
La cosa grave è che gli italiani non comprano moltissimi libri. Vuoi perché leggono poco per un sacco di motivi che non starò ad analizzare -e mi includo-, vuoi, anche, perché un libro ormai costa fra i 15 e i 20 euro.
Gli editori hanno più di una strategia per andare avanti e io non le conosco tutte. Ma ne ho studiata una, però, perché io ne faccio parte.
La strategia del blogger.

La strategia del blogger consiste nell’individuare dei blogger che scrivano piacevole per fargli pubblicare un primo romanzo. Il blogger, contrariamente ad uno scrittore emergente, ha un bacino di utenza alto, che assicura di scolare senza rischi una prima edizione di 2000 copie perché il blogger stesso si farà una bella promozione. Se sai già che un autore venderà una piccola prima edizione, tu Editore investi senza rischi. L’Editore investe su molti blogger, sperando che uno ogni tanto venda ancor di più.
Così è stato per me, e la Sperling ha il miglior ufficio stampa dell’editoria italiana. Mi hanno mandata su tutte le riviste. Non che io non ci andassi già, ma prima di loro avevo dei trafiletti, non interviste. Tantomeno doppie pagine come su Amica o Donna Moderna.
Diciamo le cose come stanno: A me Tacco 12 ha portato moltissimo e continua a vendere, ho avuto le royalties anche quest’anno.

Quando pubblichi un titolo, due titoli, tre titoli, cominci a capire come funziona quel mondo.
E ti dici: ‘petta ‘n po’…
Cominci a prendere coraggio e decidi che il prossimo libro sarà una cosa seria.
Ti fai coraggio, dici ma si dai, voglio farlo, so farlo, devo farlo.

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Devo farlo.
Transatlántica ce l’ho incastrato nello sterno da quando sono nata.

Non ho ancora iniziato, però, perché ancora non me la sento, è lunghissimo. Ho scritto la scaletta e un paio di capitoli. L’editore interessato ha detto bello vai avanti, firmiamo? No, non ho firmato. Non ho firmato perché quando firmi poi devi consegnare due mesi dopo e io mi sono data almeno due anni, figuriamoci un po’. Adesso sto raccogliendo testimonianze di gente che ha vissuto durante il Golpe in Argentina, ritraccio la presenza tedesca e nazista che è fortissima e cerco aghi in un pagliaio. Dall’altra parte sto leggendo gli scritti della mia bisnonna che teneva comizi in Maremma ad inizi del ‘900 per aprire asili nido e spiegare norme igieniche, precursore del fascismo. Transatlántica comincia li. Dura più di un secolo e passa dall’Italia all’Argentina col filo rosso del terrore.
Non so se in due anni ce la farò, sono onesta.

Però ho ripensato al mercato dell’editoria.
Ho pensato all’accoglienza ridicola e poco seria che potrebbe avere un libro come Transatlántica se l’autrice prima di quello ha scritto un manualetto con una fatina sui tacchi. Tutto rosa.
Diciamocelo, io stessa direi “Ma stiamo scherziamo?”. Normale, una reputazione si costruisce con i fatti.

Mi sono quindi detta che non posso “suicidare” Transatlàntica tagliandogli le ali prima che esca. Gli devo preparare la strada, se la merita.

Lucio  OUT

Ed è così che ho pensato a “La ragazza del furgone”.
Un romanzo carino, divertente e ben scritto che può, se funziona, fare da ponte per Transatlantica.
Se quello viene ben accolto, allora potremo dire che si, sono una scrittrice e posso permettermi di fare un altro passo.
Adesso no. Proprio no. Sono una blogger che ha pubblicato delle cose.

E i blogger, si sa, son gentaccia.

La ragazza del furgone è una storia divertente che fa riflettere, con mille avventure folli, sulla condizione delle partite IVA in Italia.
L’ho proposto a Rizzoli ma il contatto che avevo è partito in maternità e non ho saputo più nulla.
Poi è arrivata una coincidenza con un editore che mi piscio sotto soltanto a nominarlo, e siamo rimasti che gli mando il proposal. Il proposal è una descrizione più un paio di capitoli. Non sono ferrata in proposal, prima ho sempre fatto con delle mail alla super cazzo e mi rendo conto soltanto adesso di essere stata molto fortunata.

Be’, bando alle ciance: adesso devo mandare il proposal de La ragazza del furgone ad un contatto dal GRANDE EDITORE. Nel frattempo è arrivata una mail della Sonzogno e lo invierò pure a loro.
Quando mandi una proposta di libro può anche non succedere nulla, sia chiaro, quindi io mi sto cagando perché voglio davvero pubblicare La ragazza del furgone. E perché GRANDE EDITORE è una cosa inaudita.

Devo mandare il proposal entro fine novembre.
Se mi dicono di no entrambi, allora faccio l’autopubblicazione.
In un modo o nell’altro questa cosa la devo sputare, non ce n’è.



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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regalini sporadici

Mi leggete in moltissimi, soprattutto silenti, da anni.
Vi vedo nelle statistiche di wordpress.

Poi ci sono le mie commentatrici top, quelle che qualsiasi follia io scriva, mi diranno come la pensano a prescindere dal mio punto di vista, cosa che apprezzo molto. Quelle che oltre al commento mi manderanno il resto via mail, solo per me, per dirmi cose che non vanno messe li per tutti. E io rispondo, sempre.

Voi fate tanto per me, a me piace venire qui a leggere.

Un po’ di tempo fa la Unasnob ha fatto un giveaway ma solo per auelle che la seguono già, ha offerto loro dei kit per i capelli portato dal Marocco. Roba fighissima. Quando sono tornata dall’isola ho regalato un po’ di cose dell’isola a lettori ed amici e ho visto che avete apprezzato molto.

A noi blogger regalano davvero un botto di cose. Io di solito accetto solo le cose che utilizzerei, tipo il Kitchen Aid, il Lumea, cremine e sciampini, la digitale Samsung NX. So di moltissime blogger che rivendono il tutto subito su Ebay connesso a Paypal. Gli account sono riconoscibili perché trovate solo gli oggetti di certe campagne social. Non credo che sia cattivo farlo, dopotutto se a te ti regalano qualcosa, tu puoi farci quello che ti pare. Anche soldi. Se io però volessi non avere più certi oggetti li regalerei (ammetto farlo con esuberi di creme sciampini e olii per capelli, le mie amiche mi amano).

Insomma, mi è venuta voglia di farvi dei regali ma adesso sono in Argentina. E poi sono un disastro con le Poste Italiane: non ci vado mai. Fate un applauso a mia sorella perché grazie a lei ho inviato fialmente la Stiletto Shirt a Margherita C. Alle poste avevano scritto male l’indirizzo della raccomandata dicendomi che la sua via non era a Ravenna ma in un altro paesino e io mi sono fidata. Lei ovviamente non l’ha mai ricevuta. Era luglio. Capite il dramma, povera ragazza?

Quindi per ora, vuoi per le poste Argentine che meh, vuoi perché mi stressa doverci andare (ho un problema, come con la patente, ne devo parlare con la mia psy durante le sessioni skype), ho deciso di farvi avere delle cosine virtuali che magar fanno piacere.
Nel frattempo so che il mio fidanzato ha promesso quintali di Dulce de Leche, e pure i porterò mate e goloserie maialose. Non dubitatene!

Comincio riciclando roba virtuale e non me ne vergogno.

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Regalino nàmber uàn: Le Spora Dolls
Mi sono tornate in mente perché al mio ultimo evento,l’organizzatrice Roberta ci ha fatto delle etichette con le spille da balia per mettere i nomi delle partecipanti. Carinissime! Le illustrazioni e l’idea delle paper dolls sono di Sara Menetti, come su Tacco 12.

Côte d’Azur
Pin Up
Mistress
Kill Bill
Red carpet
Super Mario

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Regalino nàmber tù: il desktop fatto per C+B Casa più bottega.

C+B sono un gruppo di donne che ti possono aiutare ad intraprendere con grafica, SEO, sito, etc. Il loro blog è davvero ben fatto e ci sono un sacco di consigli a tema, leggetelo! La padrona di casa e ideatrice è Francesca Marano.
Il calendario lo trovate qui, in molti formati anche da cellulare.


Regalino nàmber tri: il bollino
Ho deciso di dare dei bollini come quelli che avevo proposto durante il crowdfunding di #12Regole: un bollino personale come quelli del libro, ma fatto su misura per una di voi come il “Magnum Zit” della Zitella Acida dopo la meravigliosa performance di capello del teaser. Non potevo non farglielo!
Come fare per averlo? Questo mese lo otorgo a Alessia A, il mese prossimo alla Peppina, le mie due più assidue commentatrici di questi ultimi mesi, e ce ne sono altre!

Quindi ragazze mandatemi una mail dicendomi una prodezza sui tacchi e io vi creo il bollino;-)
Trovate tutti i bollini di #12Regole in questa bacheca Pinterest.



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Riflessioni di una donna senza figli

Ogni tanto mi dicono “Ah, mi piacerebbe lasciare tutto come hai fatto te, ma ho troppi casini”.
Abbiamno tutti dei casini. Quel che ci manca è l’incoscenza.

L’unica cosa che so è che se avessi avuto dei figli non mi sarei mai lanciata su Lucio, né con la Stiletto Academy full time.

Dopo aver provato per anni ad avere un bambino, ho capito che lo volevo perché a quell’età il mio orologio biologico mi scassava le ovaie come i campanacci di una mucca pazza. E io non potevoi farci niente, volevoun bebé e basta. Ho visto le mie amiche passarci, come è successo a me. Poi ovvio che i bambini, quando ce li hai, sono una cosa spettacolare. Sono tutti bellissimi, che tu li abbia a 15, a 30 o a 45 anni, i bimbi sono tutti stupendi.
Quindi ovvio che dopo che ce li hai non puoi che pensare “Oddio una vita senza di loro, che orrore!” E lo capisco, lo penserei anche io se li avessi, e lo penserei indifferentemente se li avessi avuti a 13 anni o a 30.
I figli sono tutto. La nostra natura di essere umani ci porta a riprodurci, è nell’ordine delle cose. Che siamo donne o uomini.

Ecco perché moltissima gente è contraria all’aborto. Io non sono contraria all’interruzione di gravidanza con l’aborto, e non sono contraria all’evitare una gravidanza prima ancora che si produca, come può essere fatto con la pillola del giorno dopo.

Nella mia gioventù ho preso ben tre volte la pillola del giorno dopo per incidenti o per un dubbio, e non l’ho fatto perché ho pensato a me, ma alla situazione che avrebbe dovuto vivere il bambino, e io di conseguenza dato che un bambino se lo puppa la madre.

Mi sono detta, in tre occasioni diverse:
– un bambino con la mamma in facoltà? No grazie.
– un bambino con un padre che si fa le canne e che conosci da due mesi? Per carità.
– un bambino con un tizio che vede anche altre tizie? Circolare!

Se avessi avuto quei bambini (ammesso e non concesso d’esser stata veramente  incinta, dato che ho agito nelle 24h), sarei stata felice lo stesso e avrei fatto di tutto per loro. Non ci piove.

Nel primo caso probabilmente non mi sarei laureata, nel secondo mi porterei dietro una testa di cazzo a vita come padre di mio figlio, e nel terzo avrei avuto a che fare con un immaturo. A vita.

E lo so che si sopravvive anche a quello, il mondo è pieno di donne separate con figli e sono fortissime. Ma il mio punto, dalla prima volta che sono andata al pronto soccorso a chieder la pillola del giorno dopo, è stato pensare a che cazzo avrei fatto con la responsabilità di un’altra persona mentre avevo un tetto grazie al mi lavoro di ragazza alla pari e mangiavo coi 300 euro che mi inviava mio padre per studiare. Insomma, come avrei potuto occuparmi di un’altra persona se non ce la facevo a mantenere manco me stessa, ero spesso sotto esame e mangiavo sempre miel pops e cereali? Non ne sarei stata capace. Sarei stata una bambina che fa un bambino. E, anche se mi sentivo adulta e non volevo ammetterlo, sotto sotto lo sapevo che non ero grande.

Ma ognuno pensa con la propria testa e prende le proprie decisioni. Io ho preso le mie, in tre diverse occasioni, e poi ho avuto il cancro e adesso sono sterile. I sostenitori della vita a tutti i costi e gli anti- pillola del giorno dopo penseranno che mi sta bene perché sono stata cattiva. Io invece  penso soltanto che avrei dovuto fare più attenzione quando mi divertivo, perché facevo sesso, come facciamo quasi tutti, senza cercare una gravidanza. Lo facevo perché mi piaceva e pensate un po’, mi piace tutt’ora tantissimo. Punto.

Poi ti ariva l’orologio biologico e passi degli anni disperata. È normale. Quando poi verso i 35 ti passa l’ffetto ormonale di Mr Orologio Biologico, ti concentri di nuovo sulle tue priorità. Che possono anche essere dei figli oppure no, ma almeno è una scelta consapevole e ponderata.

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Le mie priorità attuali non contemplano né bambini né procedure in vitro.
Le mie priorità sono il Tour a bordo di Lucio con fidanzato e cane per 8 mesi, Grecia inclusa. Niente pannolini.

Le persone che mi vogliono bene mi hanno detto, in più occasioni, di riflettere ai figli in generale, nella vita. Perché noi donne abbiamo una data di scadenza e io sono vicinissima con i miei 38 anni. Chi mi vuole bene lo sa che ci devo pensare, e lo so anche io perché il treno poi passa. Fanno bene a dirmelo.
So benissimo che se casomai nella vita vorrò de figli, non devo tardare troppo perché oltre all’età, nel mio caso devo intavolare una procedura lunga e pesante, e dopo i 35 non ha molte chances di successo auindi ti confronti anche con la Delusione. Delusione con la D maiuscola. E voi sapete che io e Delusione siamo amiche da molto tempo.

In questi anni molte donne con figli avuti naturalmente mi hanno detto, ignorando completamente di cosa stessero parlando, le solite frasi che fanno si che tu, donna diversamente sterile, voglia appiccicarle contro il muro con la forza dell’Incredibile Hulk.

Le frasi TOP 3 sono:

- “Maddai, fai du’ punturine di ormoni e ti fanno il bambino, guarda le vip a 47 anni come li fanno bene!”
– “Una mia amica più vecchia di te credeva di essere sterile ma ora ha una bambina ed è felice”
– “Ti devi rilassare, si vede che prima il tuo corpo si rifiutava perché sapeva che tuo marito ti avrebbe lasciata.”

Io percepisco solo:
- “Mio cuggino mio cuggiiiiiinoooooooo”

CAZZATE, gente. Una marea di cazzate. Le procedure mediche sono pesanti ed hanno poche chances di successo. Non sono scherzi e non tutte ce la fanno. Non inculi la natura come ti pare.

Il mio unico consiglio per tutti voi che leggete è di non parlare di figli o di procedure ormonali alle donne diversamente sterili perché anche se vi sorridono e cercano di essere gentili, sotto sotto vi prenderebbero a calci. Le denudate e le esponete.

Noi, mentre voi ci parlate con tutta la buona volontà del mondo, ci immaginiamo la scenetta di come vi prendiamo per il collo della camicia, come ci venga una forza sovrannaturale che ci pemette di alzarvi a due metri da terra senza che la camicia si strappi, proprio come nei film, e pensiamo esattamente alla frase che vi diremmo incazzate con la bava alla bocca, sussurrata ma potente: “FATTI I CAZZI TUOI”.
Anzi, da quando ho visto il Razzi di Crozza, penso questa: “Ma fatti li cazzi tua… fatti un bambino tutto tuo… Fammi la domanda della partita IVA che quella la so…”
E sorrido. Sorrido impune mentre mi dite tutte quelle cose credendo di darmi speranza mentre in realtà mi state prendendo per il culo con beata ignoranza. Rendendovi ridicoli dannatamente fuori luogo.

Io nel passato rispondevo male, tipo che ci rimanevano di merda perché capivano che avevano fatto una stronzata. Ma adesso sorrido e li lascio fare, non mi spreco nemmeno. Troppa fat

Ma io per ora non voglio dei bambini e non mi posso forzare.
Mi becco le frasi di tutti: quelli che ti dicono con un’innocenza inaudita “Ah, ma tanto lo so che torni incinta dall’Argentina!
Questa frase adesso è di gran moda, me l’hanno detta ben tre persone care, e anche alcuni di voi via mail.
Vi prego, anche se lo dite per non so quale cazzo di altruismo malato: basta. Fatevi i cazzi vostri con nonchalance.

Viviamo in una società dove le donne vengono ancora condannate socialmente perché non desiderano figli a tutti i costi e io lo trovo molto triste.
Ma è un periodo di transizione, a mio avviso.
E ve lo dice una che adesso non ne vuole ma che, come tutti, non sa predire il futuro e no sa come reagirebbe se rimanesse incinta adesso che è indipendente, in coppia felice e stabile, e che potrebbe permetterselo economicamente.

Io credo nella libertà di scelta.
E per questa libertà credo anche nella contraccezione e nell’interruzione di gravidanza se si è fatto un errore e non si è sicuri di quel che si stia facendo.
Semplicemente perché i bambini non sono uno scherzo.
Credo anche nell’educazione alla contracezione come fa mia sorella nei suoi corsi, e nell’educazione sociale alle responsabilità di una gravidanza non cercata. L`’Italia ha moltissimi obiettori di coscienza e non riesco a capire come possano decidere per la vita di aualcun altro senza proporre una controparte. Se sei obiettore allora sviluppa anche un programma di educazione alla contraccezione nelle scuole, no?
E mi rifiuto di stare a sentire gli stessi obiettori dire che se non si volevano gravidanze, allora adolescenti e adulti avrebbero dovuto astenersi dal fare sesso o amore che siano.

Negare il sesso è la cazzata più micidiale che io abbia mai sentito.



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