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Buon Natale! Agenda planner PDF gratis

Detto, fatto!
inspiration planner agenda: #insplagenda.
Agenda planner PDF gratis.

Agenda-Spora-Thumbnail

Sono 4 giorni che ci lavoro.
Sono anche entrata nel tunnel delle icone fighe, e ce ne ho messe un bel po’. Ho passato intere serate a cercarle sull rete.
Volevo cambiare iconcine per vestiti, scarpe, borsa e cena ogni giorno.
Ho fatto quest’agenda per me, ma poi mi sono detta che non mi costa nulla regalarla anche a tutte voi, quindi eccola qua :-)
Le blogger americane fanno la loro agenda ma poi la vendono, anche in PDF. Io l’altro giorno per far ricerca ne ho comprata una per pianificare il blog: 19 dollari. Bella e ben fatta, eh. Però bisogna metter mano al paypal.

Io a voi, brutte galline, vi voglio troppo bene. Quindi aggratis, ci mancherebbe.

Il giochino dell’agenda è questo: chi la vuole si stampa i “basici” ossia cover, intro, piano annuale, piani mensili e 7 giorni settimanali per mese, più una serie di “plugin” tipo note, progetti, tips e memo.
La cosa che io volevo era una sorta di filofax, ossia smontabile, in modo da aggiungere e togliere/sostituire tutte le pagine che voglio. Ma se stampavo in formato filofax vi avrei obbligate a comprarvi i loro accessori tipo la perforatrice e la cover. E non voglio, a me piace che tutto sia fattibile in casa con quello che c’è. E poi mi piace farmi tutto da sola, oh.
Allora ho messo 4 buchini fattibili con la perforatrice d’ufficio normale, con la croce per centrarela bene.

Si rilega con quei anelli singoli apribili. Sono facili da reperire in cartoleria, e hanno diverse misure a seconda se prendete ogni singolo plugin, o fate qualcosa di più snello.
Ovviamente potete farla stampare in copisteria, cosi avete la pappa pronta ossia stampa, ghigliottina + buchi e non c’è sbatty.
Niente vi vieta di farla rilegare, ma poi rimanete bloccate con i plugin e, credetemi, ne varranno la pena.
Tipo: wedding, prova costume, travel, detox, beauty, branding, carriera, blogger, tendenze, eventi, finanza, business plan, cv… insomma, ci saranno un bel po’ di persone che collaboreranno per fare i vari plugin mensili.

Per la copertina è semplice: prendete un bel pezzo di pelle e ci fate i 4 buchini, oppure due cartoni rigidi oppure non lo so, accetto idee. Io me la faccio in pelle, ne vendono nei negozi di bricolage o faidate. A Parigi la trovo al sottosuolo del BHV, e hanno gli scampolini di colori assurdi. Adoro.

Il formato è A5, le agende troppo grosse mi disturbano in borsa. E poi pesano.
Ci saranno 6 colori diversi a scelta più neutra:

  • Marsala (Pantone dell’anno)
  • Fucsia (lo vedete qui)
  • Acquamarina
  • Rosso aranciato
  • Azzurro carta da zucchero
  • Mostarda
  • Neutra bianco e nero

Insplagenda-SporaPer scaricare l’agenda e poi ricevere i plugin ogni mese, ho creato una mailing list newsletter su mailchimp. Gli invii saranno, come al mio solito, molto pochi e solo quando c’è qualcosa di interessante. Chi è iscritta alla StiLetter lo sa già: poca roba ma buona. In questa lista saranno solo cose utili legate all’agenda. Niente spam. Vi metto il link appena avrò finito di settare il form di iscrizione. L’insplagenda è e sarà sempre gratis. Spendete solo per stamparvela da sole.

Insplagenda-cover-Spora
E adesso un regalino speciale: le prime 12 che mi invieranno una mail prenotandosi su sporablog @ gmail . com  potranno avere la cover personalizzata con una loro foto/immagine e quote, come ho fatto con la mia. Ovviamente, per tutte le altre la cover sarà generalista in 5 versioni, senza la mia faccia. Questa è la mia personale e vedete un test con uno sfondo floreale.

Quindi sbrigatevi con una foto verticale in HD e scegliete una vostra frase. Vi aspetto!



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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alla ricerca dell’agenda planner customizzabile

Al liceo, come un po’ tutti, compravo la Smemo. Mi toccava risparmiare perché eravamo abbastanza poveri, e la compagna dell’epoca di mio padre non mi comprava la totalità dei libri, figuriamoci la Smemo. Poi da grande sono passata alla Moleskine.
Con l’avvento degli smartphone ho scaricato moltissime App, ma non ho mai trovato quella giusta. C’è da dire che uso moltissimo Evernote per liste e sveglie, per iniziare progetti e prendere foto con note, ma non è un’agenda-planner.

Adesso uso molto l’agenda dell’iphone, Evernote e dei quadernetti dove prendo quegli appunti con disegni e note piene di frecce come piacciono a me, che non posso fare sul telefono. E non posso non perché non esistano delle apposite App per disegnare etc, ma proprio perché mi piace fare le cose con la penna, a mano. O con la matita. Ho sempre anche una gomma bianca.
Si sa, gli architetti devono averci sempre la matita in mano, ben appuntita col taglierino. Sia mai.

Ma non sono molto soddisfatta, a volte vorrei che quaderno e smartphone si mischiassero di più. La cosa che vorrei è un mix fra entrambe le cose, e so che esistono quelle agende con la pennetta e che forse sarebbero l’ibrido perfetto, ma non lo so, ho dei freni.

Ogni persona vive e lavora in modo diverso, ha esigenze diverse. Anche di carta, di righe, quadretti o spazi vuoti. Di catalogazione, lunghezza, partizioni. E le agende/planner sono standard, giustamente, per soddisfare il maggior numero di utilizzatori.
Ma se siamo tutti unici, dico io, ci vorrebbero dei “moduli” diversi, da aggiungere per completare, complicare, semplificare certe cose.

Spora-Day-Designer

Ho cominciato a cercare su siti di crowdfunding e mi hanno dato qualche link su Twitter con dei progetti interessanti tipo il Passion Planner o Day Designer ma, come sempre, rappresentano una visione personale e possono non rispecchiare la mia voglia di personalizzazione ESTREMA. Niente da fare, un’agenda deve essere personale al 100%.
Quindi me la sto facendo su indesign. La mia propria, sporadica agenda planner customizzabile.

Indesign non è difficile se sai lavorare con metodo, quindi è probabile hce io possa fargli molti moduli aggiuntivi, e declinarla in più versioni/colori/stili con dei template. In quel caso, se ne ho voglia, ve la metto a disposizione aggratisse.
Intanto io ci lavoro, poi vediamo come viene.



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le palle di Natale feat Estetista Cinica

Ieri l’Estetista Cinica mi ha dettao un’altra vignetta. Come saprete, le faccio io su photoshop a seconda della creatività che hanno sia lei che le ragazze o clienti del Centro Estetico. Ecco eprché non è costante. Quando ce vo’, ce vo’. E noi la facciamo.

Di solito mi arriva il testo di volata su whatsapp o nella chat di facebook, e a volte non capisco che è una botta e risposta da vignetta, al che la Cristina mi dice “vignetta”, e io procedo. Ho un file photoshop con molte nuvolette e tre tipi di clienti, per alternare. Ogni volta non devo fare altro che spostare le nuvolette e crearci il testo nuovo dentro.
Et voilà.

Per Halloween dell’anno scorso abbiamo fatto un’edizione speciale, è stato divertente, ma non sempre escono giuste e in tema, quindi per ora abbiamo avuto solo Halloween e il Black Friday:

EstetistaCinica16HALLOWEEN
Quest’anno ne è uscita una sul Natale che io trovo essere particolarmente ben riuscita. Il concetto è semplice: quante palle ci raccontiamo per non ammettere che ci siamo mangiate l’impossibile per le feste e non entriamo più nei vestiti? Tante. Assurde. La vignetta di oggi vi invita a dircele, e io vi mando tutte di là, sulla pagina dell’Estetista Cinica a dirci la vostra. I commenti sono disabilitati qui, non barate. Come potrete constatare, l’Estetista Cinica herself si è prestata al gioco della verità appena rientrata da Parigi dopo qualche giorno di foie gras, crême brûlée e altre amenità caloriche.

VOGLIO VEDERE LA VIGNETTA NATALIZIA!

Buone feste, donzelle, qua fa un caldo tremendo e io ho la mancia lo stesso, mannaggia al dulce de leche!
Quindi comincio io, eco la mia selezione di palle di Natale per l’albero dell’Estetista Cinica:

“È il ciclo”
“Li ho lavati a 90°”
“Sarò mica celiaca, co’ sta panza?”
“È il caldo, soffro terribilmente di ritenzione idrica e ho finito gli integratori”
“Normale, appena sale il caldo sciolgo i grassi invernali come un ghiacciolino”



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Miss Commenti dicembre: Pinalapeppina

Come iniziato a novembre, ecco la storia della nostra Pina.
La commentatrice del mese è quella che è stata più attiva sul blog e con la quale scambio moltissime opinioni. Quando la scelgo le invio una mail chiedendo una sua storia con i tacchi, per dedicarle un bollino su misura, come quelli del mio ultimo libro, che trovate in questa bacheca Pinterest.

Adesso vi lascio con la storia della Pinalapeppina, che mi ha fatto piangere e son dovuta andare in veranda per non svegliare il mio ragazzo. Grazie Pina per questa storia <3 Spero che ti piaccia il bollino!

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IO E I TACCHI

Quando ho letto che la bionda nazionale voleva proprio la mia storia, mi sono detta “è matta!”. Sì perché associare, in un unica frase, Sara e i tacchi è come chiedere ad un vegetariano di sgozzare un maiale.

Da ragazzine quasi tutte cercano di essere più grandi utilizzando i trucchi della mamma e comprando scarpe da quattro soldi. Ecco, io non l’ho fatto. Io non ho avuto un’adolescenza, me l’hanno portata via. Quello che mi è successo a dodici anni mi ha segnato l’intera vita. A tal punto che se cammino per strada non riesco ad aver un altro che cammina dietro di me. Vado nel panico.

Io sono sempre pronta a scappare. A difendermi, a salvarmi. Questa è stata la mia adolescenza.

Quindi… niente tacchi.

Sono arrivata con le scarpe da ginnastica all’università. Io le mie tette e le mie scarpe basse. Per quanto mi sforzassi di non essere vista, gli uomini mi hanno sempre vista. Sono egocentrica, chiassosa e ahimè esibizionista. Comprendo che c’è una forte contraddizione in quello che sto scrivendo. Ma è anche così per la mia storia con i tacchi. Tutto ciò che mi riguarda è storto e contraddittorio.

I ragazzi vedevano i miei ricci e la mia quarta di reggiseno. Si ammutolivano appena aprivo bocca. Molti mi dicevano che ragiono da maschio, che parlo da maschio e questo, pare, faccia incazzare le ragazze.

In quel periodo ho conosciuto un ragazzo che mi ha portato nel mondo periferico del tuning di auto (esclamazione corale: yeah!). Mi sono ritrovata nel centro di gare clandestine, auto modificate ed eroina a fiumi. Io non fumo, e non guido. Altra contraddizione. Lì, le donne erano tutte aggressive, vestite in maniera oscena su tacchi vertiginosi. Io avevo i miei jeans a vita bassissima e le scarpe da ginnastica.

Un bel giorno, uno dei ragazzi del gruppo “il mio Tormento”, così lo chiamavo, mi ha detto “Te sei figa, è che non lo sai”. Ed io ricordo perfettamente che gli ho risposto “io sono stronza e me ne vanto”.

Fatto sta che mi ha portato a fare shopping. Vi rendete conto? Io in compagnia di un uomo a fare compere. E il bello è che era più esperto di me! Ho comprato un jeans molto stretto e delle scarpe col tacco. Una open toe con un tacco dieci. Le ho indossate e ho gridato “sono in cima al mondo”.

Quella stessa sera siamo andati ad un raduno. Camminavo sui miei tacchi e, forse era la birra, forse le luci, forse ero matta, ma pareva che mi vedessero tutti per la prima volta. Una ragazza mi si avvicina e mi fa “così non ti guardano le tette. Sei tutto culo”. La cosa mi faceva tutt’altro che piacere. Ma, non so perché, con i tacchi le donne mi parlavano. Mi guardavano, era come se fossi una di loro. Ma io non volevo essere come loro! Ed è così che ho cominciato ad essere arrogante, distaccata. Volevo solo stare con i maschi, parlare di schifezze e giocare alla Play Sation. Più le trattavo male e più volevano stare con me. Ah, le donne!

Un giorno ho avuto la brillante idee di aprire un’associazione no profit di auto. Io che non guido. Mi sono presentata a Mirafiori a Torino con i tacchi. Li ho scelti belli alti, non sono mai arrivata al 12. Ma per me erano alti. Volevo essere in alto, volevo sentirmi potente, bella e sopra le righe. Io le mie tette, i miei ricci e una richiesta: “farci sponsorizzare dalla FIAT”.

Siamo diventati Club Ufficiale FIAT. Ho collaborato con il loro canale e con il loro blog. Sono sempre andata in pista con i tacchi. Sono salita a bordo di una Grande Punto Abarth con Giandomenico Basso (campione italiano di Rally) con i tacchi. Non mi sentivo una gallina scema che non capisce che su un circuito non puoi portare i tacchi. No. Volevo dimostrarmi che io potevo fare quello che volevo. Potevo farmi guardare il culo, perché lo volevo e potevo mandare tutti a quel paese perché lo volevo.

Così è stato per anni. Fino al 25 febbraio del 2010.

Stavo insieme a un ragazzo da quasi sette anni. Avevo il club che mi teneva parecchio impegnata: raduni, gadget, blog, forum, magazine. Mi ero laureata, lavoravo come consulente.

Mi rompo le palle della consulenza, e cambio. Vado a lavorare in banca. Il capo del personale mi confida che di me, al colloquio, si ricordava solo una cosa: il mio culo. Ed io gli ho risposto “Bene, almeno non mi ha guardato le tette”. Indossavo vestiti da vecchia, giacche e colori abbastanza scuri. Volevo esser una qualunque. Avevo una vita perfetta, in apparenza. Non mi sono mai chiesta cosa volessi per davvero.

Poi mi promuovono. Divento responsabile. A ventisette anni. Da non credere. E di fatti non ci credeva nessuno. Dal Direttore Generale al Consiglio di Amministrazione. Per tutti ero “la piccolina con le tette”.

Ed io che faccio? Do di matto, come sempre quando qualcosa nella mia vita cambia velocemente. Vado in panico!

E, così, ho indossato i tacchi. Invece che chiudermi in un completo nero e apparire professionale, ho deciso di essere quello che ero: chiassosa. Ho cominciato a portare i tacchi, a togliermi le giacche. “Che guardassero pure le mie tette!” mi sono detta. Se mi fossi nascosta non mi avrebbero neanche vista. E così tacco e vestito. Mi guardavano. E appena aprivo bocca, mi ascoltavano. Mi hanno soprannominata “la donna del fare”.

Il 25 febbraio del 2010 il mio capo mi dice che si trasferisce a Roma. Che ci lascia. Ed io lo bacio. E mi stava pure sulle palle. E quella stessa sera nevicava, e lui in moto mi porta in Porta Romana. “Che cazzo fai Sara?” non me lo sono mai chiesto.

Sono tornata a casa ed ho lasciato il mio ragazzo. Ho fatto le valigie, all’epoca avevo anche un bassotto, ho preso un’auto (io non guido) e sono andata diritta. Dritta fino a che non mi sono trovata in piazzale Maciachini. Ho chiamato il mio Lui “sono in Maciachini e non so perché”.

Mi ha portato a casa sua. Mi ha tenuta lontana. Non ho mai avuto voglia di fare l’amore come quella sera. Ha resistito una settimana, solo perché per tre giorni era a Roma.

Siamo partiti per l’America, voleva “vedere chi fossi”. Lo volevo veder anche io. Siamo andati in moto, niente tacchi, su e giù per i grandi parchi. Poi Chicago.

Ricordo che c’era il tramonto, un gabbiano appollaiato. Io con i jeans e le scarpe basse. Mi vedevo brutta, ma sapevo di essere bella. Sono andata in un negozio, a caso. Ho comprato un vestito, ho comprato un paio di scarpe con il tacco. Sono uscita. Lui mi ha guardato “Stufa dell’on the road”.

Non era quello. Volevo essere donna, mi sono sempre negata. Per quello che mi hanno fatto, per quello che ho subito in tanti anni… Ho sempre rifiutato tutto ciò che era femminile: il rosa, le bollicine, le ruote panoramiche, i film romantici, i cioccolatini etc., etc.

Quella sera sono salita per la prima volta su una ruota panoramica. Sono scesa e mi girava la testa. E ho capito che era per lui. L’ho guardato, l’ho baciato. E mi girava la testa. Mi sentivo scivolare sotto il pontile di Chicago. Il gabbiano, ne sono certa, mi ha strizzato l’occhio.

Per la prima volta in vita mia mi ero innamorata. Sono innamorata. Siamo insieme da cinque anni. Ne abbiamo passate tante, per via del fatto che lui era il mio capo. Dice di aver comprato casa più grande per farmi capire che stiamo insieme. Già, perché per due anni gli ho detto che eravamo coinquilini :)

Grazie al suo credere in me, grazie all’amore che provo verso di lui, mi sono spogliata. Mi sono guardata per quello che ero. Non ho più detto vaffanculo e ho smesso di maltrattare gli altri… ho smesso di allontanare la gente. Anche se continuo ad avere paura.

Ho l’armadio pieno di vestiti, odio i pantaloni (da non crederci), ho una scarpiera a tre pieni (da non crederci). Ci sono i tacchi, gli stivaletti, gli stivali da moto.

Una cosa non è cambiata. Quando indosso i tacchi lo decido io e non lo faccio mai per te. Chiedo solo costantemente “Ma tu Giammy mi vuoi bene?” e lui ogni santa sera prima di addormentarsi mi dice “Si Pina”.

 Pina



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13 step per rovinarsi la giornata col ciclo

  1. Sono le 20 primo giorno di ciclo. Prendi un antidolorifico, sperando che ti passi. Guardi un film al calduccio nel letto. Ti passa. Ti passa anche la fame e non ceni. Dormi.
  2. Ore 09:00, è il tuo giorno libero ma il dolore ti sveglia. Nel dormiveglia non hai la prontezza di prenderti una bomba e fai male. Molto male. Moltissimo male. Lo sai ma non lo vuoi sapere. Ti ributti a letto “tanto ora mi passa”.
  3. Ore 11:00 urlante dagli spasmi prendi quella maledetta pillolina. Una pillolina. Con gli spasmi. Evidentemente guardi troppa pubblicità.
  4. Ore 11:30 supplichi il tuo fidanzato di chiamare la guardia medica. Piccolo dettaglio: non esiste nel posto in culonia dove sei, allora gli dici di trovarti una soluzione. Dopotutto ti ama. O no? Sguardo malefico. Occhi venati di sangue. Lacrime vere.
  5. Ore 11:35 il tuo fidanzato è al telefono col medico di famiglia che sente le tue urla e accetta di spostarsi 2km.
  6. Ore 12:00 il medico di famiglia arriva. Si: trenta minuti per due kilometri, un primato. Nel frattempo sei andata tre volte in bagno. Bonus: il doc non ha le punture dietro.
  7. Ore 12:01 tu smadonni su entrambi, urlando e minacciando come Carrie. Il doc vorrebbe tanto averci dei calmanti. Per sé.
  8. Ore 12:05 Medico e fidanzato escono di casa con la coda fra le gambe, direzione farmacia di turno. Già: è la festa del paese e non si sa se ce ne siano, di aperte.
  9. Ore 12:50 il tuo fidanzato rientra da solo e prepara la puntura. Un ago così grosso non l’avevi mai visto. Smadonni e gli dici “Ma che sei andato, dal veterinarioooo? Ringrazi comunque Gesù perché il tuo fidanzato ha lavorato in ospedale e le sa fare. Era peggio se dovevi fartela da sola, in effetti.
  10. Ore 12:52 Dopo un pianto non di dolore ma di fifa, lui ti fa la puntura più indolore dell’universo. Scopri che lo ami. Nel delirio gli chiedi di sposarti perché, oh, nessuno fa le punture così.
  11. Ore 13:50 Dopo un’ora il dolore non è sparito e in più hai i crampi per la fame. Smadonni e ti prometti di organizzare un narcotraffico di Voltaren fra l’Italia e l’Argentina. Soldi a palate con donne dismenorreiche assicurati. Vai sul blog e nel frattempo i tuoi lettori ti danno della stronza per una frase sul lavoro in nero. Li mandi tutti afanculo con serenità.
  12. Ore 14:30 il tuo fidanzato ti fa il risino perché hai fame e sei disidratata per il cagotto. Mangi il risino sdraiata a pancia in giù, sembri sul punto di morte.
  13. Ore 15:10 finalmente ti arriva la pace dei sensi, la droga si fa largo fra i tuoi muscoli e senti quelle meravigliose formichine. Hai gli occhi piiiiiiicoli. Sdonf.

Nurse Patch



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Non dite “Non c’è lavoro” per favore

Voglio cominciare questo post mandando afanculo un sacco di gente.
Sono stufa di sentire discorsi di gente che si lamenta ma non fa niente per cambiare le cose.
E lo voglio fare perché sia in Italia che in Argentina la gente, sotto sotto, si nasconde dietro scuse che non stanno in piedi.

Non è vero che non c’è lavoro. La gente respira, mangia, dorme, lavora, fa la spesa, cerca di divertirsi, coltivare degli hobby, e va in bagno tutti i giorni. E lo farà sempre. Per quasi tutte le attività che fa un essere umano ci sono spesso di mezzo dei soldi. E chi dice soldi dice lavoro. Ossia che ci sono i presupposti per trovare degli interstizi, delle opportunità, delle nicchie per offrire qualcosa che interessi a qualcuno. E che quel qualcuno ti paghi per quello.

A me fanno incazzare quelli che stanno a casa di mamma a farsi mantenere e dicono “Non c’è lavoro”.Magari hanno studiato arte o filosofia o lettere e in effetti per il loro mestiere non c’è lavoro, ma ce n’è tanto altrove.
Una cosa è dire “Non c’è lavoro” nell’arte, e tutt’altra è dire “Non c’è lavoro” tout court. Se vuoi guadagnare dei soldi per avere un minimo di indipendenza e dignità, puoi sempre trovare il modo di farlo. Questo è il mio punto. E se non vuoi fare la cameriera puoi inventarti un’altra cosa. C’è sempre altro, se spremi le meningi.

Conosco gente che fa i capelli a domicilio, tranquillamente in nero per mandare avanti una famiglia: brave. Bravissime, hanno trovato il modo di independizzarsi in un paese che ti strozza con le tasse. Io capisco che molti si dicano che non vogliono fare più i lavori “alimentari” per dedicarsi al loro mestiere, ma se non c’è lavoro nel loro mestiere, ne va inventato un altro che magari abbia qualcosa a che fare col mestiere di base. Non è che con la scusa del “Non c’è lavoro per i filosofi” possono smettere di lavorare e campare sulla pensione di mamma.

Questo mio discorso mi farà avere un sacco di insulti: bene, tornatevene da mamma a guardare Sky e scroccarle la macchina, vergogna.

Ve ne parlo perché posso permettermelo, semplicemente. Ho inventato un altro lavoro per poter mangiare e pagare le bollette e sta funzionando. State seguendo la mia avventura con i 3Pecaditos. Ci sono stati 3 mesi di progettazione, mi sono organizzata per allestire una cucina, ho investito dei soldi e sto pedalando sotto il sole come una dannata. Lavorare è lavorare, gente.

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Sono stanca.
Faccio l’ambulante in bici in Argentina.
FERMI TUTTI: prima di mandarmi afanculo, sappiate che ho una Licenza in regola, qui si può.
Grazie, potete continuare a leggere.

Questo fine settimana è stato lungo, ma sono abbastanza soddisfatta.
Il caldo è un casino, ma sto muovendo il culo con la bici e ho più fiato. Dubito avere già il culo più sodo, ma mi piace immaginare di si, per farmi coraggio.

La cosa davvero noiosa è rientrare verso le 12:30 dopo il giro del mattino. Ci metto 27 minuti, caldo torrido. Sto cercando attivamente un motore da bici 80cc. Finché è montato su una bicicletta, non ha bisogno di targa né assicurazione.
Mi piace questa cosa.

Sabato è stato il mio 2° giorno e sono uscita un’ora prima, verso le 16, per arrivare con un po’ di anticipo sugli altri ambulanti. Be’, loro erano già passati, mi hanno fregata su tutta la linea. LE MADONNE.
Tra l’altro ce ne sono due che si montano il banco con tanto di tavolino e cartellone di lavagna all’ingresso di un pezzo di lungolago molto trafficato, ed è proibito.
Cioè, il regolamento non dice esplicitamente che non si possono montare i banchetti, ma dice che è una Licenza d’Ambulante. Non di banchetto fisso. C’è differenza, cavolo.

Io boh, li trovo scorrettissimi, ma nessuno dice niente. La polizia passa regolarmente, l’altro giorno mi si è incollata una macchina al culo ma non mi hanno fermata. Onestamente non so se farlo anch’io il banchetto, ogni tanto. Sai, quando fa un po’ troppo caldo e ti fermi 20 minuti. Ma quelli si muovono in chata pick up, con tutte le cose per il banchetto dietro. Parliamone: hanno pure il mate e le sedie pieghevoli. Son gente pacioccona, arrivano alle 10 del mattino e vanno via la sera alle 7. E poi sono tutti vecchi, trasandati e vestiti malissimo. Un po’ di branding, perdinci!

La cosa che più mi offende, davvero, è che fanno dei banchetti orridi. Appena sarò operativa con il mosquito, mi porto dietro l’ombrellone per fare il chiringuito figo che possso montare appena trovo un posto carino per 20 minuti quando fa caldo e via.

Lunedi ho venduto poco, ero un po’ delusa. Vabbe’ che non ci si può aspettare di andare sempre alla grande, e anche se sai che ci saranno giornate “no”, ti rode lo stesso. Inutile fare le sborone. Mi rode. Mi sono demoralizzata un po’.

Moltissima gente mi ha fatto i complimenti per l’idea, e ogni tanto qualcuno mi chiede: “Ma non vendi pastelitos?” No. “E churros?” No, vendo questi. “Aaah, no, vogliamo le cose salate” Ma se mi hai chiesto i pastelitos! “No, ma io volevo il salato”.
SUCA.

Non si può piacere a tutti e alcuni non sanno dire, semplicemente, “No grazie”.
Qua il pubblico è abituato alle cose che ha sempre visto, e la novità è un’arma a doppio filo.
Ricordo che all’inizio dei pecaditos, qualcuna su facebook e anche su Instagram mi aveva detto: “Ma sei sicura che una cosa così semplice funzionerà?”
LOL, questo progetto è fin troppo evoluto per la zona!

Mi sono stati dati dei consigli interessanti, soprattutto per trovare clienti a cui piaccia quello che faccio, e allora sabato andrò in un altro posto. Spero avere il mosquito 80 perché altrimenti divento scema.
I negozianti che vogliono distribuirli mi hanno rotto dicendo che volevano tenerli in frigo. Gli ho detto che non importa perché la crema pasticciera è in polvere, non c’è niente di fresco per ordinanza municipale per gli AMbulanti. Hanno insistito lo stesso.
Chi sono io per dargli degli stupidi? Non posso, anche se vorrei, allora mi sono fatta venire un’idea.

I precedenti classici:

La Cocacola regala frigoriferi o li vende a prezzo di costo ordinandone tantissimi brandizzati, cosi la gente gli fa la pubblicità e tiene le coche in bella vista e al fresco. Sono belle furbate, la gente ti acquista un cartellone pubblicitario a forma di frigo, e tu non spendi nulla.
Io non posso permettermi di comprare dei mini frighini per i pecaditos, non siamo a questi livelli. Ma ho pensato ad una soluzione per salvare apra e cavoli. Volevo un espositore da banco, cosi si vedono e la gente è più invogliata a chiedere che cosa siano. Mi sono detta che l’espositore adesso deve essere refrigerato, quindi casino. Ma fino a un certo punto: se ci metto quei cosi blu col gel ghiacciato sotto a contatto coi pecaditos in esposizione, ho vinto. Sotto e ai fianchi della buca dei ghiaccini c’è da ritagliare del tessuto neoprene per non disperdere il freddo ed evitare che il cartone si bagni e si ammosci con la condensa. Trovo il neoprene da 3mm in merceria.  Parlando sempre di dettagli, riempirò il “tagli” del cartone con del gesso con i polpastrelli, per evitare che col passare del tempo e le manipolaizoni si ammosci. È tutto incollato con colla vinilica bianca, e per certe fasi ci metto delle pinze da panni, cosi si attacca bene. IN certi angoli non visibile ho persino usato la spillatrice.
La vernice sintetica chiuderà il cartone e lo isolerà dall’umidità dell’ambiente. E ricordiamoci che qua fa caldo.
L’ideale sarebbe fare gli espositori in compensato fine ma non ho portato il seghetto alternativo. Sarà per un’altra volta. Mandarli a fare non mi conviene.

Ecco la maquette dell’espositore. Nella mezzaluna ci metto logo e nome stampati carini, e nel rettangolo giù lo dipingo con vernice lavagna per affiggere i gusti del giorno, che scriverò col gessetto ogni volta che li consegno.
Se avete idee, parlate ora o mai più, devo farne 12.

3pecaditos-espositore

Gli espositori li ho fatti con scatole di scarpe che mi sono fatta dare da una boutique, le ragazze sono state carinissime e le ho ringraziate con una confezione di pecaditos.

Ecco i ghiaccini, ma adesso voglio farmeli su misura con la macchinetta sigillatrice.

3pecaditos-espositore-ghiaccio

Adesso prenderò altre scatole, che verranno dipinte di bianco e farò stampare la grafica su misura.
Per il prossimo weekend dovrebbero essere pronti.
Vediamo se incrementano le vendite, sono curiosa!

PS: ringrazio il Dio del ciclo che mi ha fatta sentire male oggi che sono di festa, almeno non ho perso giornate di lavoro <3
PPS: faccio l’ambulante in bici in Argentina con Licenza regolare. Qui si può, ecco perché lo faccio e mi diverto (caldo a parte).

Se volete leggere tutti i post su quest’avventura, ho appena creato la categoria 3Pecaditos.
Grazie a tutti dei consigli! Veronica



I commenti sono moderati. Li approvo ogni volta che mi connetto. Grazie della comprensione.
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Primo giro 3Pecaditos: tiriamo le somme!

Sono le 22:30, il mio fidanzato sta finendo di fare l’asado.
Si mangia tardi, qui.
In effettti è tutto dilatato, è come se ci fosse più tempo.
Si pranza verso le 14:30, e fino alle 17 non riaprono i negozi perché la gente fa la siesta. Sai, fa caldo.
E se è inverno è uguale.
Mi sveglio alle 8:30, mi alzo verso le 9. Vado a letto verso mezzanotte.

Oggi sono uscita con la bici alle 10.
Sono andata a fare il giro del mattino per i negozi che distribuiscono. In centro ho incontrato gente che conosco e mi hanno compato molti pacchettini per assaggiare. Avevo dietro un tupper con dei pezzettini scartati dal taglio dei quadratini, così facevo assaggiare i non decisi. La gente mi è sembrata soddisfatta, molto entusiasti per i colori accesi.
Ho bevuto 1 litro d’acqua come se niente fosse. E non sono una tipa che beve, quindi positivo. Ho fatto il percorso di 4,5km. La fatica in bici è stata pari a zero mentre distribuivo, perché mi dovevo fermare spesso.

Spora-3pecaditos-bici

Verso le 12:30 mi sono avviata a casa. Un caldo che ciao, tipo 36°. Ho fatto l’ultima salita a piedi, e ho lasciato la bici nell’alimentari sotto la nostra collina. E ce l’ho lasciato anche stasera. A loro li lascio a 8 pesos, non a 10. Al pubblico li fanno 15, fair enough.

Ho un segno di abbronzatura-bruciatora sule braccia orrido. Di pomeriggio ho messo la protezione 50.

Ho fatto una pasta bella calorica per me con un mix di formaggino e burro di noccioline (potete ridere ma era schifosamente buona), e Calo solo con formaggio. Mi son detta che pedalare = calorie e il mio culo non deve perdere peso, sia mai.
Mentre mangiavamo mi squilla il cellulare, mi dico “Aaaah, forse è già un ordine!”
Macché.
Indovinate.
Un tizio al quale avevo venduto un pacchetto mi fa: “Ciao Veronica, mi hai venduto un pacchettino oggi dal tale”
“Ah, si, ciao”
“Senti, ma sei fidanzata?”
“Si”
“Ah, allora niente, lascia perdere. Ciao, buona giornata”

Gentile, dai.

Dopo pranzo abbiamo impacchettato i pecaditos per domani, e io ne ho presi un po’ perché non avevo quasi più niente per la spiaggia. Ho preso 2 bottigliette d’acqua e via, son partita per il lungolago.

3pecaditos-confezioni

La vendita al dettaglio è una lagna, per me. Mi devo fermare dalla gente e devo essere cordiale.
Io cordiale, LOL.
Ma lo sapevo, allora sono stata cordiale e persino simpatica, un trionfo.
Ho parlato con un sacco di gente, mi hanno fatto i complimenti, ho chiesto loro di dirmi cosa ne pensavano su facebook, soprattutto cose per migliorare, e una ragazza mi ha ordinato una torta di compleanno a 7 piani di colori diversi. Vedrò di farle un preventivo.

Dopo aver finito il percorso corto, mi sono lanciata su quello lungo, ma ormai erano le 19,30 e la gente andava via. Devo velocizzare le vendite e chiacchierare di meno. Arrivata in una spiaggetta deserta ho mollato la bici e mi sono tuffata in mutande. Io non è hce ami particolarmente l’acqua del lago, preferisco il fiume o il mare, ma qui ogni tanto ci sono delle spiaggette di pietroline nere o di mica che sono carine. Quella di oggi era fango, lasciamo perdere. Comunque è stato bello il bagno al tramonto, come piace a me.

Spora-bici-lago
In totale ho venduto 63 pacchettini di 3pecaditos, ossia più del dovuto per la giornata, dato che avevo preso un po’ di quelli di domani e ne ho 56 al giorno. In realtà il totale può variare da 48 a 63, a seconda di quanti scarti abbiamo nella scacchiera. A volte il pan di spagna viene troppo basso da un lato e ci fa saltare una fila.

Calo-3pecaditos-taglio

Quindi oggi direi che è andata molto bene per un primo giorno. Con Calo siamo molto contenti, abbiamo fatto circa 600 pesos di utili, che sono come due giornate d’operaio quindi cool.

Sono stanca morta. Spero alzarmi alle 9!



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Pronti! Preparandosi al primo giorno di una startup

Ieri sera ho consegnato il primo ordine per l’inaugurazione di un pub, 100 pezzi tutti verde acido perché è il loro colore.
Questo pomeriggio consegno a tre panifici, un chiosco e tre bar, e di poi faccio il primo giro breve con una bici.
Domani sabato farò un giro mattutino e uno di tardo pomeriggio.

La bici da ambulante non è ancora arrivata. Alla fine ho preso una che non avete visto, non da ambulante ma detta “playera” che è tipo olandese perché pi leggera, e presto le metterò il motorino perché si, perché è dura col caldo e perché certi giorni dovrò far eil percorso di amttino e di pomeriggio per le consegne nei negozi. La bici mia referita resta quella rossa grande, ma è troppo ingombrante. Snif.

Siccome c’è il weekend dell’immacolata col ponte e non ho ancora la cici, il mio fidanzato mi ha fatto un portapacchi grosso in una sua bici tutta cromata, per metterci un cestone di vimini. Questa bici diciamo che non è una super cosa faiga come volevo, ma oh, faremo del nostro meglio finché non arriva l’altra.

Sai, come la prima versione dei Simpson.
Ma con nastri e palloncini.

Spora-palloncino-3peaditos

Dopo i test di 2 settimane fa con i vari negozianti, siamo arrivati ad una cernita di “gusti” abbastanza semplice. I bar e un panificio hanno preferito delle cose classiche tipo cocco, cioccolato, dulce de leche. Altri invece che già vendono cose di cioccolato vogliono lampone, mela, pesca. Bar e chioschi un mix di tutto.
Onestamente non credo che i miei sogni di mix fighi e strani avrà successo, tipo anice nero e mela verde. Ma sapevo già che il mercato, qui, è semplice. Probabilmente li farò strani solo per Natale e Capodanno, ho visto coloranti dorato e argentato che ciaone.

Domani non è un grande giorno, diciamo che domani inizia un grande test pubblico, e sappiamo che ci vorrà un po’ di tempo perché la gente capisca che cosa sono i pecaditos, cosa fa questa pazza su una bici coi palloncini rosa e il cappello a tesa larga rosa pure lui, e che entrino nella normalità. Oppure non ce la faremo, e allora dovremo provare con un prodotto ancora più semplice. Però quando cammino per il centro i miei conoscenti mi chiedono “Oh, Vero, quando cominci a vendere?” e ieri sera è andata molto bene. Quindi sono abbastanza contenta.

Per spingere le vendite e coinvolgere i negozianti, farò un concorso che spingerò con pubblicità su facebook a target locale ogni settimana dove si vince una confezione da 6 e un piccolo gadget tipo anellino o fiocco per i capelli con le stoffine dei pecaditos, dato che mi sono persino fatta i grembiuli. Le stoffe sono rosa a righe fini, e verdina a pois piccolissimi. Questo weekend no, inizio verso Natale quando la gente avrà visto grosso modo che cosa sono sti cosini colorati.

Il grembiule l’ho fatto anche a Felipe ma bianco come quello del Calo, già che c’ero, con tanto di buco per la coda. Felipe scodinzola benissimo, fa troppo ridere e non se lo toglie. Amore di mamma. Per carnevale ci mascheriamo da Super eroi finto-Incredibili, Felipe con cappa incluso. Non fatemi la battuta di Edna contro la cappa, so benissimo che NO CAPE!, ma mascherati fa più figo. E Felipe con la cappa rossa con una S gialla sopra lo voglio troppo vedere.

Spora-Felipe-3pecaditos

Un panificio mi ha chiesto il conto vendita. Io ho sorriso con nonchalance e le ho risposto certo, nessun problema, ve li lascio la mattina e passo a ritirare le rimanenze la sera stessa ma me li tiene in frigo, ok?. Il mercato è spietato, a quanto pare. Mi ha fatto effetto.

La strategia che ho ideato per coinvolgere i negozianti è semplice: lascio il gadget-premio esposto da loro, e gli do dei numerini dell’estrazione da consegnare per ogni vendita. Faremo il sorteggio in negozio domenica tardo pomeriggio. Per ora come premi ho previsto di declinare le stoffine in fiocchi per i capelli, ma ho anche mini piattini e tazzine per fare l’anellino da té. Non so se far fare delle tshirt col logo piccolino e una frase carina su dolci e peccato, dato che qui le magliette personalizzate all’unità costano poco. Oppure i grembiulini come i miei, che sono mini ossia assolutamente decorativi per farci totalmente altro (and you know what I mean).

Spora-anello-3pecaditos

Per il concorso ho anche pensato che quando sarà partita la stagione, ossia dopo Natale, potrei fare il concorso con tutti i negozianti insieme, e possono dare i numerini solo dopo un numero minimo di pezzi per settimana, e metto un premio per negoziante così vince un cliente per negozio con lo stesso sorteggio.

Qui si possono fare tutti i concorsi possibili quindi mi sento un po’ strana, sai, perché in Italia la normativa è una menata. Se avete idee vi prego ditemelo, farò un sacco di prove :-)



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il tavolo

La casa sulla Sierra apparteneva a mia nonna, ci veniva per passare la bella stagione. Il resto del tempo stava a Buenos Aires in quartiere molto fighetto che si chiama Recoleta. Mi piaceva molto il suo appartamento, era pieno di mobili antichi e argenteria, che usava correntemente.
Questa casa invece non è mai stata molto attrezzata. È come molte case di vacanza, ha pochi mobili essenziali arrivati da altre case, e pochissime pentole. Qualche pezzo antico ma niente di speciale.

Il tavolo è di quelli da giardino, tondo di metallo bianco. Le sedia sono da regista, bianche con la stoffa giallo tuorlo.
Il tavolo tondo non è comodissimo, ma è quel che c’era. Fa SDENG! se ci appoggi qualsiasi cosa sopra. Non è molto invitante, suona a freddo.

Quando abbiamo cominciato a mettere ordine in cucina organizzado dei piani di lavoro con dei tavolini in più, io mi sono detta che ci sarebbe voluto un bel tavolo da pranzo grosso per tagliare i pecaditos e poi confezionarli. Allora il mio fidanzato me ne ha portato uno che sua mamma non usa più: il vecchio tavolo di famiglia. Quasi due metri, di formica di quelle di una volta, leggermente sbiadito.

Io mi sono emozionata perché è pieno di segni fatti dai fratelli, dalla vita.
I tavoli sono il centro della famiglia, un po’ come lo era il fuoco prima.
Ci riuniamo tutti intorno al tavolo della cucina per mangiare, parlare, lavorare. Ho sempre avuto una grandissima passione per i tavoli grandi e massicci, perché essendo cresciuta in una famiglia spezzata, il tavolo mi dava quella sicurezza e senso di comunità che dopo i 14 anni non avevo sentito più.
Quando eravamo tutti e 4 insieme con mia sorella e i miei genitori, avevamo un tavolo di legno massiccio con delle panche. Mangiavamo, prendevamo il mate, mia madre ci chiacchierava con le amiche o accoglieva le riunioni del suo partito, io e mia sorella ci facevamo i compiti.
Il tavolo è importante.

Appena sbarcate in Italia abbiamo vissuto 6 mesi a casa di mia zia, che ha un tavolo grande e forte, massiccio. Tutta la vita della casa ruota intorno al tavolo, che serve anche da tagliere nell’angolo più vicino ai fuochi della cucina. Quel tavolo è sempre curativo, per me. Mi rilassa molto.

Quando mi sono sposata, a Parigi vivevamo prima in uno studio con un tavolino da café tipico parigino, poi in una micro-casa. Nella micro-casa non c’era posto per un tavolo, mangiavamo su un ribaltino semi-circolare nell’angolo cucina. Nella casa dopo idem, ma con un tavolino quadrato piccolino dell’Ikea.
Quando abbiamo comprato il Loff, io ho detto tutta felice: prendiamo un tavolo grosso! E anche un divano! (anche la storia del divano ve la racconto un giorno, è simile ma più triste)
Assolutamente no, ha detto il mio ex. Sennò tu lo riempi di casini, teniamoci quello piccolino dell’Ikea.

Anni dopo ho capito che il no decisivo contro il tavolo era una sua incapacità di sentirsi una famiglia con me. A me faceva molto male non avere un tavolo grande appunto per l’effetto-famiglia. Lo spazio del Loff sembrava così vuoto!

Loft_tavolino_spora

Appena mi ha lasciata, mi sono costruita un tavolo lungo con un piano di lavoro dell’Ikea spesso 3cm e le gambe di quello quadrato piccolino che avevo odiato così tanto per la sua inadeguatezza. Ero abbastanza felice e l’avevo suddiviso in due aree: cibo e lavoro.  Ci mettevo la pastalinda o la morsa, mi piaceva tanto quella capacità di trasformarsi a seconda di quel che dovevo fare, un po’ come gli ambienti delle case tradizionali giapponesi.

Tavolo_Loff_Spora

4

Tavolo_Loff_Sporablog

Un tavolo è fatto per vivere, per rovinarsi, per resistere. Un tavolo deve essere di legno massiccio e forte, e non devi acere paura di usarlo come tagliere.

In Toscana, nella stalla con vista mare, c’era un bel tavolo massiccio perché mia zia l’aveva fatto fare su misura con gli stessi principi che io amo: effetto focolare.

Poi quando ho preso casa a Lucca ho preso un tavolo Ikea ma era leggero, non robusto come avrei voluto. Allora un giorno, presa dalla follia dell’architetta che vive ancora in me, ho comprato il mio tavolo preferito: il Tulip di Saarinen. L’ho trovato in offerta offertissima e non potevo non prenderlo, era vintage. Lo sognavo da una vita, è un’opera d’arte.

saarinen-tulip-spora

Be’, ho passato sei mesi a fare attenzione a non graffiarlo né macchiarlo.
Uno stress che ciao.
Adesso dorme smontato e infagottato nel deposito di un amico. Non so cosa ne farò.

In questo momento vi scrivo dal tavolo del mio fidanzato che abbiamo messo in mezzo alla zona giorno davanti alla vista del lago, con la macchina da cucire da una parte.

E sono felice.

tavolo_spora

 Foto: Spora/Airbnb



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Che cos’è il personal branding? L’ABC senza fuffa

Ogni tanto mi contattano per andare a parlare in conferenze su social media, oppure su donne e lavoro, ma anche allo IED Milano o il Polimoda di Firenze o lo IUAV (via skype dalla giungla, btw)  per raccontare la mia storia o intervenire su tematiche di rete e lavoro. E io ci vado tutta scodinzolante, mi sembra bellissimo che chiamino una pazza come me per dire la sua.

Non ricordo quando è stata la primissima volta, ma ricordo la prima volta che ho riflettuto e ho fatto un intervento ponderato che mi ha preso molti giorni: è stato un paio di edizioni fa del Mammacheblog. Ero terrorizzata.

In questo post vi racconterò delle storie per illustrarvi i tre punti che secondo me sono un buon canovaccio per il proprio Personal Branding che avevo studiato per la mia MomClass al Mammacheblog 2013:

A) Definire: Essere riconoscibili con un tratto identitario/tematico/caratteriale particolare.
B) Alimentare continuamente il proprio branding.
C) Donarsi: la rete è dare, non ricevere. Se non ti doni, non ti vede nessuno.
Corollario derivato da quella giornata: Coltivare e difendersi presidiando le proprie idee legate al branding.

Il mio intervento è stato subito prima di quello di Barbara Damiano, autrice di mamamfelice.it.
Se non sapete chi sia Barbara Damiano, vi manca un capitolo importante dell’internet di questo paese.
Ma se non sapete chi sia, così come io non lo sapevo, suo sito c’è la sua descrizione molto bella che non è una pagina “about me” o “io”. No, la pagina si chiama Filosofia di vita, ed è in fondo al sito, senza sboronaggini in cima. Chapeau.

Ma torniamo a quel sabato mattina di due anni fa. Io che salgo sul palco con un power point molto divertente e senza peli sulla lingua, con slides intitolate:  operazione concime, muovi il culo, pompini.

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Il mio intervento si intitolava: “Ciao, sono quella dei tacchi!”.
Mi avevano chiesto di parlare di personal branding e di come si fa a diventare famose col blog. Di raccontare la mia storia dal blog a Stiletto Academy e al libro. Onestamente sonapippa io di come si faccia a diventare famose col blog, mi è successo, anche se ci ho lavorato moltissimo e ho provato varie strategie. Ma è stato per non deludere nessuno con quel power point che ho passato più di una settimana a fare autoanalisi su blogging e branding per tirare fuori i concetti e meccanismi a fortiori, che potessero essere utili a chi sarebbe venuta ad ascoltarmi.

SporaQuellaDeiTacchi

Il mondo delle mamme è quanto di più lontano ci sia da me. Quando Jolanda mi ha chiesto di andare a parlare di branding e lavori nati dalla rete, mi sono sentita un po’ persa, un po’ “meno”. Non potendo avere figli, la sola idea di andare a parlare davanti a 150 mamme non mi lasciava indifferente. Era come essere davanti alla mia cicatrice più grande. Perché farlo?
L’ho fatto perché mi sono detta basta. Non ho avuto figli, e allora?
Sono meno donna per questo? No.
Mi guarderanno storta perché salgo sulla cattedra senza avere l’esperienza dei figli? Ma no, dai.

Allora ho lavorato tantissimo al power point finché non è diventato qualcosa di serio ed utile. Per la mia Mom Class mi sono messa un vestito bianco, un golfino blu elettrico, calze rosse e degli stiletti killer neri. Parevo la bandiera francese.
So di essere brava a parlare sul palco, è sempre stato così fin dalle presentazioni dei progetti all’università. I miei compagni di corso mi dicevano “Tu passa per ultima, senno ci fai fare le figure di merda”. Va bene, rispondevo, e così continuavo a lavorare sul mio discorso perché sono di quelle che fanno tutto a braccio (leggere: alla pene di segugio) e passare per ultima mi arrangiava parecchio.

SporaFranceStiletto

Con i workshop Stiletto Academy sono migliorata molto perché piano piano ho capito come dare ritmo, come modulare la voce quando l’audience attraversa un momento di distacco, come intitolare le slide per catturare la loro attenzione senza prenderli per il culo, andando dritta al punto. Ho imparato come muovermi, quando e come fare delle battute per ridere un po’ per alleggerire gli argomenti seri. Son tutte cose che si imparano con l’esperienza, e bisogna stare molto attente alle facce di chi hai davanti, sono il termometro della tua performance.

Schermata 11-2456991 alle 11.26.44

Ma la prima cosa che ho detto, prendendo il microfono con la slide del titolo, è stata una premessa per poter sopravvivere davanti al mio incubo: la verità.
Non sono stata strappalacrime all’americana perché sono espedienti raccata-like che detesto, ma mi sono messa al mio posto con un’intro che vorrei fosse stata così:
“Ciao, sono Spora e mi hanno invitata a parlare di personal branding applicato, e di come si faccia a diventare famose col blog. Ossia una marea di cazzate, a mio avviso, e vi racconterò il perché. Io sono qua sopra con un microfono in mano e voi siete moltissime davanti a me, tutte mamme. Io non posso avere figli dopo il cancro al collo dell’utero e ci sono cose di voi in quanto madri che non capirò mai fino in fondo perché certe cose bisogna viverle, per capirle. A me piace rivolgermi sempre a un target che conosco e del quale faccio parte perché in quel modo si comunica molto meglio. Oggi invece sto facendo fronte alla mia più grande cicatrice. Io a volte vi invidio, ma la vita mi è andata così.
Ho cominciato il blog mentre ero malata per farmi due risate, e adesso non potrei più vivere senza, è come un figlio. A volte si sceglie di non avere figli, altre volte non lo si sceglie. Io adesso non li farei più, per esempio, perché mi sono resa conto che a quei cosi bisogna cambiargli i pannolini ogni due ore, e lo smalto ci si appiccica sopra. Quindi ho deciso di vivere la mia vita con quello che ho: che è anche la libertà del non avere bambini. Ma ciò non mi impedisce di confrontarmi con voi per vedere che, alla fine, possiamo imparare molto le une dalle altre, appunto perché abbiamo vite e priorità diverse”.

E invece è stata tipo: “Voi mi fate una paura fottuta perché io non posso avere figli. Ma tanto vale affrontarvi, non mordete. Vero?”

Il senso profondo, per me era: “Mi vergogno di parlare di fronte a voi perché sono invidiosa che abbiate figli e io no, ma io sono figa e devo farcela”.

SporaSlideMammacheblog

Spora-Recensione-Conferenza

Mini recensione via la Titta

Ho fatto il mio intervento ed è andato molto bene. Loro si aspettavano che raccontassi come ero arrivata dove ero fornendo una sorta di ricetta del successo che in realtà non esiste. A me è sembrato più opportuno raccontare il mio percorso con le mie figure di merda e gli errori più eclatanti. Arrivare in alto non è poi così difficile, la cosa difficile è rimanerci dopo che fai una boiata. E le boiate di un blogger le vedono e criticano migliaia di persone.

Non sono rimaste deluse. Ho cominciato definendo un po’ di cose, ho puntualizzato soprattutto il concetto di nicchia di expertise in modo che la gente che appena ti conosce rimanga con un solo concetto che ti identifichi, per sempre. Per me sono i tacchi, per esempio.

Se pensi a “Quella dei tacchi” nella rete, sono io e basta. Non sono l’unica, per carità, i tacchi fanno lavorare migliaia di persone. Ma io ci ho costruito intorno il mio personal branding dal quale è scaturito il mio lavoro attuale. Quindi ho consigliato loro di definire il loro particolare “Sono quella che” o “Sono quella di”, etc. Perché i mommy blog sono migliaia e non si può solo scrivere solo di cacche e poppate. Una volta trovata la propria specialità, ho detto loro di martellare con post e varie azioni di branding awareness e assessment perché entri bene in testa alla propria audience.

Io posso anche prendere il biglietto da visita di una dirigente della Barilla che è qui oggi, o dell’agenzia digital della Philips e telefonare il lunedì dopo esordendo con un:
“Salve, sono Veronica Benini di Stiletto Academy, ci siamo incontrate al mammacheblog sabato”.

Oppure dire semplicemente 5 parole: “Ciao, sono quella dei tacchi!”.

Secondo voi cosa funziona meglio?
La seconda che hai detto, sempre. Anche con un top manager.

A) Ecco che cos’è il personal branding: poter essere riconoscibili con un tratto identitario particolare. Quella dei tacchi, per esempio. La cosa importante, sulla quale lavorare, è il mantenimento dell’identità, che a volte bisogna non dico forzare ma accompagnare a seconda del contesto, per presidiare la nicchia e crescere come leader di settore. Quindi:

B) Alimentare il proprio branding per avere continuità e creare una community. Quando sono andata sull’isola non potevo portare i tacchi, ma ho preso le sneakers con i tacchi stampati sopra per avere un minimo di coerenza con la mia immagine veicolata online. Quando vado ad una riunione con un cliente nuovo non metto soltanto il tacco 12 come sempre, ma scelgo un modello originale che faccia capire che si, non solo ho i tacchi ma sono pure la Guru del tacco. Ho parlato altre volte di questo aspetto del personal branding:

l’ispirazione, sempre

8 anni, 1000 post e appunti di self branding

#RiflessioniSporadiche Ma si può vivere di markette sul blog?

E infatti la cosa più importante per presidiare il proprio branding e farlo cerscere, è dare. Darsi. Donarsi.

Quindi eccoci al punto C): Donarsi
Donarsi alla rete è la cosa più importante. Molti brand pensano che aprendo una pagina facebook venderanno di più. La maggir parte dei neoblogger pensano che aprendo un blog faranno i soldi. Pensano che la rete sia piena di gente pronta a mettere mano alla Amex per loro. O che la pubblicità nel blogroll le facciano diventare ricche. Tatine.
Non è così. Tu dai, dai, dai, e poi non sai da dove, avrai. Ma prima devi dare e donarti.
Nota: La figa non c’entra, però. Anzi, su Twitter si beccano solo gli stronzi a caccia di figa usa e getta.

Facciamo un esercizio.
Pensate con sincerità a cosa fate quando andate online.
Noi andiamo su internet perché cerchiamo qualcosa. Andiamo sui social per tirarcela o avere informazioni o farci i cazzi degli altri. Andiamo su Google per cercare cose utili. Andiamo moltissimo su YouTube per imparare a fare delle cose guardando dei videotutorial.

Noi umani andiamo su internet perché internet ci fornisce risposte e roba utile. Stop. Ci connettiamo raramente per essere utili agli altri, soprattutto se gli altri sono completi sconosciuti. Della serie la mattina fai colazione alla macchinetta al lavoro e ti dici “Aspe che vado su internet col telefonino per aiutare una sconosciuta a capire cosa vuole dalla vita” Vi torna? No, e manco a me, non è realista. Casomai andiamo su un sito o pagina facebook di gossip per farci due risate. Casomai, eh. Online siamo tutti molto più egoisti, vogliamo la roba, e la vogliamo gratis. La rete è la cosa più democratica nel mondo. Sali solo se piaci veramente.
Ecco perché se aprite un canale qualsiasi su internet per volete ottenere qualcosa solo per voi, non otterrete nulla.
Chi produce contenuti deve farlo per gli altri, non per sé stessa.
Quali sono i blog che visitiamo più spesso? Quelli che ci danno qualcosa. In ogni senso.

Quel pomeriggio al Mammacheblog, una nota blogger, coinvolgendone un’altra in cc ancor più nota, ha lanciato un hashtag: #QuellaChe, per esortare le mamme a definirsi e ritagliarsi un posto al sole nella rete. E ha fatto bene perché era la cosa giusta da fare per coinvolgere le mamme dopo il mio intervento che le aveva scaldate sull’argomento facendole riflettere al proprio branding. Così facendo, la blogger ha rinforzato la propria expertise in personal branding con tanto di hashtag, ma ha fatto un piccolo errore: non mi ha nominata.
Capiamoci, io non ho inventato niente di nuovo in materia di personal branding, ma quel giorno sono stata io a parlare in quei termini di quell’argomento facendoci una conferenza di due ore ed esortando le ragazze a pensare a cosa le definisce.

QuellaCheTag

Il tweet che lancia il tag

Ecco qua sotto un paio tweet di risposta delle mamme.
Quando tocchi le corde giuste, la rete ti risponde e ti da il credito che arricchisce il tuo branding, costruirsi una reputazione funziona esattamente come una palla di neve: più condividi e soprattutto più gente ti risponde e parla di te, più sei autorevole. In questo caso, la blogger è una business coach per social media. Scrive spesso di personal branding su testate molto note. Conosce molto bene il suo lavoro e io la stimo.

ReplyQuellaCheTagSpora

Con gli anni ho imparato a difendere le mie posizioni con sottigliezza (in certe casi, ammetto, è un eufemismo) perché a volte nella rete andiamo tutti veloci e non ci rendiamo conto fino in fondo delle conseguenze dei nostri tweet. Di certo, se siamo del mestiere -diretta o indirettamente- sappiamo tutte benissimo che se prendi l’idea/concetto di un’altra e non la nomini, la tizia ti s’incazza come una biscia. E poi sono cazzi tuoi.
Io ho visto girare il tag in certi reply e invece mi son detta: “Ma guarda te, il mio intervento è diventato mainstream! Figo!”.
Ma bisogna difendere e presidiare le proprie idee, sempre. Mai abbandonarle ad altri, se ci è utile che ci vengano attribuite.

Premetto che non mi spaccio per esperta di personal branding, anzi. Se mi chiedono un parere o aiuto, io li mando tuti da Luigi Centenaro, che ha aiutato anche me e fa quello di lavoro. Provate a compilare il vostro Personal Branding Canvas, io l’ho fatto durante un suo workshop all’ultimo mammacheblog e mi ha aiutata moltissimo.

Per tornare acosa c’entra la Spora col personal branding. Io non sono un’esperta ma parlo di personal branding in pubblico perché sono riconoscibile come la blogger che ha fatto il percorso ideale blog-lavoro-libro ed è brava a raccontare la sua esperienza per ispirare altre persone. Punto.

Questo è il mio posizionamento rispetto al personal branding, e ci sono moltissime persone in Italia e nel resto de mondo che fanno la stessa cosa che faccio io, ossia raccontarsi dopo aver tirato delle conclusioni in base alla propria esperienza. Ed è un bene che lo facciamo in molti, perché non esiste una ricetta ed è utile ascoltare le storie di tutti quelli che hanno gli elementi comunicativi per potersi raccontare. E così facendo, ispirare altre persone a definirsi meglio.

Qualche giorno dopo, la blogger del tag ha scritto un post sul’esperienza al Mammacheblog dove cita il mio intervento e quello di Barbara per spiegare come le è nata l’idea del gioco col tag #QuellaChe. Ccome se fosse stata una sua riflessione iniziata dopo gli interventi mio di Barbara, mentre in realtà ero stata io a dire a tutte di pensare a definirsi con “Quella di” o “Quella che” come avevo intitolato il mio Mom Class.
C’è da rimanerci un attimino inacidite. Passatemela, dai. Che poi noi donne siamo molto cattive fra di noi e prendiamo qualsiasi cosa per il verso sbagliato, se proveniente da un’altra donna, proprio perché essendo noi stesse delle stronze, non ci fidiamo delle altre. Ed io purtroppo non sono migliore di altre, in questo.

EstrattoPostBloggerCrop

Screenshot del post

Il post non ha riscosso commenti, ma è molto ben indicizzato.

Allora, giusto per puntualizzare, qualche giorno dopo ho risposto al suo tweet che diffondeva il link al post.
La blogger mi ci ha messo una stellina ed è finita li.

SporaQuellaCheTag

Quindi:
Corollario al punto B) Bisogna difendere e presidiare le proprie idee/azioni/maternità, sempre.

Ebbene sii, galline mie, tranquille mai. E zitte nemmeno.
Il corollario della difesa ha delle conseguenze positive, se lo applichi.

Se crei qualcosa, rivendicane la maternità sempre. Questo genera tre risultati:
– Le tue idee/azioni continuano a parlare per te via altre persone.
– La prossima volta alla gente verrà subito in mente di coinvolgerti se citano una tua idea.
– Sia chi ti cita che te avrete dei benefici, perché condividendo si crea un circolo virtuoso di reazioni e cresciamo tutte.

In questo caso non erano tacchi, ma le mie riflessioni sul personal branding che è la mia seconda caratteristica, per la quale mi intervistano e mi invitano a conferenze.

Sono passati due anni, io apprezzo moltissimo la blogger del tag e so che è una persona molto corretta, dato che abbiamo avuto modo di interagire per un casino che hanno fatto dei miei clienti con lei, e lei è stata una grande. Ecco perché non bisogna incazzarsi quando succedono le scivolate. Ma nemmeno far finta di niente.

Ma ricordate sempre un’altra cosa molto importante, come cita il caro Luigi durante il mio intervento:
Screenshot-Spora-Centenaro
Finita la mia Mom Class sono andata a sedermi in mezzo alle mamme per assistere all’intervento di chi passava dopo di me: Barbara Damiano alias mammafelice.

Barbara è una mamma che ha avuto, prima di sposarsi e avere la sua famiglia, “una vita di merda”, come dice lei. Poi ha fatto un percorso tutto suo e ci ha pure scritto un Manuale pratico della felicità che mi ha portato quel giorno al che io, vergognata come un cane di non conoscerla e non aver pensato a lei, ho mandato un taxi a prendere uno dei miei in libreria.
Il sito di Barbara fa all’incirca due milioni di visite al mese. Si: due milioni. Io ne faccio centomila, vedete un po’ se riuscite a capire quanto tiri quello che ha da raccontare Barbara per ispirare milioni di donne italiane.

mammacheblog_Spora-Barbara

Polaroid di Paola Sucato aka CiPolla

Barbara è sempre disponibile e sorridente e ti racconta le cose come faccio io, con sincerità e senza mezzi giri: va dritta al punto. Col marito hanno una società che gestisce mammafelice.it, ma fanno anche consulenze e gestiscono altri blog per aiutarli ad essere più performanti.

Barbara ed io siamo molto diverse ma abbiamo alcuni punti in comune. Uno di questi è non voler essere né apparire diverse da come siamo in realtà, raccontandoci senza paura. Sappiamo che non solo non è interessante né divertente fingere di essere perfette, ma non è nemmeno utile.

Barbara è salita sul palco dopo la Spora. Dopo il terremoto Spora che quelle mamme le aveva fate ridere, emozionarsi e riflettere. Una Spora in gonna e tacco 12.
Pensate che Barbara si sia scomposta? Manco per idea, lei ha fatto la stessa cosa che ho fatto io: ha detto la verità, con un allaccio diretto al mio intervento appena finito, per una continuita di un’astuzia e sottigliezza che ho ammirato moltissimo: “Ciao! Io sono la blogger con la pancera!” Ed è partita, geniale come sempre.

Se hai un blog e vuoi lavorarci, sai dire con semplicità quale “Quella che” o “Quella di” sei?
Se si, allora sei sulla buona strada. Se no, pensaci e correggi il tiro :-)



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